• ECOLOGISMO

Docce fredde sulla lotta al riscaldamento globale

Bonn, l’Arabia Saudita ha mosso obiezioni contro il documento dell’Ipcc in cui si invita a raggiungere l’ambizioso obiettivo indicato dall'Ipcc per la lotta al riscaldamento globale. Nell’Ue ancora nessun accordo per la neutralità delle emissioni nel lungo termine. Infine, la bozza del prossimo G20 è freddina sul clima. Le ragioni di tanto scetticismo in questo caldo giugno del 2019.

Mappa termica della Terra

Pure in questo giugno molto caldo, la lotta contro il riscaldamento globale ha subito una forte battuta d’arresto. Nonostante gli scioperi di Greta e il continuo martellamento mediatico sugli eventi climatici estremi (tutti attribuiti con certezza al global warming), si registra una triplice sconfitta della campagna. Alla conferenza di Bonn, l’Arabia Saudita ha mosso obiezioni contro il documento dell’Ipcc in cui si invita a raggiungere l’obiettivo degli 1,5 gradi Celsius. A ciò si aggiunge la riluttanza dei paesi membri dell’Ue a concordare una strategia comune per raggiungere la neutralità delle emissioni nel lungo termine. Infine, la bozza del testo su cui si baserà il prossimo summit del G20 (che include anche tutti i maggiori Paesi in via di sviluppo, fra cui Cina e India) dà meno spazio ai provvedimenti per la lotta al riscaldamento globale.

In che cosa consistono questi obiettivi e perché c’è tanta opposizione? Il più ambizioso è certamente quello dell’Ipcc che mirerebbe, dagli Accordi di Parigi (2015) in avanti, a ridurre l’aumento della temperatura media di 1,5 gradi C rispetto all’era pre-industriale. La neutralità delle emissioni, quale strumento per ridurre i gas serra, prevede che le emissioni di anidride carbonica siano ridotte fino al loro livello di assorbimento naturale (dagli alberi soprattutto). Il documento dell’Ipcc sugli 1,5 gradi C è stato pubblicato in vista degli Accordi di Parigi, afferma che l’obiettivo sia ancora raggiungibile entro il 2050, a patto di ricorrere a una ben più drastica politica di riduzione delle emissioni (rispetto a quelle finora perseguite) entro il 2030. A Parigi si era rinunciato al raggiungimento di questo obiettivo, anche alla Cop24 di Katowice (2018), al target degli 1,5 gradi C si erano opposti Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait. Con l’amministrazione Trump, poi, gli Usa si sono anche ritirati dagli Accordi di Parigi.

Il fatto che neppure all’interno dell’Ue si sia ancora trovato un accordo definitivo su come raggiungere la neutralità delle emissioni è particolarmente significativo. I Paesi membri dell’Ue sono infatti all’avanguardia delle energie rinnovabili e sono di fatto gli unici che godrebbero di un vantaggio competitivo applicando una politica di riduzione delle emissioni: il costo verrebbe pagato soprattutto dai concorrenti dell’Ue. Ma evidentemente non tutti valutano che il rapporto costi-benefici valga il gioco.

L’opposizione, che viene spesso dipinta come egoista e irresponsabile, è invece frutto di un ragionamento razionale. I costi sono certi, i vantaggi no e neppure lo scopo di tutta la politica climatica è chiaro. I costi sono altissimi. Secondo le stime esposte dall’allora segretario di Stato americano John Kerry, a Parigi, per adeguare il sistema energetico mondiale, occorrerebbero 50mila miliardi di dollari in investimenti nei prossimi 20 anni. A motivo del ritiro degli Usa dagli Accordi di Parigi, Trump ha citato uno studio del National Economic Research Associates, secondo cui le restrizioni energetiche implicate negli Accordi si risolverebbero nella perdita di 2,7 milioni di posti di lavoro entro il 2025. Nel 2040, dice ancora Trump, a questo ritmo avremmo un crollo delle industrie manifatturiere americane, con 3mila miliardi di dollari di costi globali e la perdita di 6,5 milioni di lavori nell’industria.

Se questi sono i costi, valgono i benefici? A livello globale, il premio Nobel per l’economia William Nordhaus (il Nobel gli è stato conferito nel 2018 proprio per i suoi studi sull’economia del cambiamento climatico), ha calcolato che raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi C entro il 2100 costerebbe 3 volte tanto i benefici prevedibili. Ma se l’obiettivo dovesse essere portato a 1,5 gradi C, i costi aumenterebbero esponenzialmente e sarebbero pari a 10 volte i benefici previsti. In pratica, i costi non varrebbero i benefici, sarebbero semplicemente insostenibili. Il tutto dando per scontato, poi, che lo scopo sia chiaro. Mentre non lo è mai stato. Nessuno, infatti, ha la certezza che una certa politica economica possa avere un impatto sul clima misurabile al centesimo di grado, nel lungo periodo, di qui al 2100. Ciò presuppone una conoscenza sul clima e sulle sue dinamiche praticamente divina, non di questo mondo.