• IL VECCHIO E IL NUOVO

Di Rousseau, della privacy e dei vecchi balletti di alleanze

Il social network fa la sua irruzione nella scena ed è il vero elemento di differenza rispetto alle elezioni del 2013. Lo dimostra anche l'intervento del garante della privacy sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle e il ruolo degli "influencer". Ma resta un vecchio aspetto duro a morire: quello delle alleanze variabili.

La piattaforma Rousseau, del M5S

Il Garante della privacy ha ipotizzato sanzioni amministrative nei confronti dell’associazione Rousseau perché il sistema operativo del Movimento Cinque Stelle non proteggerebbe a sufficienza la riservatezza di iscritti e simpatizzanti nel trattamento dei loro dati personali e sensibili. Al di là del merito della questione, che andrà approfondita per valutare eventuali violazioni di legge, si tratta di un segno dei tempi.

Fino alla campagna elettorale per le politiche del 2013 le polemiche tra partiti riguardavano gli spazi di democrazia nei media tradizionali, questa volta quasi tutto ruota attorno alla Rete. E’ innegabile che l’ingresso in Parlamento dei grillini abbia spostato il focus della propaganda politica da giornali e televisioni a siti on line e social, il che si è peraltro confermato con il boom di autocandidature nelle fila pentastellate. I partiti tradizionali continuano a selezionare i candidati attraverso meccanismi di cooptazione o con campagne acquisti di politici che militano in formazioni rivali. Scarsissima l’apertura alla società civile da parte di Forza Italia, Partito democratico e, in generale, da parte di tutti gli altri partiti. Difficile per un giovane che voglia fare politica candidarsi nei partiti tradizionali. Ha delle ragioni, dunque, il candidato premier grillino, Luigi Di Maio quando rivendica alla sua forza politica il merito di essere unico argine all’astensionismo e alla disaffezione nei confronti della politica. Ecco perché occorrerà fare al più presto chiarezza sui meccanismi seguiti dalle piattaforme di propaganda politica utilizzate dai grillini al fine di dissipare dubbi rispetto alla presunta scarsa democraticità dei loro processi decisionali. Occorrerà altresì fugare sospetti anche per ciò che attiene alle garanzie di anonimato nell’espressione del voto sulla piattaforma Rousseau. Il Garante della privacy ha precisato: "Con riferimento al database Rousseau, il documento trasmesso all'Autorità recante 'Estratto delle tabelle principali di Rousseau', ha permesso di valutare alcuni aspetti relativi alla riservatezza delle operazioni di voto elettronico svolte tramite la piattaforma; in particolare, l'esame delle predette tabelle ha mostrato come l'espressione del voto da parte degli iscritti, in occasione della scelta di candidati da includere nelle liste elettorali del Movimento o per orientare altre scelte di rilevanza politica, venga registrata in forma elettronica mantenendo uno stretto legame, per ciascun voto espresso, con i dati identificativi riferiti ai votanti". I gestori della piattaforma stanno dimostrando disponibilità nei confronti dell’Autorità e quindi il problema potrebbe ridimensionarsi a breve, ma nel frattempo è bene sospendere il giudizio e capire l’entità della questione. Favorire la partecipazione di gente nuova che magari non andrebbe più a votare, ma nel contempo profilare i dati personali, anche con finalità pubblicitarie e promozionali, sarebbe gravemente lesivo della privacy.

La crescente influenza della Rete nella propaganda politica e il progressivo depotenziamento dei media tradizionali è comprovato anche dall’apatia e dall’indifferenza con le quali i partiti attendono le delibere di Agcom e Commissione di Vigilanza Rai sull’attuazione della par condicio in campagna elettorale. La legge del 2000 disciplina gli spazi di propaganda sui mezzi d’informazione tradizionali, soprattutto radiotelevisivi, mentre ignora del tutto il web, con inevitabili disparità di trattamento. Ma i leader delle principali forze politiche hanno compreso che talk show e telegiornali incidono sempre meno sulle scelte di voto e così stanno concentrando tutti i loro sforzi prevalentemente sulla propaganda via internet, in tutti i canali possibili e immaginabili. La figura dell’influencer, del tutto priva di regolamentazione giuridica, potrebbe fare la differenza e rivelarsi decisiva nello spostare voti.

Accanto a questi elementi di novità, che connotano in modo profondamente differente la campagna elettorale di questi mesi rispetto a quella del 2013, convivono anche elementi di profonda restaurazione e conservazione, che rimandano a schemi e modelli che si ritenevano abbandonati con la scomparsa della Prima Repubblica. Anzitutto si sta ritornando alla palude delle alleanze variabili, con la mancanza di candidati premier da indicare agli elettori prima del voto. Tranne Luigi Di Maio e Matteo Salvini, non si fanno avanti in maniera trasparente altri sfidanti. Il Pd, percependo la crisi d’identità e d’immagine del renzismo, se ne guarda bene dal lanciare la candidatura a premier di Matteo Renzi, che si rivelerebbe divisiva, pur essendo prevista dallo statuto dem. Si tratta di un segnale di debolezza molto chiaro, che fa salire le quotazioni di Paolo Gentiloni quale figura di mediazione in caso di stallo e di assenza di vincitori nelle urne. Nel centrodestra la quadra appare ancora lontana, con Forza Italia e Lega in competizione per risultare il primo partito ed esprimere il candidato alla Presidenza del Consiglio. Ma se per il Carroccio il nome c’è, ed è quello di Salvini, per Forza Italia ogni settimana viene fuori un possibile cavallo su cui puntare (ultimo in ordine di tempo l’ex ministro Franco Frattini). Berlusconi è il leader ma non è candidabile, quindi la melina sul nome del premier designato la dice lunga sulle intenzioni post-elettorali dell’ex Cavaliere di tenersi le mani libere anche per un eventuale accordo con il Pd.

Rito della vecchia politica che sembra risorgere in questa campagna elettorale la battaglia sull’uso di sigle accreditate di risvegliare interesse e di attirare voti. Dello spropositato corteggiamento ai radicali da parte del Pd si è già scritto ieri, ma non meno pressante è l’interesse che Pd e Forza Italia mostrano nei confronti rispettivamente dei simboli della Margherita (Francesco Rutelli vuole impedirne l’uso a Beatrice Lorenzin) e dello scudo crociato, che Lorenzo Cesa porterà in dote al centrodestra. Simboli vecchi che ritornano e che confermano il potere di ricatto dei piccoli partiti, decisivi in molti collegi uninominali nei quali le previsioni danno come incerta la sfida tra i tre poli: centrodestra, centrosinistra e Movimento Cinque Stelle.