• POTERE ESECUTIVO

Due anni di Renzi, un primo bilancio

Unioni Civili e non solo: il dibattito sulla Cirinnà spacca il Pd e monopolizza l'attenzione. Offuscando così il bilancio dei primi due anni di governo Renzi. Il maggior successo del renzismo si è registrato nelle elezioni europee del 2014. Ma la fiducia degli italiani tiene? Lo si vedrà nel prossimo referendum costituzionale.

Matteo Renzi

Il governo Renzi oggi festeggia il suo secondo compleanno. E’ il sessantatreesimo governo della storia repubblicana. Ieri, durante l’assemblea nazionale del Pd, il premier ha rivendicato con orgoglio i successi del suo esecutivo e ha rispedito al mittente le critiche rivoltegli da Mario Monti e dagli altri suoi predecessori più recenti, Letta e Berlusconi.

Ma Renzi ha le sue gatte da pelare. Una in particolare: quella delle unioni civili. Ieri ha addirittura ipotizzato di porre la questione di fiducia su un emendamento governativo che possa mettere d’accordo Pd, Ncd-Area popolare, Scelta civica e verdiniani e che consenta di condurre in porto l’approvazione del ddl Cirinnà, ma con lo stralcio delle adozioni. Su questa eventualità, però, rischia di spaccare il suo partito. Sia la minoranza dem, per bocca di Roberto Speranza, sia Sinistra italiana hanno ribadito la loro contrarietà: “Niente stralcio, la legge va votata così com’è, anche per quanto riguarda l’art.5”.

Sulle unioni civili la convergenza tra i partiti della maggioranza sembra ampia, ma la spaccatura sulla stepchild adoption è altrettanto netta e il premier non vuole rischiare: meglio portare a casa la legge sui diritti dei conviventi di fatto, anche omosessuali, senza mettersi nelle mani del Movimento Cinque Stelle, che sembra fare il doppio gioco e non garantire il voto compatto su quel provvedimento.

Se prevalesse l’idea renziana di rinsaldare l’asse di governo approvando con i voti dell’esecutivo la legge sulle unioni civili, da una parte l’ex sindaco di Firenze si tranquillizzerebbe sul versante dei rapporti con i centristi, dall’altro rischierebbe di acuire le spaccature interne alla sinistra, il che, in vista delle elezioni amministrative, potrebbe costargli caro. Dalla convention di Sinistra italiana, ieri a Roma, è partito un monito preciso all’indirizzo di Palazzo Chigi: le adozioni sono parte integrante della legge e se il governo ci rinuncia la rottura è inevitabile.

Renzi, quindi, tra l’incudine e il martello. Renzi assediato dagli oppositori interni ma anche pressato dai centristi e dai cattolici. La decisione su come proseguire il percorso del ddl Cirinnà è rinviata all’assemblea del gruppo dei senatori dem, che si riunirà domani sera. Ma nel suo intervento all’Assemblea nazionale, Matteo Renzi ha posto chiaro il punto: è ancora il caso che il Pd insegua i voltafaccia del M5S, oppure sarebbe meglio ricostruire anche sulle unioni civili il perimetro della maggioranza di governo, riallacciando il dialogo con Ncd?

Dunque le strade davanti al Pd, in vista della ripresa delle votazioni a Palazzo Madama mercoledì prossimo, sono solo due, come ha ricordato il premier: “Siamo ad un bivio: o auspicare che il M5s non abbia la sindrome di Lucy e voti la legge o tentare un accordo di governo con un emendamento su cui sono pronto a mettere la fiducia. Deciderà il gruppo, e sono disponibile a partecipare all'assemblea del gruppo martedì”.

Ma quali sarebbero gli effetti pratici e politici di una fiducia sul ddl Cirinnà? Sicuramente azzerare ogni dibattito sul tema e far decadere tutti gli emendamenti attualmente in campo. Sicuramente inasprire il clima con le altre forze politiche, visto che sia a sinistra che a destra (Lega e Forza Italia) si grida al bavaglio e si invoca una discussione seria e aperta su temi sensibili come questo, già negata in commissione. Gli unici ad essere contenti sarebbero i cattodem, Alfano e lo stesso Presidente del Consiglio, che potrebbe in ogni caso intestarsi una vittoria storica, visto che, a partire dai Dico, non si è mai riusciti ad approvare una legge con quei contenuti sulle unioni civili.

E’ evidente che la conflittualità sui diritti civili ha un po’ offuscato le valutazioni, positive e negative, sui due anni di governo Renzi. Dagli ottanta euro alla riforma del Senato, passando attraverso la Buona Scuola e l’Italicum, la navigazione dell’esecutivo è stata resa più difficoltosa dalla maggioranza risicata al Senato, puntellata soltanto dai voti dei verdiniani e dalle assenze, a volte sospette, di esponenti di Forza Italia, che hanno abbassato il quorum in votazioni decisive, consentendo al governo di tirare il fiato. Il superamento del Patto del Nazareno e le voci su un presunto Partito della Nazione hanno fatto da sfondo alle trame politico-parlamentari, che hanno consentito alla maggioranza governativa di approvare una serie di provvedimenti forse utili al Paese, ma certamente importanti per la stabilità di governo. L’acme del gradimento popolare dei renziani coincide senz’altro con l’esito delle elezioni europee del maggio 2014, quando il Pd ha raccolto il 41,8% dei consensi, record storico. Anche ieri Renzi ha rivendicato al suo esecutivo il merito di aver abbassato le tasse e ha difeso la spending review, nonostante il siluramento di Cottarelli, che aveva immaginato tagli che in realtà non sono mai stati realizzati.

Il caso più spinoso affrontato dall’esecutivo in questi due anni è senz’altro quello della Banca Etruria, che ha visto il premier dover affrontare anche una mozione di sfiducia. L’esecutivo ha approvato 46 decreti legge, con una media di 2,23 al mese, più bassa di quella degli esecutivi precedenti. Ora la sfida più delicata che attende il premier in politica interna è quella del referendum costituzionale di ottobre. Li’ si gioca tutto. La minoranza dem e anche le opposizioni di centrodestra e grillina temono che Renzi voglia trasformare i Comitati per il si alla riforma del Senato in comitati elettorali per il voto politico anticipato nel 2017, che molti danno per certo.

Sul piano internazionale, invece, la battaglia in Europa rappresenta per il Presidente del Consiglio la vera prova di maturità. Se la supererà, ottenendo flessibilità in economia e maggiore autorevolezza e credibilità nei rapporti con gli alleati, avrà le carte in regola per confermarsi alla guida del Paese per un’altra legislatura.