• IL BELLO DELLA LITURGIA

Cristo e le prove a cui nessuno può sottrarsi

Dipingendo le Prove di Cristo, Sandro Botticelli si immagina il diavolo vestito da frate francescano che tenta il Signore. Le tentazioni si svolgono in secondo piano, essendo il primo occupato da un rito di purificazione in cui il sacerdote si potrebbe identificare in Mosè e il fanciullo, di bianco vestito, in Gesù. L’uno starebbe passando all’altro la Legge e con essa il compito di redimere, col proprio sacrificio, l’umanità.

Sandro Botticelli, Prove di Cristo, Roma - Cappella Sistina

«È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”» (Lc 4, 12). Eccoci arrivati all’inizio della Quaresima, tempo in cui la liturgia ci introduce - per la precisione attraverso i Vangeli sinottici - raccontando le tentazioni di Cristo avvenute nel periodo da Lui trascorso nel deserto, a ridosso del Suo Battesimo. È un tema, questo, che ha sollecitato, nei secoli, la curiosità di molti artisti che con pennello o scalpellino hanno a loro modo interpretato e riportato il suddetto racconto: dall’epoca carolingia in poi, passando per il romanico e arrivando fino al Rinascimento e oltre…

La macro questione è sempre stata la scelta nella rappresentazione di questa singolare creatura che è il diavolo. Il dilemma era se figurarselo come un mostro inquietante, dalle ali di pipistrello e dai piedi adunchi, come spesso lo vediamo nei capitelli delle millenarie chiese d’Oltralpe, oppure come un angelo o un uomo di chiesa il cui malizioso travestimento fungeva da arma ideale per perpetrare il suo inganno.

Sandro Botticelli se lo immagina vestito da frate francescano, con tanto di saio col cappuccio e bastone a forma di tau. Così lo immortala sul registro mediano di una delle pareti della Cappella Sistina, a nord e dirimpetto a un analogo e simbolicamente correlato soggetto che ha come protagonista Mosè, portatore della Legge scritta. Cristo, nelle Sue prove botticelliane, è portatore della Legge evangelica, come l’iscrizione sul fregio del dipinto chiarisce.

L’affresco, dalle dimensioni notevoli, è affollato e molto colorato: il rosso e il blu, rispettivamente della tonaca e del mantello, ci aiutano a riconoscere Gesù e a seguirlo lungo lo sviluppo della scena che si legge a partire dall’angolo in alto a sinistra. È qui, in una selva boscosa e non nel deserto evangelico, che il frate tentatore, rosario alla mano, al cospetto di Cristo indica, con fare deciso, le pietre ai loro piedi. Lo provoca, affinché le trasformi in cibo, ma sappiamo bene che “non di solo pane vive l’uomo”.

E, ancora, in piedi sulla sommità del tempio, al centro della scena, il fraticello, solo apparentemente innocuo, mostra a Cristo i regni della terra, mettendolo alla prova con le lusinghe del potere. Niente da fare neanche questa volta, però: anzi, la malefica creatura, di lì a poco, precipiterà, rivelando infine la sua vera animalesca natura. Il tutto sembra svolgersi in secondo piano, essendo il primo occupato da un rito di purificazione in cui il sacerdote si potrebbe identificare in Mosè e il fanciullo, di bianco vestito, in Gesù. L’uno starebbe passando all’altro la Legge e, con essa, il compito di redimere, col proprio sacrificio, l’umanità.

Mi piace pensare che la folla di personaggi disposti tutti intorno, con abiti contemporanei al maestro dipintore, siano funzionali ad attualizzare il tema proposto, un monito all’osservatore dell’affresco affinché si renda conto che siamo tutti potenziali vittime di facili predatori. La facciata del tempio qui raffigurata, in effetti, è quella di un edificio romano perfettamente riconoscibile e ancora visibile lungotevere: l’ospedale di Santo Spirito in Sassia.

Un qui e un ora, quello delle tentazioni, a cui nessuno di noi può sottrarsi se non con la forza della fede.