• LA STRATEGIA

Ecco come i Radicali usano il dolore per l'eutanasia

La marcia verso l'eutanasia di Stato non si fermerà con la morte di Dj Fabo. La strategia Radicale e dell'associazione Luca Coscioni dal 2012 ha messo a sistema una macchina lobbistica inarrestabile. Fatta di casting macabri alla ricerca di malati terminali, appelli, testimonial vip, incontri istituzionali e oltre 200mila euro raccolti per la causa. E soprattutto di numerose autodenunce alla magistratura che Cappato spera di sfruttare, perché un arresto "esemplare" serve alla causa e costringe la politica a scendere a patti. 

 

-E I MEDIA TIFANO PER LA MORTE DI STATO di Benedetta Frigerio

-AVVENIRE E IL DOVERE DI DIRE QUALCOSA di Renzo Puccetti

La comunicazione è tutto e i Radicali lo sanno bene. Per portare a termine la campagna a favore della legalizzazione dell’eutanasia quella comunicativa è la principale strada. La morte in Svizzera di Fabiano Antoniani non è un caso isolato, non è il primo e non sarà l’ultimo perché dietro la storia tragica di Dj Fabo c’è una precisa strategia che si serve di una vastissima campagna d’opinione, che martella e usa testimonial dal volto famigliare per affermare il principio della “buona morte”. Soldi e testimonial, storie drammatiche e incursioni parlamentari fatte di petizioni, disobbedienza civile e soprattutto la realizzazione di un intergruppo parlamentare che chiede l’eutanasia. Perché è sempre stata questa la “forza” dei Radicali: convogliare attorno a sé una trasversalità di posizioni tale da esercitare una pressione di tipo lobbistico formidabile. Consapevoli che la battaglia si fa sul piano culturale, quella politica parlamentare verrà col tempo.

E Dj Fabo è stata l’ultima vittima sacrificata sull’altare. Coinvolto e portato come un vessillo, ma guai a avanzare il sospetto che anche il povero Fabo, morto lunedì mattina alla clinica Dignitas in Svizzera sia stato usato. Chi mai gli avrà detto, di tutti coloro che si battevano per la sua morte, che la sua vita era importante perché comunque anche in quel corpo sofferente si rifletteva un raggio di quell’amore a cui tutti aspiriamo?

Nessuno. Una delle caratteristiche delle storie-manifesto eutanasiche è quella di non entrare nel merito delle scelte: se lo decide lui, va bene. Perché il corpo è mio. Invece no. Tra l’impedire ad un essere umano di darsi la morte e assecondarlo aiutandolo e persino accompagnarlo in Svizzera c’è un universo di sfumature attraverso le quali scoprire che la vita ha un valore indipendentemente dalla sua misurabilità secondo standard eugenetici.

E’ un piano articolato e diabolico, che parte da lontano e che ha bisogno di soldi. Il sito www.eutanasialegale.it racconta della campagna iniziata nel 2012 dai Radicali e dall’Associazione Luca Coscioni. Vi si trova tutto: le strategie, le azioni di pressione, persino la storia di quella che a tutti gli effetti si può chiamare la lobby eutanasiaca. L’obiettivo è quello di approvare una legge sull’eutanasia. Una legge in cui venga messo nero su bianco che “il trattamento eutanasico rispetti la dignità del paziente e non provochi allo stesso sofferenze fisiche”.

Tutto nasce il 4 ottobre 2012 con una campagna choc: “A.A.A. Cerchiamo malati terminali”. Si va subito al cuore dell’obiettivo. Per affermare la cultura della morte non bastano i testimonial e gli agganci politici, ma ci vuole anche la partecipazione attiva di loro, i protagonisti. Chiunque sia in uno stato di sofferenza derivato da una diagnosi di malattia, non importa se ancora allo stadio embrionale. Comincia così, con una pesca a strascico di storie, con un casting macabro e diabolico l’avventura di Eutanasialegale.it, che in poco tempo diventa in principale motore in mano ai Radicali per scardinare il sistema.

