• I SETTE CRITERI DI NEWMAN

Ecco quando la dottrina si sviluppa e non si corrompe

Nella seconda parte del Saggio sullo Sviluppo della Dottrina Cristiana, il beato John Henry Newman elenca sette criteri che permettono di distinguere un autentico sviluppo della dottrina da una corruzione della stessa. Newman ricorda che lo sviluppo è il segno di un organismo sano, vivo, mentre invece la corruzione “è la disgregazione di ciò che è vivente, che prelude alla sua fine”. Sia nel caso dello sviluppo, che in quello della corruzione si verificano delle modifiche, ma è evidente che solo nel primo caso tale cambiamento è buono, mentre nel secondo esso “è la fase preparatoria della sua dissoluzione”. Vediamo le sette caratteristiche che deve avere. 

Nella seconda parte del Saggio sullo Sviluppo della Dottrina Cristiana, il beato John Henry Newman elenca sette criteri che permettono di distinguere un autentico sviluppo della dottrina da una corruzione della stessa. Newman ricorda che lo sviluppo è il segno di un organismo sano, vivo, mentre invece la corruzione “è la disgregazione di ciò che è vivente, che prelude alla sua fine”. Sia nel caso dello sviluppo, che in quello della corruzione si verificano delle modifiche, ma è evidente che solo nel primo caso tale cambiamento è buono, mentre nel secondo esso “è la fase preparatoria della sua dissoluzione”. 

Il primo criterio di uno sviluppo autentico è la permanenza di un unico tipo. Ogni organismo vivente infatti subisce delle modifiche, anche molto marcate (si pensi all'embrione, poi al bambino e quindi all'uomo adulto), tali da non permettere di riconoscerlo in un primo momento, ma esso permane nella propria natura, non cambia “specie”. Newman cerca di chiarire richiamando un'affermazione tratta dal Commonitorium di San Vincenzo di Lérins: “Imiti la religione dell'anima le leggi del corpo, il quale si sviluppa con gli anni e raggiunge le sue proporzioni normali, ma resta sempre identico a quel che era”. Il criterio permette, per esempio, di capire la condanna dell'archeologismo da parte di Pio XII. Il Papa metteva infatti in guardia dalla pretesa di voler ritornare ad un presunto cristianesimo delle origini, ad un'utopica liturgia delle origini, e così via. Un conto è attingere sempre nuovamente alle sorgenti, abbeverarsi ad esse, perché in fondo la stabilità di un albero sta proprio nella profondità delle sue radice; altro è invece voler togliere quanto è l'esito del naturale sviluppo di qualcosa, con la scusa di voler tornare alle origini. Altro è potare un albero e altro è pensare di poter tornare al seme... E' inoltre di fondamentale importanza il mantenimento della struttura d'insieme, che permette di comprendere le singole definizioni nel modo corretto, perché può accadere – ed è accaduto – che queste verità vengano staccate dal loro corpus, finendo così per assumere un significato del tutto differente.

Il secondo criterio è la continuità dei principi. Anzitutto Newman precisa che un principio non è una dottrina, un enunciato preciso, ma è ciò che genera una o più dottrine e ciò che, in qualche modo, le mantiene “vive”. Il principio è qualcosa che sta alla base della dottrina, e che rimane, per così dire, inespresso. Per esempio, il principio sacramentale, per il quale la relazione dell’uomo con Dio è mediata da Cristo, sacramento del Padre, dalla Chiesa, sacramento di Cristo, e dai sette sacramenti, non è un dogma, ma è alla base di diversi dogmi. Così spiega Newman: “Una dottrina senza il suo principio corrispondente è sterile o addirittura priva di vita... Oppure dà luogo a quelle vuote professioni di fede che familiarmente sono dette 'ipocrite'... D'altra parte, un principio senza la dottrina corrispondente può essere considerato tipico... dei 'figli di Dio che si trovano nella dispersione'”.

La dottrina senza il principio è come un albero senza linfa: abbiamo l’idea, ma essa è morta; mentre il principio senza dottrina è come la linfa senza l’albero: essa è vitale, ma non dà vita a nulla di concreto. Tra i principi cattolici che Newman elenca, il primo è il principio del dogma, secondo il quale le formulazioni dogmatiche sono sì imperfette, perché imperfetto è il linguaggio umano, ma sono “definitive e necessarie, perché ci sono state date dal cielo”.

Il potere di assimilazione: un organismo vivente assorbe ed assimila le sostanze attorno a sé; pensiamo alle basilari funzioni vitali del mangiare, del bere, del respirare,... Per quanto riguarda lo sviluppo delle idee, Newman fa notare che la vitalità di un nuovo principio “si misura da questo potere di espansione che non introduce né il disordine né la dissoluzione”. Infatti, l'eresia altro non è che qualcosa che l'organismo riconosce come non assimilabile, o come non-self, e perciò viene aggredito e rigettato. Secondo Newman, la verità dogmatica è in grado di assimilare la verità, ovunque essa si trovi, ma precisamente come movimento che attrae a sé ciò che è esterno, lo esamina, lo mastica, lo digerisce in diversi passaggi e quindi lo assimila, espellendo ciò che non serve.

