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Cosa non va con Renzi

Alcune lettere ricevute ci costringono a tornare sul tema della proposta politica del sindaco di Firenze. Nessuna intenzione di demonizzarlo, ma la sua posizione culturale - come quella di molti altri -consiste in una inaccettabile riduzione della fede.

Matteo Renzi

I lettori ci perdoneranno se torniamo ancora sul “fenomeno Renzi”. Non è nostro costume dare eccessivo spazio alla politica, ma alcune lettere ricevute dopo l’articolo pubblicato ieri, spingono a un chiarimento che non vale soltanto per il sindaco di Firenze, ma più in generale per l’approccio al problema politico.

Rispondendo alle critiche dell’articolo qualcuno, ad esempio, ha fatto presente che Renzi ha aperto una parte del cimitero di Firenze per seppellire i feti abortiti e che nel 2005, da presidente della Provincia, promosse dibattiti sulla Legge 40 dal punto di vista cattolico e anche presentò il primo libro del Papa, e inoltre ha invocato pubblicamente un’azione a difesa dei cristiani perseguitati in Nigeria. Tutte cose certamente buone, da bravo cattolico potremmo dire. In realtà noi non abbiamo alcuna difficoltà a riconoscere che il sindaco di Firenze ha fatto, fa e sicuramente farà anche cose buone, e nostra intenzione non era certo demonizzarlo.

Il problema di un impegno politico però non si può ridurre a un’operazione algebrica che consideri azioni buone e azioni cattive, basando il giudizio sul risultato che ne consegue. Quello che vogliamo porre è invece una questione di criterio di fondo. E da questo punto di vista è rivelatrice la frase citata nell’articolo di ieri: “Sono cattolico praticante (…) ma nell’esercizio delle mie funzioni politiche guarderò alla Costituzione più che a quello che dice la mia fede”.

In questo senso non solo è un film già visto, ma è un film che ha avuto più repliche di quante ne abbiano avute i film di Bud Spencer e Terence Hill su Rete 4. E non solo in Italia: una frase praticamente identica la pronunciò già John F. Kennedy da presidente degli Stati Uniti, ed eravamo all’inizio degli anni ’60. Ma è anche la posizione espressa dai cattolici “adulti” alla Prodi, e anche se non detto esplicitamente è nei fatti l’approccio politico di tanti cattolici anche nel centro-destra (per non parlare del governo dei “tecnici”), senza dimenticare che sulla stessa linea si sono mossi a loro tempo diversi esponenti della Democrazia Cristiana. E’ anche il modo in cui tanti cattolici hanno votato in questi decenni, conciliando l’inconciliabile; senza scomodare chi negli anni ’70 decise di votare comunista, basterebbe ricordare le questioni del divorzio e dell’aborto: quella posizione si traduceva in un “Io non divorzierò (abortirò) mai ma non posso impedire ad altri di farlo”.

Tale posizione, però, è irragionevole e moralistica, significa operare una scissione tra fede e ragione. Prima ancora che un errore politico è una clamorosa riduzione della fede.

Mi spiego: quando Benedetto XVI insiste sui princìpi non negoziabili quale fondamento dell’azione politica dei cattolici, parla anzitutto non di dogmi di fede, ma di legge naturale, cioè riconoscibile da ogni uomo che usi la ragione secondo la sua natura. Che la vita, la famiglia e la libertà di educazione non possano essere oggetto di trattativa politica non è un dogmatismo religioso, tassa da pagare per l’appartenenza alla Chiesa, ma consapevolezza di ciò che rende stabile e sana una società, qualsiasi società. Non è necessario essere cattolici per riconoscere che oggi gran parte della spesa sociale è provocata dalle conseguenze della disgregazione delle famiglie e che quindi la prima azione di spending review dovrebbe essere rafforzare la famiglia naturale.

Proprio per questo è ancora più grave se a sostenere il riconoscimento delle unioni di fatto e gay è un cattolico, che al dovere di riconoscere la legge naturale unisce la grazia della fede che di quella legge naturale è la piena rivelazione, che è il compimento della ragione. D’altra parte la fede, per sua natura, esige di abbracciare tutto l’umano, è un punto di partenza nuovo da cui giudicare tutte le cose, non è uno spiritualismo astratto. Soleva dire un altro sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, ai suoi interlocutori politici: “Se Cristo è risorto – e lo è – questo corpo glorioso risorto investe inevitabilmente l’intera creazione materiale (noti: materiale) e spirituale, politica e civile, del mondo”.

Ecco perché dire, ad esempio, “Credo nel matrimonio tra uomo e donna, ma non posso rifiutare questa possibilità anche ai gay”  vuol dire ridurre la fede a una serie di precetti che non hanno legame con la realtà quotidiana degli uomini. E’ una posizione insidiosa, da rifiutare e da combattere, perché nega l’originalità del cristianesimo.

- Renzi? Un film già visto, di Andrea Zambrano