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Corea del Nord, stavolta la minaccia è seria

La Corea del Nord non ferma l‘escalation di provocazioni militari nei confronti dei “cugini” del Sud, del Giappone e degli Stati Uniti minacciando di colpire con i suoi missili balistici a lungo raggio le basi americane nel Pacifico.

Corea del Nord

La Corea del Nord non ferma l'escalation di provocazioni militari nei confronti dei “cugini” del Sud, del Giappone e degli Stati Uniti minacciando di colpire con i suoi missili balistici a lungo raggio le basi americane nel Pacifico e persino il territorio degli states. Una crisi che preoccupa la comunità internazionale come dimostrano le dichiarazioni allarmate della Nato, di Mosca e persino della Cina, protettore e sponsor del regime comunista coreano.

Se in passato le provocazioni militari del regime erano chiaramente tese a incassare aiuti economici oggi l’obiettivo di Kim Jong Un pare più ambizioso, teso a ritagliarsi un ruolo di primo piano (e autonomo dalla Cina) negli equilibri strategici del Pacifico.
Che una nuova guerra nella Penisola coreana non sia più un’opzione vaga lo dimostra anche la risposta della Corea del Sud che ha autorizzato le forze armate a rispondere immediatamente e ad attacchi militari "con forza" come ha ammonito la nuova presidente, Park Geun-Hye. Una decisione che fa ammenda degli errori compiuti in passato dai sudcoreani che hanno sempre evitato di rispondere con le armi agli attacchi dei nordisti persino quando, nel 2010, le forze del Nord affondarono una nave da guerra e bombardarono un isola del Sud.

Sul piano convenzionale del resto le forze di Seul sono ben più moderne e potenti di quelle nordiste, basate ancora sulla massa di militari (1,2 milioni) e di mezzi che però risalgono tutti alla guerra fredda, obsoleti e in parte non efficienti. La minaccia di Pyongyang è quindi tutta incentrata sulle armi di distruzione di massa, chimiche e nucleari, e nei giorni scorsi anche la presenza di aerei da guerra stealth (invisibili ai radar) B-2 Spirit e F-22 Raptor non è riuscita a esercitare una deterrenza sufficiente a fermare le progressive minacce nordcoreane. Pyongyang ha infatti riattivato ieri la centrale nucleare di Yongbyon, fermata nel 2007 dopo un faticoso negoziato internazionale a sei (le due Coree, Cina, Usa, Russia e Giappone), che prevedeva la rinuncia al nucleare da parte dei nordcoreani in cambio di ingenti aiuti economici.

Quest’ultima iniziativa di Kim Jong Un rientra nel nuovo programma appena annunciato che prevede di “rafforzare l'arsenale atomico in termini di qualità e quantità” e il potenziamento economico del Paese. Pretese contraddittorie dal momento che la Corea del Nord già spende quasi un quinto del suo misero PIL per le forze armate (e almeno altrettanto per sostenere l’apparato repressivo interno) e un potenziamento del settore nucleare limiterà ulteriormente le risorse da destinare allo sviluppo, concetto che si può tradurre nella mera sopravvivenza alimentare per 22 milioni di nordcoreani.

Molto irritati dalle provocazioni nordcoreani sembrano essere i cinesi che per molti anni hanno utilizzato l’aggressività del “regno eremita” per mettere in difficoltà Washington, Seul e Tokyo. Questa volta però il “mastino” nordcoreano sembra aver rotto il guinzaglio cinese alzando il livello della tensione e consentendo così agli Stati Uniti di avere un buon pretesto per concentrare importanti forze militari nel cortile di casa” di Pechino.
''Chiediamo la ripresa di dialogo e consultazioni quanto prima in modo da cercare insieme modi per risolvere adeguatamente il problema'' ha detto ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hong Lei.

La Cina però ha allertato le truppe sul confine con la Corea del Nord, ufficialmente perché teme che un crollo del regime provochi un massiccio esodo di disperati sul suo territorio. In realtà sembra probabile che i cinesi vogliano esercitare pressioni anche militari su Kim Jong Un anche se l’arma più efficace a disposizione della Cina è senza dubbio quella economica.
Dopo il terzo test nucleare nordcoreano del 12 febbraio la Cina ha votato la stretta delle sanzioni economiche approvata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, in febbraio ha bloccato la fornitura di 30-50.000 tonnellate di greggio e nei giorni corsi ha ritirato i visti di lavoro concessi ai 30 mila cittadini nordcoreani che hanno trovato impiego in territorio cinese le cui retribuzioni (in media 2/300 dollari al mese) vengono versate direttamente a Pyongyang.

Washington ha invitato russi e cinesi a “fare di più” per frenare i nordcoreani e non c’è dubbio che un blocco degli aiuti economici da parte di Pechino metterebbe rapidamente in ginocchio la Corea del Nord. Uno scenario che potrebbe però avere due opposte conseguenze: indurre Kim Jong Un a smorzare i toni e tornare al tavolo dei negoziati oppure spingerlo a seguire i falchi della dirigenza militare sulla strada del confronto militare all’ombra di un arsenale nucleare che fa paura a tutta l’Asia.