• DIRITTO ALLA VITA

Corte Suprema Usa: una vittoria a metà sull'aborto

Vittoria a metà. La Corte Suprema ha confermato la legge 1337 dell’Indiana che consente la regolare sepoltura (o cremazione) dei feti abortiti, sia che si tratti di aborti spontanei, sia che si tratti di aborti procurati. Ma non si è espressa sulla richiesta di invertire la sentenza che ha abolito la seconda parte della stessa legge dell’Indiana, con cui si sarebbe vietato l’aborto selettivo per ragioni di razza, sesso, etnia e potenziali disabilità.

Sede della Corte Suprema degli Usa

Vittoria a metà. La Corte Suprema ha confermato la legge 1337 dell’Indiana che consente la regolare sepoltura (o cremazione) dei feti abortiti, sia che si tratti di aborti spontanei, sia che si tratti di aborti procurati. Ma non si è espressa sulla richiesta di invertire la sentenza che ha abolito la seconda parte della stessa legge dell’Indiana, con cui si sarebbe vietato l’aborto selettivo per ragioni di razza, sesso, etnia e potenziali disabilità.

L’ordinanza della Corte Suprema, benché riguardi una legge locale, riveste una notevole importanza politica. Prima di tutto perché la legge 1337 dell’Indiana è stata firmata nel 2016 dall’allora governatore Mike Pence, attuale vicepresidente degli Stati Uniti. In secondo luogo, perché è la prima opinione legale importante che riguarda l’aborto da quando nella Corte Suprema siede il giudice Brett M. Kavanaugh, nominato dal presidente Donald Trump, che ha spostato la maggioranza della corte a vantaggio dei conservatori. Per la prima volta, in teoria, la Corte Suprema degli Usa avrebbe i numeri per invertire la sentenza Roe vs. Wade, che nel 1973 legalizzò l’aborto. Riveste anche una grande importanza etica: si decide sul diritto alla vita. Ogni volta che un caso arriva al massimo organo giudiziario, questa Corte attira, in trepida attesa, l’attenzione sia dei pro-vita che dei pro-choice (leggasi: abortisti). Entrambi sono rimasti delusi dall’ultimo esito a metà.

A ricorrere in tribunale contro la legge 1337 è stata Planned Parenthood, la più grande organizzazione abortista degli Usa. Lo ha fatto sulla base del principio per cui la donna ha un “diritto assoluto” a ricorrere all’aborto di un figlio indesiderato come “parte della sua privacy”. A prescindere dalla motivazione. Planned Parenthood ha ottenuto una sentenza favorevole fino al grado di appello dal tribunale del Settimo Circuito (che include gli Stati del Midwest: Wisconsin, Indiana e Illinois). Ad impugnare la sentenza d'appello e a portarla a cospetto della Corte Suprema è stato il Procuratore generale dell'Indiana (repubblicano). La Corte Suprema non ha messo in discussione l'aborto, ma accetta che (sulla base di una precedente sentenza dello stesso tribunale del Settimo Circuito) lo Stato dell’Indiana si preoccupi della gestione del feto dopo l’aborto, ritenendolo un suo interesse. La disposizione per cui gli si deve dare degna sepoltura o lo si può cremare è dunque ritenuta legale. Già questa decisione ha suscitato la protesta di Planned Parenthood, che in un comunicato scritto ha condannato una legge che mirerebbe a “umiliare e stigmatizzare” le donne che abortiscono.

Nella seconda parte dell’ordinanza, invece, la Corte decide di non decidere. Non per motivi di principio, quanto procedurali: finché il caso non arriverà a sentenza in un altro processo di appello, la Corte Suprema non si esprimerà. Ma la seconda parte è più importante, perché decide sulla legittimità di una legge che vieta l’aborto selettivo. Aborto selettivo vuol dire, appunto: abortire sulla base del sesso, della razza, dell’etnia o di potenziali disabilità. Il fatto stesso di non esprimere un giudizio su una materia così importante è una gran brutta notizia per il movimento pro-vita. "Nessuno merita di perdere la vita per essere nato con la sindrome di Down o per il colore della sua pelle", ha dichiarato Jeanne Mancini, presidente della Marcia per la Vita. Il giudice conservatore Clarence Thomas ha pubblicato una lunghissima nota con il suo parere, a margine dell'ordinanza, andando al nocciolo della questione: l’aborto selettivo è una forma di eugenetica (dunque: selezione della razza). E per questo ha invitato la Corte ad esprimere al più presto un suo giudizio. 

«Questa legge e altre simili, promuovono l’interesse rilevante di uno Stato ad impedire che l’aborto si trasformi in uno strumento dell'eugenetica ai giorni nostri – scrive il giudice Thomas – L’uso dell’aborto per raggiungere obiettivi eugenetici non è solo un’ipotesi. Le basi per la legalizzazione dell’aborto negli Usa sono state gettate nei primi anni del Novecento, dal movimento per il controllo delle nascite». I dati sul calo di nati con sindrome di Down, ad esempio, viene vantato (e non nascosto) dagli abortisti. Vuol dire, sostanzialmente: eliminare i portatori di disabilità. Inchieste su Planned Parenthood hanno anche rilevato una preferenza dell’aborto selettivo ai danni delle nasciture. Un fenomeno che non riguarda solo l’India e la Cina, dunque. Non è casuale che l’aborto selettivo sia un concetto intrinsecamente razzista e sessista, anche se viene difeso da coloro che si definiscono “progressisti”.

L’ordinanza della Corte Suprema è un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Vivendo in Italia, in generale in Europa continentale, diremmo certamente: mezzo pieno. Se non altro perché se ne parla. In Italia non se ne parla. Negli Usa, l’aborto è oggetto di dibattito. Merito anche del loro sistema federalista, che permette a singoli Stati di invertire la tendenza e resistere al pressing che arriva dal potere centrale. In Italia non è neppure oggetto di dibattito. Almeno per ora.