a cura di Stefano Fontana
  • TEOLOGIA

Dottrina sociale e pluralità delle religioni

Proviamo a chiederci che conseguenze avrebbe sulla Dottrina sociale della Chiesa (DSC) il principio secondo cui la pluralità delle religioni sarebbe voluta da Dio. Per farlo stabiliamo prima di tutto due punti fermi. Il primo è che la DSC è “annuncio di Cristo nelle realtà temporali” e “strumento di evangelizzazione” (vedi Giovanni Paolo II). Il secondo è che il pluralismo delle verità, sia esso filosofico, teologico o religioso, è proprio della situazione decaduta dopo il peccato delle origini, è quindi proprio di questa fase di pellegrinaggio terreno e non indica un ordine ma un disordine.

Precisato questo, e rimanendo strettamente nel campo della DSC, occorre notare che le altre religioni sono inadeguate a costruire il bene comune, che è l’obiettivo della costruzione della società degli uomini. Questo obiettivo è di ordine naturale, ma per essere adeguatamente perseguito, ha bisogno anche dell’ordine soprannaturale. La posizione contraria si chiama “naturalismo” che la Chiesa ha sempre condannato. Le altre religioni non solo non danno la salvezza, come la Dominus Iesus (2000) ha ribadito, ma non sono nemmeno in grado di contribuire a costruire il bene comune terreno. Per questo una politica ispirata alla DSC le deve esaminare e valutare proprio in ordine alla loro capacità di produrre o impedire il bene comune. Nelle altre religioni ci possono essere degli elementi utili al bene comune, ma limitati e comunque interni ad un contesto complessivo non adeguato. Le altre religioni portano con sé qualche verità riguardante la vita comunitaria degli uomini, ma limitata e distorta.

Queste eventuali verità parziali derivano dalla ragione naturale che, pur se non convenientemente accettata e fondata dalle altre religioni, riesce comunque a farsi largo e, frammentariamente e confusamente, ad emergere. La fede cattolica, comunque, mantiene il suo primato anche per la costruzione della vita sociale nella storia, oltre che per la salvezza eterna. E’ facile capire che questo primato cesserebbe se si pensasse che tutte le religioni sono volute da Dio, piuttosto che situazioni molto tristi proprie di questa nostra vita decaduta. Perché mai si dovrebbe ancora “annunciare Cristo nelle realtà temporali” ed “evangelizzare il sociale” tramite la DSC, se quello che dicono le altre religioni fosse voluto da Dio?

Se si esamina la religione animista si vede subito che essa schiavizza l’uomo sottomettendolo alle paure di miti irrazionali. Se si esamina la religione islamica, si vede subito che essa sottomette gli uomini ad un Dio-Volontà assoluta, privandoli dell’uso autonomo della ragione e, quindi, del riferimento al diritto naturale e alla morale naturale. Se si esamina il buddismo, si vede subito che si fonda sulla negazione della realtà, vista come simulacro, e sul desiderio del nulla. Potremmo continuare nell’elenco, anche in riferimento alle “nuove religioni” tra cui si sta profilando anche la “religione di Satana”.

Il rapporto degli animisti con la natura può sembrare un bene, ma nel contesto di quella religiosità primitiva, magica e a suo modo violenta, diventa un male. Nell’islam possiamo trovare il senso della comunità, ma è un senso esclusivo e discriminante al punto da sostenere che non tutti gli uomini hanno gli stessi doveri e gli stessi diritti. Nel buddismo possiamo trovare un positivo distacco dai beni fisici, ma nel contesto di un disprezzo del mondo nell’attesa del nirvana.

Per quanto riguarda quindi lo stretto ambito della DSC, diventa pericoloso per la sua valorizzazione sia pensare che Dio abbia voluto per se stesse le varie religioni, sia anche ritenere che esse siano in qualche modo una “preparazione” a Cristo.