• ZINGARETTI

Contrordine compagni. L'Urss ha aiutato la democrazia

«Se non ci fosse stata l’Unione sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra». Lo dice (e lo scrive) l'attuale segretario del Pd, Nicola Zingaretti, nel suo libro Piazza Grande. Non si sa a quali partiti democratici e di sinistra si riferisca, considerando che i sovietici li hanno perseguitati tutti.

Nicola Zingaretti

«Se non ci fosse stata l’Unione sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra». Queste parole non sono state pronunciate da Marco Rizzo, presidente di un partito che si chiama ancora “comunista” e neppure da un giornalista nostalgico come Giulietto Chiesa. Sono parole di Nicola Zingaretti, attuale segretario del Pd. Non le ha dette per sbaglio, distratto, durante un’intervista o in una conversazione captata da un microfono. Sono dichiarazioni che ha rilasciato al giornalista Gad Lerner nell’intervista che chiude il suo libro, Piazza Grande, uscito ieri edito da Feltrinelli. Un’intervista per un libro: la cosa più meditata, soppesata, calcolata e dunque inequivocabile che si possa concepire nel giornalismo.

Si può pensare quel che si vuole sull’intento di queste parole. Può darsi che sia una strategia volta a recuperare consensi alla sinistra del Pd, di quei nostalgici del Pci che vedono ormai nei Democratici il partito delle banche e del capitale e vogliono sentire “qualcosa di sinistra”. Può darsi che sia solo strategia, ma intanto son dichiarazioni che pesano. Se le parole hanno un senso, quali partiti «democratici e di sinistra» avrebbe mai aiutato l’Unione Sovietica, nel corso della sua storia quasi secolare? Non quelli russi, come i socialdemocratici menscevichi, i socialisti rivoluzionari e i laburisti, che provarono a riunirsi nella prima Assemblea Costituente liberamente eletta nel 1918 e furono scacciati, poi arrestati e sistematicamente perseguitati da Lenin. Non i partiti socialisti e democratici che provarono a formare un governo provvisorio a Samara, sciolto con la forza delle armi nel 1918. Non certo la repubblica menscevica della Georgia (democratica e di sinistra) invasa e soppressa dall’Armata Rossa nel 1921. Che intenti potrebbe mai avere avuto un Partito-Stato che schiacciò i democratici nel suo territorio, per conquistare il monopolio assoluto del potere? Potrebbe mai avere avuto l’intenzione di appoggiare i democratici almeno all’estero?

Il Comintern, l’organo di coordinamento dei Partiti Comunisti all’estero non fu mai democratico. Fu estremamente attento ad impedire deviazioni dei suoi membri. I democratici socialisti erano chiamati “socialfascisti” o “socialtraditori” a seconda delle mode del momento. Gli unici democratici “buoni” erano quelli disposti a collaborare, temporaneamente, contro un nemico comune, come i democratici dei Fronti Popolari, o i repubblicani in Spagna. Erano gli “utili idioti”, secondo la longeva definizione che ne aveva dato lo stesso Lenin agli albori del comunismo internazionale. Utili idioti di cui sbarazzarsi quanto prima, se le circostanze lo esigevano: Stalin non esitò a fare il patto con Hitler, per spartirsi la Polonia e i Paesi Baltici, nel 1939, con buona pace di chi, fino a quello stesso anno, aveva combattuto nei fronti antifascisti al fianco dei comunisti, credendo che fossero mossi dalla stessa passione democratica. Stalin tornò a tender loro la mano solo due anni dopo, quando fu Hitler a tradire i patti e a invadere l’Urss. E siccome il nazismo fu talmente terribile da far dimenticare ogni altro male, solo allora si tornò a parlare di fronti popolari e di fronti antifascisti, come se nulla fosse mai accaduto.

I partiti «democratici e di sinistra» speravano di poter governare nell’Europa liberata dal nazismo. E lo fecero anche, ma solo dove non era presente l’esercito sovietico. Perché dove questo era presente, scomparvero di colpo dalla scena. In Ungheria si votò tre volte di fila finché i comunisti vinsero e abolirono tutti i partiti avversari. In Cecoslovacchia si votò una sola volta e poi i comunisti non mollarono più il potere. In Polonia, così come in Romania e in Bulgaria, fu l’Armata Rossa a dettar legge, non gli elettori di sinistra. La Germania orientale fu addirittura creata dalle armi sovietiche, così come la Corea del Nord, alla cui testa fu posto un agente di Stalin (il nonno dell’attuale Kim Jong-un). Ancora dopo Stalin, i partiti “democratici e di sinistra” di Cuba, del Vietnam, del Laos, dell’Etiopia, dell’Angola, del Mozambico, del Nicaragua furono tutti estromessi con la forza dai parlamenti e dai governi e perseguitati dai partiti pilotati dai comunisti sovietici. L’unico “pluralismo” possibile, in quel mondo, era la lotta, violentissima, fra parrocchie comuniste rivali: Stalin contro Trockij, Tito contro Stalin, Mao contro Chrushev e Brezhnev, Hoxha contro tutti, Pol Pot contro i comunisti vietnamiti. Furono guerre sanguinosissime, non certo dibattiti democratici.

Certo, l’Urss fu generosa nei confronti di molti partiti all’estero: dei “suoi” Partiti Comunisti, fatti tutti con lo stampino, nei metodi, nei programmi, nella struttura interna, persino negli slogan, per decenni. Loro erano gli unici che l’Urss aiutava, con un fiume ininterrotto di denaro, fino a tempi non sospetti. E assieme al denaro c’erano gli agenti, i consiglieri, gli addestramenti all’estero e strani giri di armi di cui tuttora non si è fatta luce. Tutti strumenti notoriamente democratici? Lo “strappo di Berlinguer”, “l’eurocomunismo”, “l’ombrello Nato”, tutte parole d’ordine per smarcare i figli della politica sovietica dalla loro casa madre, non hanno tagliato quel grande cordone ombelicale.

Sarebbe solo un fatto di costume, se non ci fossero di mezzo tutti quei morti. Quattro milioni di morti solo nel periodo di Lenin. Venti milioni di morti solo nel periodo di Stalin, di cui sette milioni di ucraini lasciati morire deliberatamente di fame nel 1932-'33. Almeno altri cinque milioni di morti nel periodo post-Staliniano. E poi il terrore continuo, i comunisti di tutto il mondo che venivano ammazzati da quello stesso Stalin che erano andati ad aiutare in Unione Sovietica. E le purghe periodiche, il gulag e il gulag psichiatrico, i refusenik imprigionati nei confini sovietici e la repressione del dissenso, gli orrori documentati da Solzhenitsyn e la battaglia di libertà di Sakharov, i documenti dissotterrati da Mitrokhin e quelli pubblicati da Bukovskij: tutto dimenticato, quel che non è dimenticato è perdonato. Con un capolavoro di doppiopesismo: dopo lo scandalo nazionale provocato da una piccola casa editrice vicina a Casa Pound al Salone del Libro di Torino (con tanto di boicottaggio e veto finale delle istituzioni locali), nessuno ha da ridire sull’apologia di quest’altra dittatura, fatta non da un piccolo editore, ma dal segretario di un partito che era al governo e tuttora ha vocazione maggioritaria.