a cura di Stefano Fontana
  • LE RAGIONI DI UNA SOLENNITA'

Cristo re, contro il potere del più forte

Stiamo arrivando all’ultima domenica dell’anno liturgico dedicata a Cristo Re. Il tema è centrale per la Dottrina sociale della Chiesa, come aveva ben insegnato Pio XI nell’enciclica Quas Primas del 1925. Se essa è, come dice la Centesimus annus, “annuncio di Cristo nelle realtà temporali”, e se per questo appartiene alla “missione” della Chiesa, o le realtà temporali hanno un rapporto essenziale con Cristo o l’annuncio ha carattere contingente, utile ma non indispensabile. A questo punto però la salvezza di Cristo non riguarderebbe anche le realtà temporali, il che non è possibile se Lui è l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, l’origine e il compimento e se, come è ben noto, le realtà temporali non si salvano da sole.  

La festa di Cristo Re ha quindi un rapporto essenziale con la Dottrina sociale della Chiesa e la sua Regalità deve essere anche di tipo sociale e politico e non solo escatologico. Che Egli sia Re in senso escatologico è verissimo, ma non esclude, anzi richiede che Egli lo sia anche dal punto di vista sociale e politico. Il tema è vasto e qui vorrei indicare solo uno dei motivi che spiegano questa Regalità sociale e politica, vale a dire la derivazione dell’autorità da Dio.

Cristo è Re anche in senso sociale e politico prima di tutto perché ogni autorità di un uomo su un altro uomo deriva da Lui. San Paolo dice che ogni autorità deriva da Dio e lo stesso Gesù dice a Pilato: “Non avresti su di me nessuna autorità se non ti fosse data dall’alto”. Non deriva da Dio la designazione di “chi” deve investire l’autorità, deriva da Dio la legittimazione morale e religiosa di quella autorità. Infatti il semplice potere non è in grado di legittimarsi da solo. E’ legittimo solo il potere che viene esercitato per il bene, e questo si chiama autorità. Il bene però non è possibile senza il Bene Sommo e, quindi, senza Dio Bene Sommo nessuna autorità è legittima.

Da ciò derivano due conseguenze immediate. La prima è che esiste un dovere nei confronti della religione vera (religio vera) non solo da parte delle persone e delle società ma anche della politica. La seconda è che una legittimazione semplicemente morale, fondata per esempio sulla dignità della persona o sulla legge morale naturale non è sufficiente, serve anche una legittimazione religiosa, dato che né la persona né la legge morale naturale sussistono per se stesse.

Il magistero sociale preconciliare aveva ripetutamente richiamato questi fondamenti. Per esempio: Gregorio XVI nella Mirari vos (1837), n. 37; Pio IX nella Quanta cura (1864), n. 319; nella proposizione 77 del Sillabo; Leone XIII nella Diuturnum illud (1881) e nella Immortale Dei (1885); Pio X nella Notre charge apostolique (1910), n. 758; Pio XI nella Quas primas (1925). Nel Concilio e nel post-concilio la cosa viene detta ma in modo molto più sfumato e indiretto. Per esempio, Giovanni Paolo II che già nella prima omelia da Pontefice aveva enunciato il principio di Cristo Re con il famoso appello “aprite le porte a Cristo …”, nella Centesimus annus elenca in modo dettagliato i doveri dello Stato senza però affermare quelli verso la religio vera. Non affermare il principio in modo chiaro e diretto ha però delle conseguenze su molte tematiche molto importanti di Dottrina sociale della Chiesa: dal modo corretto di intendere la libertà religiosa al bene comune fino alle politiche religiose.

C’è anche un’altra conseguenza di notevole importanza. Se viene perduta l’idea che l’autorità viene da Dio, da quale altra fonte dovrebbe e potrebbe venire? Cosa, se non Dio, sarebbe in grado di legittimarla? Il voto popolare? Le decisioni di qualche assemblea? Un contratto tra i cittadini? Una globale piattaforma Rousseau? Non c’è scampo: tutte queste fonti altro non sono che l’espressione del potere del più forte. Ed infatti è così: se l’autorità non viene da Dio viene dal più forte di turno. Riaffermare il principio della Regalità di Cristo, anche sociale e politica, è necessario per evitare tutto questo.