• DOPO LE PAROLE DI SALVINI

Dai negozi ai festival, è battaglia sulla cannabis

Un paio di negozi di “cannabis light” chiusi nelle Marche, il Festival della canapa di Torino cancellato, lo scontro interno al governo gialloverde, con Salvini che annuncia una direttiva sui canapa-shop, i grillini propensi a minimizzare il pericolo e il premier Conte a eludere la questione. Che però va affrontata, come chiedono le comunità di recupero per tossicodipendenti.

Un paio di negozi di “cannabis light” chiusi nelle Marche, il Festival internazionale della canapa di Torino cancellato, la possibilità che lo stesso avvenga per la prossima parata pro legalizzazione di Pisa (anche se gli organizzatori continuano a spingere perché si faccia), lo scontro interno al governo gialloverde, con Matteo Salvini che ha annunciato e fatto diffondere una direttiva sui canapa-shop (pubblicata già ieri sul sito del Ministero dell'Interno, con la disposizione di maggiori controlli) e i grillini perlopiù propensi a minimizzare il pericolo.

Si può dire che quella di ieri sia stata una giornata campale sul tema della cannabis, i cui rischi continuano a essere sottovalutati da una larga parte delle forze politiche, nonostante gli avvertimenti provenienti sia dagli scienziati sia dall’esperienza quotidiana delle persone comuni che operano, spesso come volontari, all’interno delle tante comunità italiane di recupero per tossicodipendenti.

Era stato proprio dopo l’incontro, svoltosi mercoledì 8 al Viminale, con i rappresentanti di 20 comunità di recupero che Salvini aveva fatto le prime dichiarazioni annunciando controlli a tappeto sui negozi adibiti alla vendita di “cannabis light”. «La droga, soprattutto nei confronti dei minori, è un’emergenza nazionale devastante. Domani stesso darò indicazioni a tutti i responsabili delle forze dell’ordine di andare a controllare uno per uno tutti i presunti negozi turistici di cannabis, che per quanto mi riguarda vanno sigillati dal primo all’ultimo perché sono un incentivo allo spaccio di sostanze stupefacenti».

Il ministro dell’Interno aveva quindi accennato alla testimonianza degli operatori «che da decenni lavorano sul campo con ragazzi e ragazze con il cervello e il fisico devastato» e fatto presente alcuni dati, che manifestano anzitutto un problema educativo nonché di uso ingannevole del linguaggio dei pro legalizzazione: «70.000 morti l’anno scorso negli Stati Uniti per l’utilizzo di una droga cosiddetta legale che sta arrivando in Italia, il fentanyl, che è reperibile su Internet a 5 euro a dose. Chiederò oggi stesso agli amici della Polizia Postale tutto il possibile per sigillare siti che invitano al consumo e alla morte». E poi aveva aggiunto che «non vogliamo punire i consumatori, mi interessa la galera certa per gli spacciatori, trovati in flagranza di reato», dicendosi inoltre schifato dei negozi che vendono droghe «alla luce del sole» e che «ci siano feste della cannabis a Milano, a Pisa, a Torino».

Concetti simili, sulla necessità di chiudere i negozi di cannabis light - 2.087 quelli aderenti all’Aical (Associazione italiana cannabis light), che riunisce sette tra i maggiori gruppi del settore - Salvini li aveva ripetuti lo stesso giorno a Otto e Mezzo, ospite di Lilli Gruber, che da parte sua ha invece sposato la tesi del ministro della Salute, Giulia Grillo, secondo la quale in quegli esercizi commerciali non si venderebbero droghe. Sempre la Grillo, parlando con il Corriere della Sera, ha anche detto che nel caso Salvini avesse informazioni che lei non ha si dovrebbe procedere a restrizioni alla vendita per «minori e donne in gravidanza», come se il problema per tutti gli altri potenziali consumatori di cannabis non esistesse. Davvero pazzesco che un ministro della Salute faccia affermazioni così irresponsabili, che fanno il paio con le parole della stessa Grillo a favore dell’eutanasia. Tra l’altro, è di dominio pubblico la notizia dell’operazione di Polizia che a dicembre scorso ha portato al sequestro di 73 chili di infiorescenze vendute come innocue in negozi di “cannabis light” dell’Emilia Romagna.

