• SOLDI PUBBLICI E SPRECHI

Così droghiamo il cinema italiano. Ridateci Zalone

Aridàteci Checco Zalone (che non si chiama nemmeno così), almeno ci fa ridere, e davvero, senza declinazioni politicamente corrette, senza denuncia sociale, senza immigrati e degrado. Sulle sue sole spalle si regge il cinema italiano, ed è inutile girarci intorno. E’ vero, sono film leggeri, i suoi, senza pretese, girati al risparmio. Ma dimostrano che sono le idee, quelle che “fanno” un film. E che certe idee, di contro, sono stucchevoli, stantie, fastidiose. Fuori dai denti: non se ne può più del cripto-marxismo antiborghese del nostro cinema. E che questo non sia solo un nostro cruccio è dimostrato dai numeri: la quota di mercato che il cinema italiano riesce a strappare coi denti si attesta intorno al 18% (quando non c’è Zalone).

E il nostro è un cinema drogato: aiuti ministeriali, di RaiCinema, fondi regionali. «Di interesse culturale» lo chiamano, e giù denari. Malgrado il «culturale», però, agli italiani non interessa. Allora, che fanno, color che comandano? Anziché cominciare a dire «bambole, non c’è ‘na lira, la pacchia è finita, arrangiatevi; cioè, spremetevi il cervello, fatevi venire nuove (e buone) idee», l’ultima trovata è questa: costringiamo gli italiani a guardarli, questi film. Bella pensata, degna del Minculpop. Comprate nazionale, anche se dovete sorbirvi il karkadé al posto del caffè. Scherzavano? Macché, ecco. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 2 ottobre, e con decreto legislativo (cioè, da subito, senza passare per le Camere) l’aumento delle quote di tempo che le televisioni devono riservare obbligatoriamente ai film italiani: 12% per la Rai e la metà per i canali privati. Che, appunto perché privati, non si vede in nome di quale logica debbano sopportare questo diktat. Non basta: sono aumentati anche gli investimenti obbligatori di tali emittenti a favore della produzione italiana. Ed europea: «ce lo chiede l’Europa» anche questo? Eggià, il nazionalismo, di questi tempi, si allarga alla Ue, e bastonate per chi non ci sta (vedi Brexit).

Ora, a parte questa trovata dittatoriale di costringere le aziende private a rinunciare ai propri piani per subire le politiche editoriali del governo, servisse a qualcosa magari applaudiremmo. Ma viene in mente il verso di De André (cfr. La cattiva strada): «…a un ubriaco versò da bere ancora un poco…». Sì, perché il cinema italiano è già drogato. Di sussidi. Ora si mette lo spettatore nella condizione del protagonista di Arancia meccanica, che un marchingegno teneva con gli occhi sbarrati e puntati su uno schermo. Nel quale venivano proiettate filmati «rieducativi». L’ultima salvezza, per chi il cinema italiano proprio non lo sopporta, sta nel telecomando. Al quale, però, il decreto legislativo di cui si è detto ha ridotto il campo di scelta.

Ai cervelli che ci governano verrà mai in mente che, così facendo, si continua a tenere in piedi uno  zombie, un mezzo cadavere che campa di stampelle statali e che –scusate se sono chiaro- non piace? Che risparmio di denaro pubblico sarebbe abolire tout court il finanziamento a un «interesse culturale» che non interessa nessuno... I cineasti sarebbero costretti a spremere il loro, di cervello, e a chiedersi perché il cinema americano domina i botteghini senza alcun aiuto pubblico. Si dirà che  in Italia non ci sono i produttori-paperoni americani? Ma il cinema italiano ha dato lezioni a tutti senza soldi. Con il neorealismo, con i «peplum» girati a Cinecittà, con gli  spaghetti-western girati in Sardegna o ad Almeria o in Marocco. La necessità aguzza l’ingegno, dovrebbe essere questo il motto di chi aspira a fare il cineasta. Sennò si finisce (e ci siamo già finiti) a fare quel che faceva mio padre quando annusava la tivù e vedeva un film francese: pfui, francese! diceva. E cambiava canale. O andava a letto.