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Espianti forzati di organi, la vergogna della Cina

Il regime comunista cinese è colpevole di espiantare forzatamente gli organi dai corpi dei prigionieri di coscienza e dei condannati per reati di opinione, alimentando un terribile mercato clandestino di trapianti on demand. Lo ha stabilito il China Tribunal, una corte indipendente con base a Londra, dopo mesi di raccolta di prove e testimonianze.

Il regime comunista cinese è colpevole di un crimine immondo, che umilia ogni minimo criterio di umanità, che calpesta ogni minimo senso della giustizia, che potenzialmente configura un gesto genocida. È colpevole di espiantare forzatamente gli organi dai corpi dei prigionieri di coscienza e dei condannati per reati di opinione internati nel suo labirinto concentrazionario, alimentando un terribile mercato clandestino di trapianti on demand. È quanto ha stabilito lunedì 17 giugno, a Londra, il China Tribunal, una corte indipendente promossa dalla prestigiosa International Coalition to End Transplant Abuse In China.

Annunciata il 16 ottobre durante il Terzo incontro sulla raccolta di organi in Cina, svoltosi nel parlamento britannico per iniziativa di Jim Shannon, deputato nordirlandese del Partito Unionista Democratico e presidente del Gruppo interparlamentare per la libertà religiosa, l’assise popolare londinese è stata presieduta da Sir Geoffrey Nice, che fra il 1998 e il 2006 ha guidato il processo contro il despota nazionalcomunista serbo Slobodan Milošević (1941-2006).

Il Tribunal ha tenuto diverse sessioni di udienze, ha ascoltato decine di testimoni, ha consultato altrettanti esperti medici, ha esaminato ogni genere di documento e finalmente è giunto a sentenza. Al termine della prima tre giorni di udienza, il 10 dicembre, emise un giudizio ad interim. Fatto irrituale e originale, visto che i lavori della corte erano ancora in svolgimento. Ma, come ha detto Sir Nice, la messe di prove raccolte già fino a quel momento imponeva alla coscienza una presa di posizione pubblica, questa: «I membri del Tribunale sono certi ‒ all’unanimità, e oltre ogni ragionevole dubbio ‒ che in Cina siano stati praticati espianti forzati di organi da prigionieri per motivi di coscienza per un periodo considerevole di tempo, coinvolgendo un numero molto consistente di vittime».

Ora, confermato l’orrore, viene confermata anche la sentenza. Nel giudizio sintetico di condanna (la documentazione completa finale sarà resa pubblica nei prossimi giorni) la sentenza ad interim viene ripetuta e si ribadisce che ogni prova raccolta conduce a concludere una e una sola cosa: in Cina i prigionieri vengono utilizzati come riserva di organi da trapianto contro la loro volontà. Talora, dicono alcune testimonianze e confermano alcuni studi, i condannati a morte destinati al prelievo forzato sono ancora vivi al momento dell’espianto, giacché questo garantisce materiali più freschi. E assai sospetto è, a questo riguardo, il numero enorme di esecuzioni capitali eseguite ogni anno in Cina (quante siano con esattezza non si sa, poiché, come da anni ribadisce anche Amnesty International, il numero delle condanne a morte eseguito è un segreto di Stato).

Qualcuno potrebbe pensare che in realtà non sia il governo comunista il responsabile. Impossibile, precisano gli studiosi della materia: il mercato clandestino dei trapianti è così vasto, ramificato e capillare in un Paese tanto grande come la Cina che sarebbe impensabile fare tutto a) senza l’aiuto dello Stato o b) all’insaputa dello Stato-partito. Per di più, la pratica continua. Pechino nega, ma le prove sono più che evidenti. La Cina ha ammesso per la prima volta il prelievo di organi da prigionieri condannati a morte nel 2005. Dieci anni dopo ha annunciato di non aver più utilizzato organi di prigionieri dopo il 2015. Ma non vi è stata alcuna modifica delle leggi e dei regolamenti sulle donazioni di organi. E per coprirsi, addirittura Pechino ha cercato di imbonirsi il Vaticano.

Né regge l’idea che il numero enorme di organi utilizzati nei trapianti in Cina siano frutto di donazioni, come dice Pechino, appunto sostenendo che dal 2015 tutto venga oramai fatto soltanto su base volontaria. Il tempo medio di attesa per un trapianto, bassissimo, come nemmeno è negli Stati Uniti d’America, e il numero, sempre bassissimo, di donatori registrati, smentisce da sé questo ennesimo trucco.

A fronte di tutto questo, il Tribunale popolare di Londra ha invitato Pechino a discolparsi, ma ha ottenuto solo silenzio. Un’altra verità conosciutissima viene peraltro confermata in modo autorevole. Le vittime predilette dell’espianto forzato di organi sono le realtà religiose ed etniche “minoritarie” (le virgolette sono di rigore, trattandosi comunque di milioni di persone), colpevoli soltanto di non appartenere all’etnia han (quella che, senza saperlo, sottendiamo sempre quando diciamo “cinese”), e questo è il caso degli uiguri dello Xinjiang, oppure di appartenere a mondi religiosi (primo turpe “delitto”) numerosi o in crescita (secondo efferato “delitto”). È questo il caso del Falun Gong (un vasto nuovo movimento religioso cinese, fondato nel 1992 e bandito nel 1999), della Chiesa di Dio Onnipotente (il più grande nuovo movimento religioso cinese di origine cristiana, fondato nel 1991 e bandito nel 1995), e ancora degli uiguri, che sono musulmani.

Da quando il regime comunista ha dichiarato guerra al movimento (dapprima lo aveva tollerato, e forse anche favorito, ma ha mutato parere a fronte della sua crescita esponenziale e della natura intrinsecamente religiosa degli esercizi fisici che sono parte integrante dei suoi insegnamenti), il Falun Gong è stato il primo nome sulla lista degli espianti. Oggi che il Falun Gong è stato decimato, la sete di carne umana del neo-post-comunismo cinese si rivolge spesso e volentieri alla Chiesa di Dio Onnipotente e agli uiguri.

Un ultimo punto notevole è stato raggiunto a Londra dal Tribunal. Pechino è colpevole nientemeno che di genocidio. Ce ne sono i termini e le condizioni: «[…] sulla base delle prove giuridiche ricevute, il genocidio è provato in modo netto, con piena soddisfazione della Corte». Quel che resta da dimostrare «[…] è l’intento specifico di commettere genocidio». Questo però vale sempre, in tutti i casi di genocidio comprovato, anche perché tutti i genocidi dicono sempre che non ne avevano l’intenzione, e si risponde facilmente dicendo che la legge non ammette ignoranza.

Ora la palla passa alle istituzioni sovranazionali e ai governi del mondo. Se la sentirebbero di farsi fotografare con Adolf Hitler, di stringere la mano al Führer e di commerciare con il Terzo Reich il giorno dopo il processo di Norimberga?