• INTERVISTA

Crepaldi: Fine vita, quale legge ci vuole

"L'iniziativa legislativa è un rischio inevitabile, ma attenzione perhé i pericoli di una deriva sono molti. Parla l'arcivescovo di Trieste.
- Le posizioni in campo, di M. Respinti

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Il 7 marzo è iniziata alla Camera la discussione sul progetto di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) fra notevoli polemiche che attraversano i diversi schieramenti politici. E anche fra coloro che sono per la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale, vi sono contrastanti prese di posizione. Per fare un po' di chiarezza ci siamo rivolti a monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste e profondo conoscitore della Dottrina Sociale della Chiesa.   

Monsignor Crepaldi, intanto chiariamoci sui termini. C'è chi definisce questa legge "sul fine vita" e chi parla di "testamento biologico". Qual è l'espressione corretta?

Non è corretto parlare di testamento biologico. Anche in passato i cambiamenti nei comportamenti e nei costumi sono stati fatti passare da cambiamenti del linguaggio, basti pensare all’”interruzione volontaria della gravidanza” o alla “salute riproduttiva”. Il testamento biologico indica una assoluta disponibilità del soggetto a se stesso, vale a dire la completa assenza di doveri verso di sé. Indica anche una espressione di volontà – come si fa appunto in un testamento – cui nessuno può opporsi e quindi che vincola i medici. Il progetto di legge in discussione non prevede nessuna di queste due accezioni. Bisogna parlare appunto di dichiarazioni anticipate di trattamento o di legge sul fine vita.


Dopo il caso Englaro, dal fronte pro-life si è alzata la richiesta di una legge, ma non tutti sono d’accordo, c’è chi sostiene che la vita sarebbe maggiormente tutelata nella situazione attuale. Lei cosa ne dice?
Purtroppo è stata una sentenza della Cassazione a dare il via alla sospensione della idratazione e dell’alimentazione ad Eluana Englaro, nonostante il sondino non sia una terapia e quindi non si possa considerare accanimento terapeutico. Anche il medico che ha ucciso tramite eutanasia il signor Welby è stato alla fine prosciolto. Questo ci dice che sarà ancora possibile in futuro una “eutanasia giudiziaria”. E’ vero che la si può combattere sul piano giudiziario e non necessariamente su quello legislativo, ma la recente esperienza mette in evidenza le difficoltà di una simile impresa, anche a causa della “interpretabilità” delle leggi attualmente in vigore. Il passaggio alla legge, quindi, anche se pericoloso, era ed è obbligato.

I critici, però, meritano di essere ascoltati. Essi mettono giustamente in evidenza che la legge per la prima volta fissa la possibilità di scrivere e firmare una dichiarazione anticipata di trattamento. Questo è un fatto nuovo che, in futuro, potrebbe permettere interpretazioni estensive e iniziative volte ad allargare la possibilità della autodeterminazione. Bisognerebbe fare una sorveglianza molto attenta e garantire una mobilitazione continua: tutte cose difficili da realizzare.

I critici mettono anche l’accento sul pericolo che questa legge venga battezzata come “cattolica”. E’ vero che a sostenerla sono in tanti, ma è anche certo che i cattolici sono in prima linea. Se così fosse, eventuali deroghe future, applicazioni improprie o suoi successivi allargamenti applicativi potrebbero essere considerati come “cattolici”. Non possiamo negare che qualcosa del genere sia successo per la legge 40 sulla fecondazione assistita. Non é una legge cattolica, ma per l’opinione pubblica, che non esamina le cose nel dettaglio, lo è in quanto non ammette la fecondazione eterologa. Anche molti cattolici oggi credono che la fecondazione omologa sia moralmente lecita e che solo quella eterologa non lo sia.

Il pericolo di aprire una porta per poi mettersi a correre per limitare i danni c’è e bisogna tenerne conto anche se, come ho detto sopra, mi sembra un rischio inevitabile. Mirare a limitare i danni di una legge ingiusta piuttosto che eliminarla eroderebbe la sorveglianza etica delle coscienze. Anche per la legge 194 sull’aborto il programma massimo sembra essere stato abbandonato dai più, a favore di un programma minimo volto almeno a “far funzionare” la legge. Accanto alla approvazione della legge c’è un immenso lavoro da fare di tipo culturale e di mentalità. Pensare che la legge da sola possa risolvere qualcosa è infantile. Perciò credo che anche le riflessioni critiche sulla legge siano utili.

Il progetto di legge attualmente in discussione alla Camera risponde alle esigenze da lei poste?

Mi sembra di sì. Anche se permangono i timori che ho espresso sopra.

Se l’attuale progetto andasse incontro a emendamenti peggiorativi, che strade rimarrebbero per coloro che difendono la vita?

Davanti ad emendamenti peggiorativi durante l’iter in aula, penso che coloro che difendono la vita debbano contrastarli e, se il principio non negoziabile alla vita fosse messo in causa con forme velate di suicidio assistito o se si considerasse opinabili l’idratazione e l’alimentazione, sia da parte del soggetto che fa la dichiarazione anticipata sia da parte del medico, credo che il governo dovrebbe ritirare il disegno di legge. Sarebbe grave se il governo si nascondesse dietro il rinvio della decisione alla coscienza dei singoli deputati. Si tratterebbe di una abdicazione delle proprie responsabilità morali e politiche. In ogni caso nessun deputato che si ritenga cattolico potrebbe votare una legge sul  fine vita che non rispettasse integralmente il diritto alla vita come qualcosa di indisponibile a chicchessia.