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È il Mali il nuovo Afghanistan

Una decina di soldati maliani uccisi e altrettanti feriti da mine e ordigni improvvisati seminati dai jihadisti lungo le piste sabbiosa del nord. Un solo ferito invece nelle due azioni suicide compiute negli ultimi due giorni. Indizi inquietanti di una guerra che si annuncia decisamente lunga.

Mali

Una decina di soldati maliani uccisi e altrettanti feriti da mine e ordigni improvvisati seminati dai jihadisti lungo le piste sabbiosa del nord. Un solo ferito invece nelle due azioni suicide compiute negli ultimi due giorni contro posti di blocco militari a Gao (dove altri due terroristi pronti al martirio sono stati arrestati), forse perché i kamikaze di Ansar Dine sono ancora alle “prime armi” e non hanno ancora appreso alla perfezione gli insegnamenti dei “veterani” inviati nel Sahel da al-Qaeda.

Basterebbero questi due elementi a far assomigliare il Malì all’Afghanistan dopo appena un mese dall’inizio dell’offensiva francese che ha cacciato (non annientato) i jihadisti di al-Qaeda nel Maghreb e i tuareg di Ansar Dine e Mujao.
Miliziani fuggiti nell’estremo nord oltre Kidal, nel deserto lungo un confine che l’Algeria ha annunciato di aver chiuso, ma non certo sigillato lungo i suoi mille chilometri di estensione. Nonostante i raid aerei francesi degli ultimi giorni è probabile che il grosse delle forze islamiste abbia trovato rifugio nei contrafforti rocciosi dell’Adrar dove snidarli sarà un’operazione lunga e difficile se a farlo verranno inviati i soldati francesi e ciadiani (esperti della guerra nel deserto), probabilmente impossibile se un’operazione del genere venisse affidata alle raffazzonate forze maliane o ai 6 mila africani in arrivo nel Paese.

Vinta la fase convenzionale del conflitto sarà ora più arduo stabilizzare il Paese e stroncare guerriglia e terrorismo che si stanno sviluppando nelle aree dove si registra la presenza di arabi e tuareg, comunità che stanno già subendo rappresaglie da parte dei governativi maliani.
Al conflitto contro i jihadisti si sovrappone poi la richiesta di autonomia della regione di Kidal formulata dai miliziani tuareg laici del Movimento nazionale di liberazione dell'Azawad (Mnla). Richiesta respinta informalmente dall’esercito del Malì e poi stroncato dall’ordine di arresto emesso da Bamako contro i leader di tutti i movimenti presenti nel nord senza distinguere tra i tre islamisti e l’Mnla.

I procedimenti riguardano in particolare il segretario generale del Movimento nazionale di liberazione dell'Azawad (Mnla, guerriglia tuareg), Bilal Ag Acherif, e il capo di Ansar Dine (Difensori dell'Islam), Iyad Ag Gahly, oltre che dei responsabili di al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) e del Movimento per l'unicità e la jihad nell'Africa occidentale (Muajo). Una decisione che rischia di costringere gli indipendentisti tuareg laici a rinsaldare i legami con i qaedisti complicando ancora di più le cose sul piano politico e militare.

Anche perché le autorità di Bamako hanno già i loro problemi a gestire la situazione interna visto che permangono le tensioni tra il grosso dell’esercito e i paracadutisti fedeli (per appartenenza tribale) all’ex presidente Amadou Toumani Toure, scontratisi anche nei giorni scorsi nella capitale provocando un morto e diversi feriti. In un contesto simile, che sul piano militare richiederebbe il mantenimento di truppe specializzate nella contro-insurrezione nel Nord del Malì, i francesi hanno già annunciato per marzo l’inizio del ritiro delle forze dell’operazione Serval. Resteranno in Malì unità d’élite e probabilmente aerei ed elicotteri francesi ma da aprile i compiti di sicurezza dovrebbero ricadere su una nuova missione dell’ONU, richiesta al Consiglio di Sicurezza proprio dalla Francia e nella quale con fluiranno anche i contingenti africani.

Il Dipartimento del peacekeeping (Dpko) del Palazzo di Vetro è però consapevole dei limiti operativi di queste truppe e del fatto che per ragioni etniche non sono impiegabili nella regione abitata dai tuareg. Per questo gira voce che il Dpko abbia già inviato richieste informali di disponibilità a molti Paesi europei (Italia inclusa) sondandoli circa l’invio di contingenti militari da schierare soprattutto tra Kidal e il confine algerino.

Meglio che a New York non si facciano illusioni circa le risposte dei Paesi Ue. Finora non sono riusciti a fornire ai francesi nulla di più di una decina di aerei cargo in supporto alle operazioni logistiche ed è difficile immaginare che siano pronti a inviare i propri soldati a combattere terroristi e jihadisti con il rischio di trovarsi coinvolti nella guerra civile maliana. La Ue ha inviato sabato a Bamako i primi 70 dei 200 istruttori destinati ad addestrare quattro nuovi battaglioni locali nei prossini 15 mesi. Difficile aspettarsi di più dall’Europa.