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Divorzio un disastro economico, la Danimarca corre ai ripari

La diffusione dei divorzi rappresenta un danno economico notevole per la società. Così la Danimarca ha deciso di rivedere almeno il "divorzio express", imponendo un periodo di tre mesi di ripensamento con l'obbligo di una terapia matrimoniale. 

La Danimarca, con un tasso di divorzi che oramai da decenni si attesta attorno al 46%, è uno dei Paesi europei più in crisi sotto il profilo familiare. Nel solo 2018, numeri alla mano, i divorzi sono stati ben 15.000, a fronte di un numero di matrimoni poco più che doppio.

Di fronte a questo status quo, del quale nel tempo si è avuto modo di verificare sulla pelle dei cittadini il costo umano ed economico, si è deciso di correre ai ripari, andando ad annullare la “facile e veloce” modalità con la quale un matrimonio poteva essere dichiarato sciolto (almeno per lo Stato): in virtù di un pacchetto legislativo entrato in vigore da aprile, infatti, non è più sufficiente compilare un semplice modulo online, bensì è necessario che la coppia lasci passare tre mesi prima di divorziare, durante i quali è altresì costretta a sottoporsi a delle sedute di terapia matrimoniale.

Questa modifica è stata sostenuta da quasi tutte le forze politiche ed è stata accolta favorevolmente dai cittadini. A livello concreto, secondo un sondaggio condotto da Politiken, ben 67 comuni della Danimarca sui 98 totali si sono attivati per fornire sostegno alle coppie, e questo alla luce del semplice calcolo economico per cui una famiglia costa meno in termini di servizi e alloggi rispetto a due persone che vivono separate. Per Jette Haislund, che dirige l'assistenza sanitaria nel comune di Ringkøbing-Skjern (uno dei primi che, già nel 2011, ha iniziato ad offrire terapie gratuite), «se possiamo tenere insieme le famiglie ed evitare i divorzi, a lungo termine risparmiamo denaro. È questione di mentalità, proprio come vorremmo essere un comune adatto alle famiglie. È un percorso molto buono sia per la singola coppia, sia per il comune, perché è sempre meglio prevenire che curare».

In tutto questo è inoltre stato approntato uno specifico percorso di sostegno - chiamato di “Cooperazione” e testato su 2.500 volontari prima della diffusione ufficiale - che aiuta a «capire se stessi, le proprie reazioni e quella dei propri figli e a far fronte, dopo il divorzio, alla co-genitorialità»; inoltre, esso aiuta «a gestire lo stress, l'ansia, la depressione e a ridurre il numero di giorni di assenza dal lavoro», afferma Gert Martin Hald, psicologo e professore associato di sanità pubblica presso l'Università di Copenaghen, che ha contribuito a ideare il corso di consulenza.

Il tutto può essere seguito online o tramite un’App, in soli 17 moduli da mezz’ora ciascuno. I risultati? Sono molto buoni, almeno secondo Hald: «I dati sono chiari: il programma funziona. In 13 casi su 15 ha avuto un effetto positivo, da moderato a forte, sulla salute mentale e fisica e ha portato a meno assenze dal lavoro. Dopo 12 mesi, le coppie stavano comunicando tra loro come se non avessero divorziato». Un giudizio, questo, che ad ogni modo non risulta unanimemente condiviso: vi è infatti anche chi sottolinea - come per esempio Trine Schaldemose, vicedirettore di Mødrehjælpen, un'associazione di aiuto familiare - che questo tipo d’intervento «non aiuterà le coppie che si trovano in conflitti molto alti o in relazioni violente o con un livello molto basso di risorse», mentre altre voci si levano contro la parzialità del programma, che «non riuscirà mai a riparare un matrimonio fallito».

Ad ogni modo, al netto dei giudizi sulle modalità d’intervento, il dato di fatto rimane: in Danimarca il divorzio “facile e veloce” è stato bocciato. Tutto bene, dunque? Non esattamente. Infatti, il provvedimento legislativo appare largamente insufficiente, perché comunque prevede che dopo un lasso di tempo di soli tre mesi e qualche seduta di consulenza matrimoniale una coppia possa in ogni caso arrivare a divorziare. Oltre a questo, le motivazioni che sono alla base del dietro front danese sono piuttosto fragili, essendo in gran parte legate al mero dato economico, mentre - di contro - a livello ideologico pare non si sia agito per rafforzare nella società il valore dell’indissolubilità del matrimonio e dell’importanza nodale della famiglia. Insomma, la Danimarca ha fatto un piccolo passo in avanti, è indubbio, ma il cammino da fare per sostenere realmente una cultura che abbia a cuore la famiglia (e con essa la vita) è ancora molto lungo.