• DATI ISTAT

Decreto dignità insufficiente: l'occupazione ristagna

Non è un quadro positivo quello che emerge dall'ultimo rapporto Istat sull'occupazione. Di Maio, che mirava a eliminare il precariato e aumentare le assunzioni stabili, in parte può cantare vittoria perché queste ultime sono aumentate, rispetto a quelle temporanee. Ma ad un'analisi più attenta dei dati l'occupazione ristagna. Il numero dei contratti a tempo indeterminato, benché in crescita, sta rallentando. E le prospettive non sono rosee. Come previsto, non basta un decreto per creare occupazione: servirebbe un piano di crescita per lo sviluppo del Paese nel suo complesso.

Luigi Di Maio

Ieri, 1 marzo, l’Istat ha reso noti i dati mensili su occupati e disoccupati in Italia, con riferimento al mese di gennaio 2019. Si registra, rispetto a dicembre, un aumento degli occupati dello 0,1%, mentre il tasso di occupazione resta invariato (58,7%). I contratti a tempo indeterminato aumentano dello 0,4%, mentre calano sia i rapporti a tempo determinato (- 0,4%) sia i lavoratori indipendenti (- 0,4%). Il numero dei soggetti in cerca di occupazione è in lieve crescita (+ 0,6%), mentre il tasso generale di disoccupazione resta fermo al 10,5%. I dati positivi riguardano gli uomini, mentre sono perlopiù di segno negativo per donne e giovani.

Guardando alle variazioni su base trimestrale, l’Istat riferisce un calo occupazionale dello 0,1% nel trimestre novembre 2018 – gennaio 2019, rispetto al trimestre precedente. Tuttavia, nel medesimo periodo, vi è un aumento delle persone in cerca di occupazione (+1,3%) e un calo degli inattivi (- 0,4%). Si conferma, anche su base trimestrale, l’aumento dei contratti a tempo indeterminato e la diminuzione di quelli a termine, nonché dei lavoratori indipendenti. Su base annua, invece, gli occupati crescono dello 0,7% (sebbene la variazione sia negativa nella fascia 15-34 anni), soprattutto in forza del maggior numero di dipendenti a termine e, in misura minore, di dipendenti a tempo indeterminato e indipendenti. Pure su base annua si ha una diminuzione degli inattivi, oltre che dei disoccupati.

Sono dati certo non brillanti, specie se si considera che il riscontro dell’Istat sull’andamento del PIL (rivisto per il 2018 da +1% a +0,9%), sul debito e sul deficit lasciano presagire un futuro prossimo preoccupante per l’economia, che non potrà non avere ricadute occupazionali. Di primo acchito, potrebbero invece interpretarsi positivamente l’aumento dei contratti “stabili” e la diminuzione di quelli “precari”. Di recente, il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha ricollegato tali effetti alla riforma dei contratti di lavoro a termine e in regime di somministrazione, di cui al “decreto dignità” (decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, convertito dalla legge 9 agosto 2018, n. 96). Per il vicepremier, infatti, l’incremento dell’occupazione a tempo indeterminato proverebbe il successo della riforma, finalizzata a comprimere l’utilizzo dei contratti precari mediante una minore durata massima tra medesimi datore e lavoratore (ridotta da complessivi 36 a 24 mesi), l’obbligo di indicare nel contratto causali oggettive particolarmente selettive (oltre i 12 mesi e comunque in caso di rinnovo del rapporto), diminuendo le proroghe consentite (da 5 a 4). Auspicio del provvedimento normativo è, appunto, di costringere le imprese a stipulare contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato in luogo di quelli a termine.

Ma una lettura più attenta di tutti i dati statistici disponibili raffredda gli entusiasmi. Non solo perché, come visto, l’occupazione comunque ristagna: il che dimostra, molto semplicemente, come la trasformazione in contratto stabile di qualche rapporto a termine in più non determina necessariamente benefici generali sul piano occupazionale. Ma pure perché il numero dei contratti a tempo indeterminato, anche se in crescita, pare perlopiù rallentare. E’ ciò che si desume dalla lettura dei dati Istat unitamente a quelli forniti, pochi giorni fa, dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps con riguardo al 2018. A differenza dei dati Istat, relativi appunto al numero di occupati e disoccupati, quelli dell’Inps sono “dati di flusso”, riferiti cioè al numero delle assunzioni e delle cessazioni di rapporti di lavoro. Ora, dai dati Inps emerge che a dicembre 2018 il saldo netto dei contratti a tempo indeterminato (tra nuove assunzioni, trasformazioni e cessazioni) è risultato negativo di circa 35.000 unità; che le assunzioni a tempo indeterminato sono state poco più di 665.000 nel primo semestre 2018, mentre nel secondo semestre sono diminuite di circa 100.000 rispetto al primo; che, in proporzione analoga, sono diminuite le assunzioni a termine.

Più in generale, il secondo semestre del 2018 ha registrato in termini occupazionali un andamento negativo rispetto al primo, con riguardo sia al numero complessivo delle assunzioni, sia al saldo tra le assunzioni e le cessazioni. Ancora, il numero di assunzioni stabili, nell’ultimo trimestre del 2018, è stato sì lievemente superiore rispetto al terzo (+ 1% circa), ma è diminuito di circa il 10% rispetto al secondo e del 19% rispetto al primo. Analogamente, si registra un regresso delle assunzioni a tempo determinato.

Sembra dunque difficile dimostrare che il “decreto dignità” – emanato nella seconda metà del 2018 – stia conseguendo risultati positivi, in termini generali, di stabilizzazione dei contratti di lavoro. E’ più facile dimostrare, probabilmente, che per aumentare strutturalmente l’occupazione non occorrono scorciatoie normative, ma, piuttosto, un serio piano industriale per lo sviluppo del Paese.