• AVEVA 95 ANNI

È morto Mugabe, il dittatore di cui non conviene parlare

È deceduto ieri, nel suo esilio a Singapore, Robert Mugabe. Prima di essere destituito dall’esercito, ha guidato lo Zimbabwe per 37 anni, vivendo tra lussi e sfarzi vari. Ha fatto crollare la produzione agricola, impoverito un Paese prospero e sterminato migliaia di avversari. Ma dei danni suoi e del suo modello comunista, in Italia, non si parla. Perché all’ideologia non giova.

Robert Gabriel Mugabe è morto il 6 settembre all’età di 95 anni. Ha guidato il suo Paese, lo Zimbabwe, per 37 anni, dal 1980 come primo ministro e dal 1987 come presidente della Repubblica, carica che ha ricoperto fino a quando nel 2017 è stato destituito dall’esercito. È deceduto a Singapore dove si trova una delle sue proprietà.

Possedeva anche un castello in Scozia e una villa a Hong Kong, messa in vendita lo scorso gennaio. Mugabe se l’era regalata nel 2009 per il suo 85° compleanno, pagandola 7,6 milioni di dollari. Quell’anno per festeggiare aveva fatto organizzare un ricevimento sontuoso. Gli ospiti erano stati ricevuti a una mensa ricca di 2.000 bottiglie di champagne Moet & Chandon e Bolliger, annata ‘61, 8.000 aragoste, 4.000 porzioni di caviale.

L’anno successivo la festa era stata ancora più ricca e quella per i suoi 91 anni ha superato tutte le precedenti per opulenza. Il menu per i 20.000 invitati comprendeva piatti di carne speciali: due elefanti, due bufali, due antilopi nere, cinque impala e un leone erano stati uccisi e cucinati per il banchetto. “È semplicemente raccapricciante”, aveva commentato uno degli invitati, un funzionario occidentale: “È come se fossero o completamente ignari di ciò che sta accadendo nel loro Paese o completamente sordi e semplicemente disinteressati”.

Il funzionario si riferiva alla crisi economica che da anni attanagliava il Paese: un tempo “gioiello della Corona britannica”, colonia tra le più prospere e promettenti, dopo l’indipendenza ridotto in pochi anni in bancarotta da corruzione e politiche economiche e sociali dissennate, culminate nel 2000 nell’ordine di confisca delle grandi fattorie, per lo più di proprietà di cittadini bianchi. Il pretesto era una riforma agraria per rimediare al fatto che così tanti terreni agricoli fossero proprietà di poche decine di migliaia di persone a scapito del resto della popolazione. L’effetto immediato è stato il crollo della produzione agricola e il completo tracollo dell’economia nazionale. Quelle terre  in parte sono state donate a personalità politiche e ad alti funzionari, che per lo più le hanno lasciate incolte, e in parte sono state divise in piccoli appezzamenti affidati a famiglie molte delle quali incapaci di farli rendere: decine di migliaia di braccianti agricoli trasformati in proprietari ma in grado solo di una produzione di sussistenza.

Mentre Mugabe festeggiava i suoi compleanni, nel Paese un tempo granaio dell’Africa australe, esportatore di tabacco e di altri prodotti pregiati, quattro milioni di persone (un terzo della popolazione) erano ridotte a dipendere dalla carità internazionale. Un tasso di inflazione mai registrato prima aveva fatto lievitare il prezzo dei generi di base. Una pagnotta di pane era arrivata a costare anche 100 miliardi di dollari zimbabwani e 20 miliardi un sacchetto di zucchero.

Altri tre milioni di abitanti sono fuggiti all’estero, cercando scampo non solo alla povertà estrema, ma anche alla repressione violenta esercitata senza ritegno dal regime per contenere il dissenso. Fin dall’inizio, d’altra parte, Mugabe si era dimostrato spietato, pronto a tutto. Il consolidamento del suo potere, nel 1980, è costato lo sterminio di oltre 20.000 Ndebele, l’etnia del suo rivale politico, Joshua Nkomo, mentre Mugabe era uno Shona. L’acclamato padre fondatore della patria, il leader liberatore dal giogo coloniale, in pochi mesi si era rivelato un dittatore privo di scrupoli, di quelli contro i quali durante le manifestazioni di protesta - com’è successo anche in altri Stati africani - i partecipanti  esibivano cartelli con su scritto: “Quando finisce questa indipendenza?”.

Stati Uniti e Unione Europea hanno cercato senza successo di impedire le violazioni dei diritti umani commesse dal regime imponendo sanzioni al presidente e ai suoi più stretti collaboratori. Tra questi, a partire dal 1996, c’era anche la seconda moglie, Grace, che per le sue spese sfrenate è stata soprannominata First Shopper, Gucci Grace e persino DisGrace. Alla fine Grace è stata davvero la DisGrazia del marito. La crisi politica all’interno del loro partito, lo Zanu-Pf, è nata perché le leve più giovani stavano tentando di sostituire lei al vecchio leader e gli anziani del partito hanno reagito riuscendo con il sostegno dell’esercito a prendere il sopravvento.

Mugabe ha provocato la morte non di decine di migliaia, ma di centinaia di migliaia di connazionali: oltre a quelli uccisi, tutti quelli morti di stenti, malattie, disperazione. È andato in esilio dopo aver rovinato il suo Paese, aver spento  ogni speranza, privato del futuro generazioni di giovani (la disoccupazione si stima all’80-90% nelle campagne e oltre il 40% nei centri urbani). Quel giorno la gente ha fatto festa. Ma la nuova leadership non voleva cambiare modo di governare, voleva essere lei a farlo.

La situazione dello Zimbabwe, a distanza di due anni, resta critica e inoltre l’attuale presidente usa le stesse misure repressive di Mugabe. Si chiama Emmerson Mnangagwa, detto il Coccodrillo. D’altra parte, per anni è stato il suo delfino.

In Italia, dello Zimbabwe non si parla. I suoi giovani non emigrano clandestinamente in Italia. E poi Mugabe e le vicende del suo sfortunato Paese non si prestano a essere usate ideologicamente. Non si può dire che la colpa sia dell’Occidente e del suo “sciagurato” modello di sviluppo perché Mugabe scelse lo schieramento e il modello comunisti; non si può dare la colpa alla colonizzazione europea perché ha lasciato il Paese in floride condizioni. Tanto meno si può, come è tanto in voga da qualche tempo, accusare la Francia e il sistema monetario del Franco Cfa. Parlarne non serve a niente.