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Elisabetta Gardini: Europa rigida sul Global Warming

Elisabetta Gardini, europarlamentare di Forza Italia (Partito Popolare Europeo) ci spiega gli obiettivi da raggiungere per contrastare il "riscaldamento globale". E le rigidità dell'Ue, che tende a imporre pianificazioni.

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Elisabetta Gardini ci accoglie nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles, un palazzo di vetro imponente, moderno, asettico e astratto, come una struttura immaginata in un film di fantascienza. Qui dentro il titolo “onorevole” scompare, come ci dice subito la Gardini, che vuole essere chiamata per nome e cognome. Siamo ben lontani dal formalismo ottocentesco misto a una simpatica confusione tipica delle istituzioni italiane. Qui siamo nel cuore della tecnocrazia europea. E l’onorevole Gardini (anzi: Elisabetta Gardini), di Forza Italia, parte del Partito Popolare Europeo, è membro di una delle commissioni più influenti per la pianificazione delle nostre vite di europei: Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare.

Alla vigilia del prossimo summit sul “cambiamento climatico”, che si terrà a Varsavia fra due mesi, l’Unione Europea è l’unico blocco che ha mantenuto la barra ferma sulla politica di riduzione delle emissioni di gas serra, ritenuti (da non tutti gli scienziati, ma dalla maggioranza di coloro che sono ascoltati dall’Onu) responsabili del Global Warming, il previsto riscaldamento globale. Anzi, come ci spiega Elisabetta Gardini, l’Ue è fin troppo rigida. L’Europa aveva puntato molto sullo stoccaggio della Co2, per “catturare” e stivare i gas serra. Ma il dibattito sta arrivando a un punto morto: «Su tutti i documenti è la tecnologia indicata come “applicata” per la riduzione delle emissioni. In realtà è ferma, perché di progetti pilota operativi ce n’è solo uno, in Germania. Tutti gli altri sono sospesi, perché la cattura della Co2 comporterebbe lo stoccaggio sotto terra. Ed è questa parte che suscita gli allarmi degli ambientalisti, che informano l’opinione pubblica e spingono i politici a porre il veto. Questa tecnologia, senza la quale non si possono raggiungere gli obiettivi prefissati, è al palo».

Quanto alle alternative: «Ho assistito ad audizioni in cui aziende private illustravano vari altri metodi di cattura e riutilizzo della Co2. Ed è questo il punto. Quando siamo andati a Washington, a parlare con i funzionari dell’Epa, l’agenzia statunitense per l’ambiente, ci siamo accorti che il loro approccio alla riduzione delle emissioni fosse completamente diverso. I nostri funzionari chiedevano “ma su che tecnologie puntate”? E loro non capivano neppure la domanda. Non puntano su alcun metodo aprioristicamente, aspettano che il migliore emerga dalla competizione fra privati. Quella che risulterà essere la più efficace e la meno costosa, sarà la prescelta. Noi, in Europa, abbiamo invece puntato sulla cattura e lo stoccaggio della Co2. E, a posteriori, ci siamo resi conto che non sta funzionando, per lo meno: non nei tempi previsti. Questo determinismo, centralista, pianificatore, è il vero limite dell’Ue: si sceglie in base allo stato dell’arte della tecnologia di oggi, ma domani lo scenario potrebbe già essere cambiato. Lo stesso vale per i biocarburanti. Il target era fissato al 10%, ma poi ci si è resi conto che i biocarburanti andavano a sottrarre risorse agli obiettivi alimentari. E allora la Commissione è riuscita, con un nuovo documento, a ridurre il target. Per le industrie, che hanno bisogno di regole certe, è un disastro».

Resta l’obiettivo generale del 20-20-20: la riduzione del 20% delle emissioni di gas serra, l'aumento dell'efficienza energetica del 20% e il raggiungimento della quota del 20% di fonti di energia alternative, entro il 2020. Ma perché: «è un target che, a causa della crisi, è stato raggiunto, se non superato». Emettiamo meno gas serra, perché siamo più poveri, dunque. Ma adesso? «Quel che non vogliamo è che, approfittando della crisi, vadano avanti politiche che vogliono aumentare le soglie degli obiettivi da raggiungere. Il documento sullo stato del “carbon market” (lo scambio di quote di emissione, ndr) è stato bocciato in commissione ambiente, perché si voleva fissare l’obiettivo da raggiungere nel 2020 al 25% di riduzione delle emissioni. La maggioranza l’ha bocciato, perché l’economia è già fragile e sarebbe ancora più danneggiata».

Per ridurre le emissioni, servono fonti energetiche che emettono meno Co2, come le centrali nucleari. In campagna elettorale, però, entrambi i partiti tedeschi hanno promesso di ridurre il numero degli impianti. Non è una contraddizione? «Sì, perché già ora, dopo aver chiuso le 8 centrali nucleari più obsolete, la Germania le ha rimpiazzate con 9-10 impianti tradizionali a gas e carbone. Le emissioni della Germania, invece che ridursi, aumentano. Però la campagna elettorale, come ovunque, è fatta di tante promesse. È evidente che, in tutta Europa, c’è un’opinione pubblica contraria al nucleare. Dopo l’incidente di Fukushima, la politica promette una riduzione o una eliminazione dell’energia atomica. Tuttavia, queste sono parole, i fatti sono altri: in tutte le proiezioni al 2050, il nucleare costituirà un terzo delle fonti energetiche. Anche perché, al momento, non esiste alcun surrogato dell’energia atomica. Le rinnovabili non assicurano continuità nella fornitura di energia ed hanno ancora prezzi non abbordabili. Quel poco che abbiamo ci aumenta il costo energetico del 17%. Piuttosto, il nucleare non è affatto un’energia ferma alle tecnologie dei decenni scorsi. La nuova generazione sarà molto sicura e potrà addirittura riutilizzare le scorie. Si stanno affermando progetti pilota di impianti piccoli. Anche in Italia continuiamo a lavorarci, a livello di ricerca tecnologica. E tagliarci le gambe in partenza, non è la scelta più saggia per noi».