• CASO ILVA

Dietro il sequestro la nazionalizzazione

La decisione dei giudici di Taranto di sequestrare la cassa della holding della famiglia Riva per recuperare otto miliardi, in base al presupposto che i vertici dell’Ilva avrebbero solo pensato ad accumulare capitali, desta qualche sospetto.

Ilva di Taranto

L’ultima decisione dei giudici di Taranto relativa all’Ilva, è stata quella di sequestrare la cassa della holding della famiglia Riva, per recuperare otto miliardi di euro, in base al presupposto che i vertici dell’azienda, nel corso di questi anni, avrebbero solo pensato ad accumulare capitali, omettendo di risanare l’impianto siderurgico e di renderlo compatibile con le normative di carattere ambientale.

Se questo fosse vero, si tratterebbe di un comportamento di inaudita gravità della proprietà e degli amministratori del primo polo siderurgico italiano e il provvedimento dei giudici sarebbe del tutto legittimo e non farebbe una piega, considerando che tenderebbe a ristabilire una situazione di diritto – anche “supplendo” alle omissioni delle Istituzioni – e a tutelare il bene primario della salute di operai e cittadini. È lecito, però, avanzare qualche dubbio che così sia.

Primo perché solo proprietari e amministratori scriteriati e fuori di senno, si sarebbero comportati nel modo che viene loro attribuito e questo non sembra essere il caso delle persone che in questi anni hanno avuto la responsabilità dell’azienda e della famiglia Riva, il cui capostipite – peraltro – all’età di 87 anni, malato, si trova dal mese di luglio del 2012 agli arresti domiciliari, accusato di una serie infinita di reati: dal disastro ambientale all’avvelenamento di sostanze alimentari, dalla truffa al riciclaggio, dall’associazione a delinquere all’omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.
Uno dei suoi figli, è agli arresti domiciliari, un altro è latitante, in attesa di estradizione, a Londra.

Il secondo motivo generatore di qualche dubbio – come abbiamo già sottolineato su questo giornale – deriva dalla lettura dei due studi più attendibili sulla produzione dell’Ilva, uno dei quali, datato settembre-ottobre 2012, commissionato proprio dal Gip del Tribunale di Taranto nel quadro di un incidente probatorio.
Da entrambi gli studi, non si rilevano i nomi delle sostanze incriminate dell’aumento del numero dei tumori e, soprattutto, non si evince alcun nesso di causa e effetto tra la produzione dell’Ilva e la crescita del numero dei tumori.

Di più. Dal resoconto di un’udienza tenuta davanti al Gip di Taranto, riportato attraverso il racconto dell’avvocato dell’Ilva, De Luca, sul “Giornale” dello scorso 16 gennaio, si apprende che i periti nominati dallo stesso giudice avrebbero dichiarato:
“Per gli Ipa, idrocarburi policiclici aromatici, i monitoraggi indicano concentrazioni inferiori ai valori obiettivo previsti dalle norme per la qualità dell'aria. Per le diossine e i metalli, i controlli non hanno evidenziato concentrazioni di inquinanti superiori a quanto previsto dal decreto legislativo 152 del 2006. Tutte conclusioni ribadite nell'udienza con giudice, pubblico ministero e difesa, nel corso della quale il perito Felici ha dichiarato a verbale: per quanto riguarda il quarto quesito, noi abbiamo risposto che l'Ilva rispetta le normative. Non basta: Felici ha anche aggiunto che l'Ilva rispetta tutte le prescrizioni dell'Aia, autorizzazione integrata ambientale. È grazie a un'Aia che l'acciaieria di Taranto è tornata a produrre, sia pure a scartamento ridotto, dopo il decreto con cui il governo Monti ha rimesso in funzione l'impianto che era stato sequestrato dal Gip. Quanto alle diossine, per le quali non esistono limiti di legge, il perito Monguzzi ha dichiarato che secondo la letteratura scientifica sono valori entro i limiti accettabili. Richiesto di specificare se tali valori siano elevatissimi, elevati, medi o bassi, Monguzzi ha risposto: medio-bassi. Sulle emissioni di polveri, il suo collega Felici ha spiegato che gli impianti stanno abbondantemente dentro i parametri previsti dalle normative vigenti”.

Ai dubbi, si aggiungono alcuni dati di fatto. Primo, i sette mesi di sequestro di un milione e 800 mila tonnellate di tubi, coils e lamiere, prodotti dall’Ilva, per un valore commerciale stimato di un miliardo di euro, considerati “frutto del reato”, perché derivanti da una produzione realizzata quando lo stabilimento non aveva la facoltà d’uso. Il materiale è stato dissequestrato alla terza istanza presentata dai legali dello stabilimento e solo dopo il deposito di una sentenza della Corte Costituzionale che è intervenuta in merito e nonostante il decreto del Governo Monti, il cosiddetto “salva Ilva”. A quel decreto, è legato il secondo dato di fatto.

Al momento della sua emanazione, l’ex Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, affermò: "Abbiamo introdotto sanzioni e interventi diretti che potrebbero togliere valore alla proprietà, fino alla perdita del controllo". Dietro queste parole, si celava una decisione che il provvedimento di sequestro delle risorse patrimoniali e finanziarie della famiglia Riva, rende attuale: l’amministrazione straordinaria dell’impresa Ilva e quindi la perdita del controllo della proprietà.

Quando si parla, in queste ore, di “esproprio” e di “nazionalizzazione”, non si fa che intraprendere una “strada” già indicata e segnata da quel decreto, rispetto alla quale sono d’accordo vari settori del Partito Democratico e lo stesso reggente Epifani, che dice: “Non bisogna escludere nulla pur di continuare a tenere in vita l’impianto siderurgico, sapendo però che bisogna fare i conti con Bruxelles”. Un provvedimento di tal natura, infatti, dovrebbe ricevere l’autorizzazione dell’organo europeo di controllo e i tempi non sarebbero certo compatibili con la prosecuzione senza soluzione di continuità dell’attività dello stabilimento.

Di fatto, però, il provvedimento dei giudici di Taranto di sequestro dei beni della famiglia Riva – che ha comportato le dimissioni dell’intero Consiglio di Amministrazione dell’azienda e dell’amministratore delegato, Enrico Bondi – porta solo a questa strada.
A meno che, la relazione trimestrale dell’ISPRA, che ha il compito di verificare se l’azienda ha proceduto e in quale maniera al risanamento rispettando i canoni dell’Aia e che è prevista nelle prossime ore, fornisse elementi favorevoli all’azienda.
Se questo dovesse accadere, il rebus diventerebbe ancora più fitto e renderebbe davvero interessante l’intervento del Ministro Flavio Zanonato, che della vicenda dirà nei prossimi giorni in Parlamento. Il “tema” del suo intervento, sarà: “Che ne sarà della nostra siderurgia e della nostra industria manifatturiera e meccanica?”. Sempre che sia titolato a dare una risposta d’indirizzo, considerati i tempi che corriamo.