La fede, in questo senso, giudica il mondo. Questo processo di assimilazione si può presentare come qualcosa di “violento”, come accaduto durante l'incontro-scontro tra il cristianesimo e le sette pagane: “Se il cristianesimo fosse stato della loro tempra, si sarebbe dissolto in loro. Ma aveva, invece, il possesso della verità che conferiva al suo insegnamento una gravità, una precisione, un rigore e una forza sconosciute alla maggior parte dei suoi antagonisti. Il cristianesimo non poteva chiamare male il bene e bene il male, perché era consapevole della diversità dell'uno dall'altro. Non poteva considerare di poco peso ciò che era così importante... Quindi, nell'urto, il cristianesimo fece a pezzi i suoi antagonisti e se ne divise le spoglie”. L’assimilazione, perciò, è il contrario di un processo di dissoluzione della propria identità nel mondo, e non ha nulla a che vedere con l’adattamento alla moda di turno o alla ricerca di un quieto vivere. L’assimilazione è spesso passata, nella storia della Chiesa, per il martirio.

Quarto criterio: la sequenza logica. Newman chiarisce subito che lo sviluppo non può non esprimersi con categorie logiche; e questa dimensione logica dev'essere mantenuta, anche se questa può dare origine a dei razionalismi, o anche se in questo sviluppo si può incappare in errori.

L'aspetto logico non è dunque incompatibile con la fede, e l'argomentazione razionale sempre più sviluppata non significa affatto un allontanamento dalla fede genuina e dalla semplicità del Vangelo: “Così i santi Apostoli avevano la conoscenza inespressa di tutte le verità che riguardano le dottrine più alte della teologia, che successivamente i controversisti hanno piamente e caritativamente tradotto in formule e sviluppato a mezzo dell'argomentazione”. Proprio questa sequenza logica che si sviluppa nel tempo è una sorta di cartina tornasole per riconoscere un autentico sviluppo: “Una dottrina, che viene professata, dopo un lungo lasso di tempo, da una filosofia o da una religione, è quasi sicuramente un vero sviluppo e non già una corruzione, nella misura in cui essa si presenta come il risultato logico del suo insegnamento originario”.

Il quinto ed il sesto criterio possono sembrare in antitesi, mentre invece mostrano che proprio il radicamento nella tradizione permette di essere profetici e che la profezia è autentico radicamento nella tradizione. Essi sono rispettivamente l'anticipazione dello sviluppo futuro e l’azione conservativa sul passato. Il primo è una chiara conseguenza di uno sviluppo autentico. Accade infatti spesso che, a posteriori, si dica di un uomo che aveva già una certa caratteristica fin da bambino, che aveva fatto intuire, sebbene non in modo preciso, quello che sarebbe divenuto da adulto. Anche riguardo alle idee, Newman rileva che “può accadere di trovare fin dagli inizi indizi, per quanto imprecisi ed isolati, di uno sviluppo posteriore”; pertanto “allorché ci si imbatte in questi indizi precoci e reiterati di tendenze che troveranno piena realizzazione solo più tardi, ciò costituisce una specie di prova che le realizzazioni posteriori e più sistematiche sono in armonia  con l’idea originaria”. Se il “post” era prefigurato del “pre”, allora il “post” conserva tutte le tappe precedenti dello sviluppo, senza mai entrare in rottura con esse: “come gli sviluppi che sono anticipati da precisi indizi ci inducono a presumere della loro verità, così quelli che altro non fanno se non contraddire e sovvertire la dottrina che si è precedentemente sviluppata e da cui essi procedono, sono certamente delle corruzioni”. Questo non significa che il vero sviluppo si limiti a ripetere gli sviluppi precedenti; al contrario esso può, e in un certo senso deve essere “qualche cosa al di là di essi”. Però “le aggiunte che vi apporta illuminano, non oscurano, corroborano, non correggono il corpo di pensiero da cui nascono”.

L’ultimo criterio di un vero sviluppo è il vigore perenne. Newman invita a riflettere sul fatto che quando un organismo si corrompe, questo processo può avvenire con una certa veemenza, ma è certamente di breve durata, perché il suo esito è la dissoluzione. Il vero sviluppo ha la forza della pazienza e perdura; il falso sviluppo non può durare a lungo: anzi, “quanto è peggiore, tanto più sarà breve”. Perciò “la durata è un altro criterio per caratterizzare un autentico sviluppo”. Newman infatti ricorda che “tre anni e mezzo sono fissati perché si compia il regno dell’Anticristo”: un tempo fissato, non di più; ed anche breve, per quanto possa sembrare non terminare mai. Il che è molto confortante.