• LA LINEA ROSSA

Corea, guerra a parole, dialogo nei fatti

La linea rossa, prove tecniche

La guerra di parole fra Stati Uniti e Corea del Nord ci ha regalato un altro momento di ilarità. Per Capodanno, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un è tornato a minacciare gli Stati Uniti, ricordando che può sempre avere il dito sul pulsante nucleare. Gli ha risposto il presidente americano, affidandosi come di consueto a Twitter, scrivendo “qualche ufficiale del suo (di Kim) paese impoverito e affamato, per favore, gli ricordi che anche io ho il mio pulsante nucleare, anche più grande e potente del suo. E il mio pulsante funziona”. Il botta e risposta ha fatto la gioia dei giornalisti di tutto il mondo, i quali accusano ancora Trump per i suoi metodi da lottatore di Wrestling nel gestire la trattativa con la Corea del Nord, correndo il rischio di far scoppiare tutto. Ma la vera notizia è un’altra. Che una linea telefonica speciale veniva riaperta a Panmunjom, il luogo dell’armistizio del 1953, il punto di contatto fra la Corea del Nord con quella del Sud. E con la linea telefonica riprende un dialogo che latitava dal 2010, definitivamente interrotto nel 2015.

La linea telefonica che collega le leadership delle due Coree era già quasi completamente muta dalla primavera del 2010, quando la corvetta Cheonan era stata affondata dai nordcoreani. Si è trattato del più grave incidente militare fra i due paesi della penisola e già allora si parlava di un rischio sempre più concreto di ripresa della guerra (mai ufficialmente interrotta, neppure dopo l’armistizio di Panmunjon del 1953). Il dialogo è ricominciato a singhiozzo, quasi sempre su iniziativa di Seoul. Nel gennaio 2014 è stato Kim Jong un a suggerire una ripresa del negoziato e nel febbraio successivo le famiglie divise dalla “cortina di bambù” si sono potute brevemente riunire. Nell’agosto di quell’anno, la presidente del Sud, Park Geun-hye, nazionalista, ha pure caldeggiato un riavvicinamento con il regime del Nord. Il dialogo, in quell’occasione, è ripreso in occasione di giochi sportivi: i Giochi dell’Asia. La Corea del Nord ha inviato una sua delegazione a Incheon, poi è stata la volta del Sud che ha mandato una sua rappresentanza alla celebrazione dell’anniversario di Kim Jong-il, padre dell’attuale dittatore. Ma nulla è servito a riallacciare buone relazione. Saltato l’accordo, su una questione apparentemente irrilevante (l’eventuale apertura di un resort turistico nel Nord), il Sud ha ritirato i suoi lavoratori dall’impianto industriale comune di Kaesong. Poco dopo, nel febbraio del 2016 la “linea rossa” fra Pyongyang e Seoul è stata tagliata.

Ieri, a Panmunjon, sono stati effettuati i primi test tecnici per la sua riapertura. Un funzionario del Nord, il cui nome non è stato rivelato alla stampa, ha telefonato a un suo omologo del Sud. E’ seguita una conversazione di una ventina di minuti, il cui contenuto resta un segreto. Difficilmente si è trattato di un primo dialogo diplomatico, molto più probabilmente sono stati discussi aspetti tecnici sul ripristino della comunicazione. Nulla di importante da un punto di vista politico, dunque. Ma un grande passo simbolico verso il disgelo. Come è stato possibile? Anche in questo caso, l’occasione l’hanno data dei Giochi sportivi: le Olimpiadi Invernali, che si terranno in Corea del Sud, il prossimo mese. Kim Jong-un, inaugurando il nuovo anno, ha espresso il desiderio di mandare una sua squadra alle Olimpiadi e di riprendere anche il dialogo con la controparte del Sud. Come nel 2014, insomma, sport e diplomazia sono andate a braccetto. La proposta nordcoreana è la prima risposta alla mano tesa dal presidente del Sud, Moon Jae-in eletto la scorsa estate con un programma che include anche la ripresa del dialogo con il Nord.

Quella dell’alternanza di ostilità e dialogo fra Nord e Sud Corea è una storia di svolte improvvise e contraddizioni. Quando si pensa che ormai una nuova guerra sia inevitabile, si arriva alla svolta diplomatica. Viceversa, quando il dialogo sembra ben avviato, arriva la chiusura, improvvisa e violenta. Quest’ultimo sviluppo non fa eccezione. Nell’anno dei continui test missilistici nordcoreani, delle sanzioni al “regno eremita”, della guerra di parole fra Kim Jong-un e Trump, arriva improvvisamente la bella notizia del ripristino della linea rossa. Da notare: proprio mentre Trump e Kim si minacciavano sul Web, con insulti da far conoscere al mondo intero, veniva compiuto un passo concreto verso la pace. Si possono trarre due lezioni: l’apparenza inganna e mai prendere troppo sul serio le minacce di guerra in un paese in cui (per motivi oggettivi) la guerra difficilmente scoppierà mai. L’apparenza inganna: Kim Jong-un mostra i muscoli con continue provocazioni militari, ma evidentemente si sente molto debole. Non a caso la mano tesa, questa volta, viene da lui. Isolato dalla comunità internazionale, premuto dalla Cina (che non ha votato contro le sanzioni all’Onu), ha almeno riaperto uno spiraglio con la Corea del Sud. L’apparenza inganna anche sul fronte americano: mentre Trump risponde colpo su colpo alle provocazioni di Kim, usando lo stesso linguaggio del dittatore nordcoreano, la diplomazia statunitense continua a lavorare per una soluzione pacifica, come afferma il segretario di Stato Rex Tillerson e come gli ultimi sviluppi dimostrano. Infine, ma non da ultimo: mai parlare di guerra in una regione in cui un’escalation nucleare sarebbe facilissima. E dove anche una guerra convenzionale potrebbe portare a danni irreparabili, alla distruzione di Seoul tanto per cominciare. Lasciamo che i leader parlino a ruota libera di “pulsanti nucleari”, “distruzioni totali” e “mari di fuoco”, nella consapevolezza che la guerra di parole molto difficilmente si tradurrà in una guerra nucleare.