Servono dunque storie, servono persone in carne ed ossa che ci mettano la faccia. Persone a cui nessuno nel sito dice che la loro vita va bene anche così, che è comunque vita. No. Nessuno si può permettere di sindacare quello che una persona pensa sul proprio dolore. La loro sofferenza viene così prelevata per la causa, donata in pasto agli organi di informazione e condita di sentimentalismo e pietismo. Non c’è alcuno sguardo sulla realtà, nessun anelito su che cosa sia una vita. Tutto, anche l’interrogativo più profondo sull’esistenza, è “sequestrato” come un bando di coscrizione volontaria per il fine ultimo. Il dolore? Da cancellare; la sofferenza? Non ha alcun senso. Gli affetti? Non sono importanti quanto la propria esistenza.

Tempo pochi mesi e la macchina è già al lavoro. Alla fine del 2012 il leader Radicale Marco Cappato accompagna Piera, una donna veneziana, in Svizzera, nella stessa clinica dove è morto Fabo. La sua è stata la prima storia ad essere raccontata sul portale. La donna è malata terminale di cancro al fegato e nel breve video si chiede: “A che cosa serve la mia sofferenza? A chi interessa il mio dolore?”. Domande decisive, domande di senso, le più alte che un essere umano possa farsi. Ma il video si chiude così, con la consolante promessa che una volta arrivata in Svizzera “mi daranno da bere una bibita e mi addormenterò. E basta”. Sul sito non si trova traccia di un tentativo di ripensamento. Nessuno dice a Piera: “No Piera, la tua sofferenza ha un senso nel mistero. E’ un sacrificio che testimonia come Dio stia parlando attraverso te al cuore di tutti. Perché il tuo dolore, così come la tua persona, valgono e nel mistero della croce che vivi è racchiuso il senso della tua e della nostra salvezza. Niente di tutto questo. Il grido di dolore non è accompagnato, è muto.

E’ la stessa tecnica utilizzata nel servizio delle Iene in cui di fronte al fermo proposito di Dj Fabo di lasciare “questa vita che non è vita” nessuno abbia cercato di farsi prossimo dicendo che questa vita ha un valore immenso. L’uomo resta così solo, in balia del suo dolore e dell’angoscia che esso comunica sordo.

Cappato si recò così in Svizzera, sapendo perfettamente che sarebbe potuto andare incontro a grane giudiziarie. Ma che non si verificarono mai.

“Piera, rispondendo all'appello contenuto nella campagna "A.A.A. Cercasi malati terminali", si rivolse a Marco Cappato chiedendo di essere accompagnata alla clinica facendolo dunque esporre a ripercussioni penali che a tutt'oggi non si sono verificate”. Il Radicale disse: "Sono pronto ad assumermene la responsabilità, anche per il futuro, aiutando chi ce lo chiederà. Voglio e vogliamo, come Radicali, denunciare lo scandalo di una legislazione che produce eutanasia clandestina o esilio della morte, per chi riesce ad ottenerli”.

Nel dicembre 2015 Cappato annuncia: "Ho aiutato Dominique Velati ad andare in Svizzera". Le ha pagato il biglietto del treno. Dominique era una militante radicale di 59 anni. Anche qui il Radicale andò ad autodenunciarsi. Non accadde nulla.

Quindi ci sono già numerosi precedenti. Ieri Cappato con grande teatralità ha deciso di autodenunciarsi per la terza volta per aver accompagnato Fabo all’appuntamento con la morte, ma forse sa già che non accadrà nulla. Non accadde nulla per Piera e il sito ci tiene a rimarcarlo quasi a voler sfidare il sistema mediatico-giudiziario. E se dovesse accadere, l’arresto, meglio così. Perché una volta creato il caso giudiziario e “sbattuto” il mostro in prima pagina, si potrà poi passare alla fase due: la fase della liberazione che prevederà appelli incessanti e martellanti. Accadde così anche per Emma Bonino quando si fece arrestare per le battaglie sull’aborto. E accadde ad altri Radicali per la causa della Marijuana libera.

In fondo, farsi arrestare non è altro che un tassello della strategia. Con Piera e Dominique rimase tutto lettera morta e per certi versi la loro vicenda fu come “sprecata” perché non portò a nessuna conseguenza politica. Con il caso di Fabo sarà diverso? Ci vuole un altro caso, ci vuole altra carne da macello. Prima di Fabo Eutanasialegale si era occupata di altre storie come quella di Max Fanelli, che sospese le cure in segno di protesta e scrisse a Mattarella. Il Capo di Stato gli rispose pilatesco, come tipico degli esponenti del cattolicesimo sociale: “Spetta al legislatore affrontare la questione, ma auspico che le Camere possano avviare al più presto ad una approfondita riflessione su temi così importanti". Che porti dove? A quale approdo? Non si sa, però intanto l’onda monta.

