• SANT'EGIDIO

Dove il prossimo non si ama

“Le paure – dice Papa Francesco per i 50 anni della Sant'Egidio – si concentrano spesso su chi è straniero, diverso da noi, povero, come se fosse un nemico". E' un discorso che descrive bene la realtà di paura e violenza che si vive sotto il tribalismo africano, nel mondo islamico, nelle caste indiane, anche nel buddismo.

Mogadiscio

“Il cristiano, per sua vocazione, è fratello di ogni uomo, specie se povero, e anche se nemico; uno sguardo misericordioso ci impegna all’audacia creativa dell’amore. Siamo fratelli di tutti e, per questo, profeti di un mondo nuovo”. È questo il messaggio del discorso pronunciato da Papa Francesco domenica 11 marzo nella basilica di Santa Maria in Trastevere in occasione dei festeggiamenti per i cinquant’anni della Comunità di Sant’Egidio.

“Tuttavia – ha ammonito il Pontefice – l’atmosfera di paura che pervade il mondo può contagiare anche i cristiani” che, oggi più che mai, devono comportarsi da fratelli, come il samaritano della parabola, e restare fedeli alla missione di “costruire ponti, tenere aperto il dialogo, continuare a incontrarsi, valicare i confini e i muri per riunire, per creare una società in cui nessuno sia più straniero”.

“Le paure – ha proseguito – si concentrano spesso su chi è straniero, diverso da noi, povero, come se fosse un nemico. E allora ci si difende da queste persone, credendo di preservare quello che abbiamo o quello che siamo”.

Nel mondo si fa molto più e peggio che difendersi da chi è diverso, straniero. Ci sono società e popoli per i quali il comandamento “amerai il prossimo tuo come te stesso” risulta incomprensibile, persino blasfemo. Lì il messaggio del Papa dovrebbe risuonare più forte. Il tribalismo in Africa è responsabile di alcune delle crisi umanitarie più drammatiche, causa di decine di migliaia morti e milioni di profughi. Non è che una modalità del tradizionale razzismo che impone di discriminare implacabilmente il prossimo per sesso, età, etnia e qualsiasi caratteristica fisica e intellettuale insolita. I vescovi africani si appellano invano ai governi dei loro paesi. In Etiopia si scontrano Somali e Oromo, in Sudan del Sud, Dinka e Nuer, nella Repubblica Democratica del Congo, Hema e Lendu… Persino nei campi profughi il tribalismo divide. I rifugiati di ogni comunità etnica vivono separati e spesso continuano a combattersi. Quando si incontrano, ai pozzi o alla distribuzione di cibo, scoppiano liti che degenerano in scontri furiosi. Monsignor Michael Mangoria, arcivescovo di Khartoum, racconta che i rifugiati in Sudan addirittura si dividono per etnie per pregare, riuniti in edifici diversi.

L’islam è la causa di altre crisi, altri conflitti. Sciiti e sunniti combattono la più lunga delle guerre, iniziata poco dopo la morte di Maometto. In Yemen il conflitto sta provocando l’emergenza umanitaria peggiore del mondo, l’80% della popolazione attende aiuti per sopravvivere. Il jihad, la guerra santa per sottomettere il mondo e l’intera umanità all’islam e chiama dar al harb, casa della guerra, i territori non soggetti all’islam, esclude il dialogo con gli infedeli, ne ammette l’esistenza solo se sottomessi. Nel luglio del 2014, dopo essersi autoproclamato Califfo, il leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi ha dato ai cristiani di Mosul tre alternative: convertirsi all’islam, pagare la dhimma, la tassa di sottomissione imposta agli infedeli, o affrontare la spada. “Fate di tutto affinché noi cristiani possiamo restare in Medio Oriente – pregava il vicario apostolico latino di Aleppo Geroges Abou Khazen nel 2015, al culmine del conflitto – perché la nostra presenza là non è preziosa solo per noi stessi, ma per tutti. Noi cristiani siamo lì come fattori di riconciliazione, di pace; siamo l’unico gruppo religioso che ha buone relazioni con tutti gli altri gruppi, inoltre siamo fattori di cultura, di modernizzazione. Senza il cristianesimo nel Medio Oriente i vari paesi diventerebbero come l’Afghanistan dei talebani”. Ma i cristiani sono fuggiti e molti non faranno più ritorno in Medio Oriente.

In Iraq nel 2003 i cristiani erano 1,5 milioni, nel 2016 circa 200.000. In Somalia ne restano solo poche migliaia. Rischiano la vita ogni giorno, praticano la fede in segreto. Padre Stefano Tollu, cappellano militare del contingente italiano dell’Eutm Somalia, la missione di formazione e addestramento militare finanziata dall’UE, li ha incontrati di recente in segreto. Per loro come per gli altri cristiani del paese – ha raccontato all’agenzia di stampa Fides – il pericolo proviene non solo dai militanti islamisti, gli al Shabaab, ma dai loro stessi famigliari. Protetto dall’anonimato, un cristiano ha spiegato a padre Tollu che i somali nati a partire dagli anni 90 del secolo scorso sono intolleranti e non capiscono i famigliari anziani che professano il cristianesimo: “La violenza è nelle case e noi, che siamo rimasti in pochi, rischiamo la vita ogni giorno” ha detto mostrando un elenco di cristiani morti di recente, alcuni per cause naturali, altri invece per cause violente, “alcuni uccisi dai figli dei loro figli”. Padre Tollu non ha potuto far altro che promettere di ricordarli nella Messa.

Altri muri, invalicabili, dividono gli indù. Il sistema della caste, estrema forma di razzismo, istituisce divisioni ereditarie, immutabili. In India l’80% della popolazione è indù, i cristiani sono meno del 3%, costantemente minacciati dagli estremisti indù. I musulmani sono poco più del 14%, quel che resta dopo la guerra indo-musulmana scoppiata con l’indipendenza che ha causato un milione di morti e l’esodo di almeno 15 milioni di persone, dall’India al Pakistan i musulmani, dal Pakistan all’India gli indù e i sikh.  

Neanche il buddismo unisce se pure esclude violenza e guerra. Nello Sri Lanka la maggioranza singalese buddista perseguita cristiani e musulmani. Proprio in questi giorni è esplosa una nuova ondata di violenza anti islamica. Moschee, negozi e proprietà di musulmani vengono attaccati, saccheggiati, dati alle fiamme. Gli estremisti usano social network e Whatsapp per incitare all’odio. I cristiani chiedono al governo di agire con decisione e ai connazionali di impegnarsi contro il razzismo.