• SCANDALO 5 STELLE

Di Maio: chi di moralismo ferisce, il moralismo lo subisce

Lo scandalo provocato dai piccoli illeciti del padre di Di Maio, non è neppure paragonabile allo scandalo provocato dai padri di Renzi e della Boschi. Si tratta infatti di errori del passato che non hanno influito sulle scelte del governo. Più che altro, a ingigantire il tutto, è la pretesa dei 5 Stelle di essere diversi e più morali della "casta"

Controlli nelle proprietà della famiglia Di Maio

A rendere ancora più in salita il percorso politico di Luigi Di Maio è intervenuta negli ultimi giorni una vicenda famigliare balzata ormai agli onori della cronaca. Tutto è partito da un’inchiesta delle Iene sui lavoratori in nero nell’azienda di famiglia di Luigi Di Maio e il sequestro di alcuni beni sui terreni di loro proprietà. Pare che sull’Espresso in uscita in queste ore ci sia un’altra puntata della “telenovela” riguardante abusi edilizi e altri reati in materia di rapporti di lavoro e gestione dei rifiuti, commessi, a quanto è dato sapere, da Antonio Di Maio, padre del vicepremier.

Il solito fango mediatico? Nelle ricostruzioni giornalistiche la vicenda Di Maio è stata fin da subito accostata a quelle di Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e altri esponenti della politica che hanno pagato, in termini di immagine, anche per colpe dei loro genitori. Ma in verità le situazioni appaiono molto diverse. Antonio Di Maio ha rotto il silenzio e non si è sottratto ai riflettori della cronaca. Ha risposto alle domande e scagionato il figlio da ogni coinvolgimento: «Hanno attaccato Luigi con una ferocia spropositata. Stanno cercando di colpirlo ma lui non ha la minima colpa. Non era a conoscenza di nulla. Le mie responsabilità non possono ricadere sui miei figli. Tornare indietro non si può ma se potessi riavvolgerei il nastro per non ripetere gli errori del passato. Questo non è possibile quindi posso solo dire che mi dispiace».

Dalle informazioni raccolte dal settimanale L’Espresso, emergerebbe altresì un coinvolgimento della madre di Luigi Di Maio, che aveva deciso di ricoprire il ruolo di amministratore della società di famiglia. Dunque, un tipico caso di conflitto di interessi, considerato che come insegnante e dipendente pubblica non poteva ricoprire quell’incarico. Scavando quindi nella “precedente vita” di Luigi Di Maio come manovale, si scopre che aveva lavorato nell’azienda di famiglia, ma senza regolare contratto, almeno per un certo periodo. Ma lui si è difeso postando le carte che dimostrano come abbia lavorato regolarmente e ripubblicando le sue dichiarazioni patrimoniali e di reddito. «Potete vedere – dichiara il vicepremier - come la mia quota di partecipazione alla Ardima, la ditta di mio padre, sia sempre stata regolarmente dichiarata a partire dal 2014».

E’ evidente che scoprire che un ministro del Lavoro ha lavorato in nero non sarebbe il miglior biglietto da visita, ma Di Maio si è dichiarato pronto a fornire tutti i documenti e si è detto serenissimo. Bisognerà quindi aspettare le prossime ore per avere il quadro chiaro della vicenda e scoprire eventuali irregolarità commesse dallo stesso vicepremier oltre che da suo padre.

Alcune considerazioni, però, si possono già elaborare. In primo luogo si tratta di  condotte che, per quanto deplorevoli e dubbie, probabilmente integrative di reati, non hanno inciso in alcun modo sulle scelte di governo, ma attengono soprattutto al passato. A differenza delle vicende che hanno riguardato i padri di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Li’ sembra esserci un nesso causale o comunque una contestualità di comportamenti fra i genitori di quei due esponenti politici del Pd e le scelte compiute dal governo in carica in quegli anni. Ecco perché è apparso fuori luogo il video pubblicato su Twitter dalla Boschi, che si rivolge al padre di Di Maio con le seguenti parole: «Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia. Mio padre è stato tirato in mezzo ad una vicenda più grande di lui per il cognome che porta e trascinato nel fango da una campagna di odio: caro signor Di Maio, il fango fa schifo». Altrettanto inopportuna la reazione di Matteo Renzi: «Non so che abbia fatto Di Maio senior. So che Di Maio junior è responsabile della violenza verbale contro mio padre. Il ministro vuole essere credibile nelle sue giustificazioni? Non inventi scuse, ma chieda scusa a chi, come mio padre, è stato rovinato da fango, odio e fake news».

Tuttavia va detto che l’accanimento mediatico di queste ore sulla vicenda Di Maio si lega anche alle caratteristiche assunte in questi anni dalla propaganda Cinque Stelle. La presunta diversità morale sbandierata ai quattro venti dai pentastellati, peraltro alimentata da certa stampa giustizialista e anti-casta, non ha sempre trovato riscontro nei comportamenti concreti. Prevedibile, quindi, che di fronte a quanto sta emergendo nell’inchiesta sull’azienda della famiglia Di Maio la stampa scavi con più accuratezza e meticolosità. E’ sempre sbagliato chiedere un consenso all’opinione pubblica partendo dalla questione morale. La storia insegna che prima o poi si cade sempre su qualcosa e che nessuno è immune da colpe.