a cura di Riccardo Cascioli
  • DEMOGRAFIA

Corea del Sud, emergenza crollo demografico

Crollo demografico in Corea del Sud

La Corea del Sud è la quarta potenza economica asiatica. Ma affronta una crisi di nascite sempre più grama. Negli anni Sessanta veniva alla luce 1 milione di bimbi all'anno. Poi l'ossessione ideologica di stampo malthusiano per la paventata “sovrappopolazione” foriera di povertà e sottosviluppo ispirò sventurate politiche di controllo delle nascite. Partì una massiccia e capillare propaganda, ufficiali sanitari pagati dal governo si diedero a battere il territorio per distribuire preservativi e pillole contraccettive, “vendendo” vasectomia e legatura delle tube in cambio di incentivi quali generi alimentari ed esenzioni da residui obblighi militari. Gli slogan del governo martellavano, incitando ad “avere due figli soltanto”. Le coppie con più di due figli subirono un duro stigma sociale in quanto “antipatriottiche” e i funzionari con più di due figli persero il lavoro.

Gli effetti furono rapidi e desolanti: nel 1960 il tasso di fertilità (cioè il numero di figli per donna in età fertile) era di 6 figli per donna, nel 1966 era già sotto i 5, sotto i 4 nel 1974, sotto i 3 nel 1977.  Nei primi anni Ottanta il nuovo slogan rincarava: “Due sono troppi”. E troppo bene fu raggiunto l'obiettivo: dal 1975 al 1982 si registrarono intorno agli 800 mila nati per anno, nel 1984 il numero precipitò sotto i 700 mila e il tasso di fertilità crollò (1,74) sotto il tasso di sostituzione (2,1 figli per donna). Nel 2002 i nati scesero sotto i 500 mila, e dal 2011 ogni anno fa segnare un primato negativo.

Nel 2017 i nati sono stati 357.700 contro i 406.243 del 2016 (-11,9%), e il tasso di fertilità ha toccato il minimo storico di 1,05 che colloca la Corea del Sud agli ultimissimi posti al mondo (l'Italia, che notoriamente al riguardo è messa parecchio male, è a 1,34). Lo stesso dicasi per il tasso di natalità: sotto gli 8 nati per 1000 abitanti. L'aspettativa di vita supera gli 80 anni. Si va pertanto verso un pericoloso squilibrio demografico, con severe ripercussioni su casse dello Stato, welfare ed economia: le proiezioni segnalano che, di questo passo, la Corea del Sud diventerà la seconda nazione più vecchia al mondo entro il 2060. Le persone sopra i 64 anni rappresenteranno entro quella data il 40,1% del totale (e nel 2030 il 24,5%), rispetto al 14% attuale, sicché il Paese dovrà affrontare un calo rapidissimo della popolazione “economicamente attiva” (tra i 15 e i 64 anni), che ha conosciuto il suo massimo nel 2012 con il 73% del totale, e che nel 2060 sarà solo il 49,7%. Allora ogni lavoratore dovrà sostenere con la sua attività una media di 1,01 persone anziane o minori di 15 anni (contro lo 0,37 del 2015). 

L'aborto procurato è vietato dal codice penale fin dal 1953 (dal 1973 fanno eccezione i casi di violenza, grave infermità del feto e grave pericolo per la salute della gestante), ma dalle autorità è stato adoperato come un efficientissimo alleato delle politiche di pianificazione riproduttiva. Per decenni i governanti hanno chiuso entrambi gli occhi, assicurando impunità e arricchimento facile ai medici abortisti. Difficile fornire numeri precisi. Una ricerca di una decina d'anni fa stima in 342 mila gli aborti annui, ma uno studio più recente, analizzando dati che vanno dal 2007 al 2016, ha concluso che in questo periodo non c'è stata una riduzione di aborti, i quali sarebbero non meno di 500 mila all'anno. Il Korean College of Obstetricians and Gynecologists stima invece che siano 3000 al giorno, cioè circa 1 milione all'anno (ricordiamo che dal 2002 il numero di nati per anno è inferiore ai 500 mila, e che la popolazione coreana è di circa 51 milioni di abitanti).

Dalla fine degli anni Novanta i governi hanno fatto una precipitosa marcia indietro, cercando di rilanciare la natalità, ma con esiti – come si vede – ancora largamente deludenti. C'è chi, assecondando gli imperativi egemoni del politically correct sulla “salute riproduttiva”, vorrebbe rendere l'aborto ampiamente legale. A questo fine, l'anno scorso ha raccolto 230 mila firme una petizione online indirizzata all’ufficio del presidente coreano, che ha poi annunciato l'intenzione di rivedere la legge. Per contro, la Chiesa Cattolica ha recentemente rivolto alla Corte costituzionale un appello, corredato da oltre un milione di firme, perché dichiari illegale ogni svolta abortista. «La Chiesa si oppone con forza in ogni circostanza all'uccisione di una vita innocente», ha dichiarato l’arcivescovo di Gwangju e presidente della Conferenza episcopale mons. Igino Kim Hee-joong. E l'arcivescovo di Seoul, cardinale Andrew Yeom Soo-jung, ha affermato che «non possiamo veramente insegnare l'importanza di custodire altri esseri vulnerabili, se non riusciamo a proteggere un embrione umano, anche quando la sua presenza è scomoda e crea difficoltà».

La Corte, investita della questione già nel 2012, mantenne il divieto. Vedremo come si comporterà quando, a fine aprile, sarà chiamata a riesaminare la materia. (Alessandro Martinetti)