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Evo Morales vuole diventare il dittatore della Bolivia

Il Presidente della Bolivia Evo Morales tenta di diventare presidente a vita. Dopo aver compiuto dieci anni al potere, lo scorso 22 gennaio, e aver vinto tre elezioni consecutive, i boliviani tornano al voto per decidere, tramite referendum, la ricandidatura “infinita” del leader. Ma non sarà facile.

Propaganda boliviana, murales di Evo Morales

Il Presidente della Bolivia Evo Morales tenta di diventare presidente a vita. Dopo aver compiuto dieci anni al potere, lo scorso 22 gennaio, e aver vinto tre elezioni consecutive (2005, 2009 e 2014), i boliviani tornano al voto oggi per decidere, tramite referendum, la ricandidatura “infinita” del cosiddetto leader dei produttori della foglia di coca.

La consultazione popolare potrebbe portare alla riforma della Costituzione. Era stata promulgata nel 2009 e prevede tuttora una sola rielezione consecutiva. Con questo referendum, Morales propone di riformare l’articolo 168 della carta costituzionale per garantire una “rielezione continua” del Presidente. Supererebbe così questo limite per potersi ricandidare, garantendosi la partecipazione alle elezioni del 2019 e così avanti, a vita. Leonilda Zurita, dirigente nazionale del Movimiento al Socialismo (MAS), partito di Evo, avverte: “siamo in grado di governare 20, 30, 50 anni”. Il futuro della Bolivia è nelle mani di sei milioni di persone chiamate alle urne. Ma per la prima volta in dieci anni Morales potrebbe affrontare una possibile sconfitta: il sondaggio di “Mercados y Muestras” ha rivelato che questa domenica il 47% dei boliviani sono inclini a votare per il “No” (alla rielezione), rispetto al 28% che propendono per il “Sì”.  E secondo gli analisti la decisione finale sarà determinata dagli indecisi (18% predicono i sondaggi).

Morales ha sottolineato che il “Si” garantirebbe l’esclusione della destra dal potere. “Con Evo andiamo bene” ed “Evo è garanzia di stabilità economica”, sono gli slogan preferiti della propaganda di governo, che cercano di rafforzare la percezione del progresso della nazione da quando Morales è a capo dello Stato. Il paese andino ha 10,5 milioni di abitanti, di cui 2,6 milioni sono entrati a far parte del ceto medio dopo l'arrivo di Evo Morales al potere nel 2006. Un “decennio di oro” che, per l'opposizione, è il risultato della forte iniezione di denaro nel Paese dovuto alla vendita di gas e risorse minerarie, i cui prezzi sul mercato erano molto alti. Al tempo stesso, la Bolivia è sempre più dipendente dalle sue risorse naturali. Lo conferma il corrispondente del quotiamo El Pais, Javier Lafuente: la Bolivia è ora “vittima della malattia olandese, una sindrome economica che colpisce le aziende che improvvisamente ricevono grandi redditi e che non sanno come spenderli, finiscono per sprecarlo in opere monumentali, aumentando l'importazione di prodotti esteri e producendo bolle immobiliari. In definitiva… il modello porterà il Paese ad una crisi simile a quella del Venezuela”. Una profezia rafforzata dal calo dei prezzi del barile di petrolio.

Il futuro sembra buio: le decisioni di Evo Morales rispecchiano il percorso seguito da Hugo Chavez. Il presidente della Bolivia ha riformato la Costituzione nel 2009, quando era da tre anni al potere; sotterfugio che ha consentito la sua rielezione nel 2015, visto che la sua vittoria nel 2010 era stata la prima sotto la nuova Costituzione. Analogo stratagemma era stato usato in Venezuela Hugo Chavez nel 2000, permettendo la sua permanenza al potere fino al decesso, quindici anni dopo la sua prima elezione. Il governatore di La Paz, Felix Patzi, ha dichiarato al giornale La Tercera che Evo Morales si vuole aggrappare al potere soltanto per ambizione. Ma l’ennesima vittoria che il presidente della Bolivia attende oggi non sarà facile. Il governo è alle prese con gravi scandali di corruzione: un mese fa è stata rivelata la relazione del presidente con Gabriela Zapata (tra il 2005 e il 2007), che nel 2014 è diventata la direttrice commerciale della società cinese CAMC, firmando negli anni successivi contratti pubblici del valore di circa 560 milioni di dollari. Intanto il clima che si respira in Bolivia è teso. Sei persone sono morte durante il saccheggio della sede del comune di El Alto, governato dall’opposizione. Un funzionario del comune ha detto all’agenzia Efe che, durante gli scontri dello scorso 17 febbraio, sono stati bruciati documenti che coinvolgono ex funzionari del comune in casi di corruzione. La stampa locale ha anche pubblicato fotografie dove si vede, tra i manifestanti, un ex candidato del MAS, partito che ha governato questo comune fino al 2015.

A questo scenario difficile si aggiunge la manipolazione sfacciata dell’informazione. Lo racconta il sito periodistasenespañol.com: il governo aggrava il suo rapporto con i media, catalogandoli in “buoni o cattivi”, a seconda di quanto siano critici. Il Vicepresidente Alvaro Garcia Linera ha detto che il governo ha sospeso l'acquisto di spazi pubblicitari a quei media che sembrano “partiti politici” o che servono di supporto a politici dell'opposizione. Ad esempio la catena radiofonica Erbol, proprietà della chiesa cattolica, si trova nel mirino dopo aver denunciato l’appropriazione indebita da parte di funzionari del governo di quasi 500 milioni di dollari del Fondo Indigena.

Come il Venezuela, anche la Bolivia lotta tra “la democrazia” e “l’autoritarismo elettivo”. Una ricetta intelligentemente creata da Fidel Castro a Cuba, copiata da Hugo Chávez in Venezuela ed esportata dopo in Ecuador e Bolivia. L'ex presidente della Bolivia Jorge Quiroga ha sottolineato questa settimana che la democrazia nel Paese sta male, “perché le istituzioni sono sottoposte al potere assoluto del governo, perché la libertà di espressione è in pericolo e perché l'opposizione è perseguitata”. Sono modelli populisti e autocratici cuciti su misura, cosiddette “democrazie finte”, ma l’America Latina sta cambiando e la svolta appare inevitabile…