Ieri è stata appunto la giornata della chiusura di due negozi in provincia di Macerata (e un’altra parrebbe in arrivo, perché si è parlato di tre punti vendita interessati), per ordine del questore Antonio Pignataro. «Alle tante mamme che soffrono per i loro figli che fanno uso di cannabis avevo promesso che avrei chiuso tutti i negozi di cannabis legale: oggi con la chiusura di questi altri due negozi, ho onorato la mia promessa», ha detto Pignataro, che, facendosi portavoce delle istanze di comunità di recupero come San Patrignano e Comunità Incontro, ha aggiunto che «la cannabis è l’anticamera dell’inferno, è l’anticamera dell’eroina e della cocaina». Salvini ha commentato la notizia dicendo di sperare che «il modello Marche possa essere seguito da altre regioni italiane».

Dopo la chiusura dei negozi nelle Marche, la leghista toscana Susanna Ceccardi ha chiesto aiuto al ministro dell’Interno per impedire il «Canapisa», il corteo pro legalizzazione della cannabis previsto per il 18 maggio, affermando che l’evento «da anni raccoglie tutti gli spacciatori d’Italia e tutti i consumatori di droga a Pisa», dunque «non si tratta di propaganda di idee ma di apologia dello spaccio». A Torino, come accennato, è stata decisa la cancellazione del Festival internazionale della canapa che si sarebbe dovuto svolgere, nella sua seconda tranche, dal 17 al 19 maggio. La prima fase della manifestazione torinese si era infatti già svolta dal 3 al 5 maggio, in contemporanea con l’International Cannabis Expo di Milano (ne abbiamo parlato qui), quest’ultimo pubblicizzato con la famigerata scritta «Io non sono una droga» e conclusosi con il sequestro di un chilo di marijuana e un panetto di hashish. Va ricordato inoltre che a Roma è in programma per domani la Million Marijuana March, che si svolge contemporaneamente in molte città del mondo.

La proliferazione di questi eventi è indicativa dell’estensione della propaganda che viene portata avanti tanto con la richiesta diretta di legalizzazione quanto attraverso la rete di negozi di “cannabis light”, propedeutici all’approdo definitivo alla cannabis libera e problematici perché non c’è solo la questione del Thc da prendere con le molle ma anche quella del cannabidiolo (Cbd), un principio farmacologicamente attivo, come ha ricordato il neuroscienziato Giovanni Serpelloni nell’intervista pubblicata oggi dalla Nuova Bussola.

In tutto questo si inserisce il problema educativo richiamato da Salvini, padre di due adolescenti, che ha fatto presente che su questo tema è disposto a far cadere il governo se i Cinque Stelle non sposeranno la battaglia contro la cultura della cannabis. «Mi aspetto che il senatore dei Cinque Stelle, Matteo Mantero [nella foto, rilanciata sulla pagina Facebook di Salvini], ritiri la proposta sulla droga libera. Non è nel contratto di governo e non voglio lo Stato spacciatore». Dopo le parole in mattinata di Luigi Di Maio, il quale sui negozi ha detto che «se sono irregolari non possono restare aperti» punzecchiando poi Salvini con l’invito a «chiudere le piazze di spaccio della camorra e della mafia», sono arrivate nel pomeriggio quelle di Giuseppe Conte. A chi gli chiedeva quale fosse la sua idea sulla cannabis light, il premier ha risposto: «Ho un’agenda con un ordine del giorno molto fitto, questo non è all’ordine del giorno». Speriamo che non sia un modo per eludere la questione, perché i drammi legati al consumo di cannabis non possono essere elusi.