Oppure il caso di Walter Piludu, ex presidente della Provincia di Cagliari, che nel luglio scorso ottenne una storica sentenza per la “legittimità della richiesta di pretendere dai sanitari coinvolti il distacco dei presidi medici per il sostegno vitale, compresa la ventilazione assistita”. Morì poco dopo.

In mezzo molti interventi istituzionali. Come quello della presidente della Camera Laura Boldrini: “Quello dell'eutanasia è un tema su cui dobbiamo dare delle risposte”. Che tipo di riposte? Presto detto: “Un segnale di attenzione verso le persone come lei”, dice rivolgendosi a Fanelli. Il senso, implicito è chiaro.

Più esplicito invece il presidente della Repubblica “emerito” Giorgio Napolitano, già tristemente noto alle cronache per il caso Englaro. "Il Parlamento non dovrebbe ignorare il problema delle scelte di fine vita ed eludere un sereno e approfondito confronto di idee sulle condizioni estreme di migliaia di malati terminali in Italia", scrive proprio all’associazione Luca Coscioni.

Il pezzo forte sono i video appelli vip. Se ne trovano diversi negli anni. Il più esaustivo è quello dell’appello ai Senatori e Deputati dove a metterci la faccia sono un po’ tutti: Marianna Aprile, Corrado Augias, Luca Barbarossa, Marco Bellocchio, Emma Bonino, Marco Cappato, Maurizio Costanzo, Rosanna D'Antona, Filippo Facci, Vittorio Feltri, Corrado Fortuna, Filomena Gallo, Giulia Innocenzi, Selvaggia Lucarelli, Marco Maccarini, Mara Maionchi, Neri Marcorè, Gianni Miraglia, Aldo Nove, Paolo Mieli, Marco Pannella, Rocco Papaleo, David Parenzo, Platinette, Roberto Saviano, Michelangelo Tagliaferri, Umberto Veronesi, Alessio Viola, Mina Welby.

A dare supporto alla causa ci si mette anche Vasco Rossi che dona “alla campagna” una delle sue canzoni più belle: Vivere. Perché? Perché ad un certo punto dice: “Oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento”. Pensava all’eutanasia il Blasco quando scrisse il testo? Certo che no, sennò come giustificare il successivo ...e pensare che domani sarà sempre meglio, ma per la causa si fa questo e altro.

Tutto è incentrato nel muovere a pietà, in un rovesciamento diabolico di schemi e verità. Come la campagna 2017 dove si vede un malato ormai morto con le spine finalmente staccate e il Cristo alle pareti che si protende per sorreggerlo. Immagine dal chiaro significato evocativo: è questo il vero Cristianesimo, quello che muove a pietà e pone fine alla vita dell’uomo tramite un altro uomo.

La svolta negli ultimi mesi. Inizia la discussione in commissione sui numerosi testi presentati per l’Eutanasia. La lobby esulta. Il 7 dicembre 2016, mentre Renzi saliva lo scalone di rappresentanza del Quirinale per dimettersi, la Commissione Affari Sociali della Camera deliberava l'adozione del testo base sul testamento biologico così come uscito dal Comitato ristretto presieduto dalla relatrice Lenzi (PD). Il testo unificato viene definito da Filomena Gallo e Marco Cappato, segretario e tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, una "buona base di partenza" anche se "il vero pericolo è che tutto sia vanificato dallo scioglimento del Parlamento stesso".

Ma per questo pericolo non c’è problema: il nutrito intergruppo parlamentare che va da Sel ad alcuni esponenti della Lega Nord e che ha sostenuto la campagna, non lo permetterà. Forse ci vorranno altri Fabo, ma il grido di battaglia è lanciato e sarà difficile fermare una lobby diventata ormai potentissima e molto ben addestrata. Anche materialmente. Ad oggi le donazioni pervenute ad eutanasialegale sono arrivate a quota 188mila euro. Per il buon esito della campagna ne servono 200mila. In effetti manca poco.