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Egitto scaricato: l'ultima follia di Barack Obama

Il governo provvisorio egiziano sta attraversando un momento delicato. Ma invece di aiutarlo, il presidente Obama inizia a sabotarlo. Proprio quando, nel Paese, cresce la violenza degli jihadisti, contro il governo, ma soprattutto contro i cristiani. A cosa mira Obama?

Egitto, protesta anti-Obama

Barack Obama ha sospeso gli aiuti militari all’Egitto. È una prima (e forse non sarà l’ultima) forma di boicottaggio del governo provvisorio del Cairo. Barack Obama ha dunque fatto il contrario di quel che Robi Ronza auspicava sulle colonne de La Nuova Bussola Quotidiana. Era il momento di aiutare l’Egitto a uscire dalla sua cronica crisi economica, a stabilizzare il suo governo, a ripristinare l’ordine, con un governo libero da estremisti religiosi. Aiutare l’Egitto a diventare un modello di stabilità. Sarebbe stato saggio incoraggiare il dialogo con l’opposizione, sicuramente. Ma boicottare il governo provvisorio per rimandare al potere i Fratelli Musulmani, come sta facendo Obama, non è una politica che possa far bene all’Egitto.

La sospensione degli aiuti militari è una mossa eclatante. Presa singolarmente, è una misura relativamente limitata. È stato sospeso “temporaneamente” l’invio di nuovi elicotteri Apache, missili anti-nave Harpoon e pezzi di ricambio per carri armati. Sospesi anche aiuti economici per 300 milioni di dollari e crediti per 260. Le forze armate egiziane possono sopravvivere e combattere anche senza. Ma è da intendersi per quello che è: un segnale politico contro il governo provvisorio. La misura è temporanea, perché vincolata a nuove elezioni “libere e inclusive”. Quest’ultima parola è importante: l’unica forza politica che è stata esclusa è quella dei Fratelli Musulmani, con il loro partito Libertà e Giustizia dell’ex presidente Mohammed Morsi. Il messaggio, dunque, è chiaro: se il governo provvisorio egiziano non riammette i Fratelli Musulmani, il boicottaggio andrà avanti. Altrimenti amici come prima.

L’importanza politica degli aiuti militari statunitensi destinati all’Egitto è difficile da sottovalutare. Nel gennaio del 2011, durante la Rivoluzione di Loto, bastò paventare un giro di vite all’esercito per spodestare Mubarak. Furono gli stessi vertici militari, timorosi di perdere l’alleato americano, a invitare il vecchio dittatore ad andarsene. Un boicottaggio militare, adesso, in piena crisi economica e istituzionale, può far cadere il governo provvisorio. Può far rientrare in gioco i Fratelli Musulmani, in una posizione di forza.

È e resta difficile capire i motivi di questa decisione, anche se era stata annunciata da molto tempo. Difficile spiegarla con la crisi economica americana, con lo “shutdown” (chiusura temporanea di alcune delle attività del governo federale) e la stretta sui finanziamenti alle missioni all’estero. Tutti i servizi militari essenziali sono tuttora regolarmente foraggiati. Bloccare gli aiuti all’Egitto, il principale alleato arabo degli Stati Uniti, è una scelta politica. I vertici militari egiziani, così come il governo provvisorio al Cairo, non hanno mai messo in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti. Né hanno mai minacciato di non rispettare i patti e i trattati, a partire dagli accordi di pace con Israele. Piuttosto, sono i Fratelli Musulmani che, proprio in questi giorni, stanno gettando la loro maschera di moderatismo per mostrarsi per quel che sono: un partito estremista che non si fa scrupoli a usare la violenza per raggiungere i suoi scopi.

Il terrorismo è in crescita, direttamente legato all’insurrezione islamica. A Suez, sei soldati sono stati assassinati in un agguato. Sulla costa del Mar Rosso, vicino al paradiso turistico di Sharm el Sheik, un’autobomba ha ucciso tre poliziotti. Al Cairo, un razzo è stato lanciato contro un quartiere dell’alta borghesia, fortunatamente senza provocare vittime.

La violenza religiosa contro i cristiani è particolarmente grave. I Fratelli Musulmani considerano il papa copto Tawadros II alla stregua di un “collaborazionista” del nuovo regime e del golpe che ha cacciato Morsi dal potere. Il 30 settembre, un gruppo di fuoco ha cercato di assassinare il vescovo Makarius, danneggiando gravemente la sua auto, ma non riuscendo ad ucciderlo. A metà del mese scorso, a Sahel Selim, due impiegati pubblici di religione copta sono stati assassinati da terroristi islamici perché non pagavano la “jizya” la tradizionale tassa di sottomissione all’islam. La jizya non esiste nella legge egiziana. È implementata dalle milizie islamiche che vogliono restaurare il Califfato e imporlo ai non musulmani.

L’aggressione contro le proprietà dei cristiani e i loro luoghi di culto è sistematica. Chiese, negozi, auto, abitazioni dei cristiani copti sono stati i più colpiti dai vandalismi nel corso di tutte le manifestazioni, da giugno ad oggi. Il 13 settembre, dopo aver occupato una chiesa evangelica a Minya, i militanti dei Fratelli Musulmani l’hanno trasformata in moschea, giusto per far capire quali siano le loro intenzioni nei confronti della minoranza cristiana.

Questi sono i violenti che il governo egiziano deve affrontare in questi ultimi mesi. Obama, tuttavia, non ha mai speso una sola parola contro i soprusi degli islamici. In compenso, da ieri, ha iniziato a boicottare il governo provvisorio. È una chiara scelta di campo di Obama. Ed è l’ennesima politica destabilizzatrice della sua amministrazione.