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Contro la Chiesa e i cattolici usano pure la musica pop

Circola in questi giorni nelle sale cinematografiche un film tedesco dal titolo Kreuzweg, che vuol dire Via Crucis e, tanto per chiarire, presenta nella locandina una adolescente coronata di spine. Il sottotitolo italiano, Le stazioni della fede, complica la comprensione É un film di donne e si parla (male) di cattolicesimo. 

La locandina del film "Kreuzweg"

Circola in questi giorni nelle sale cinematografiche un film tedesco dal titolo Kreuzweg, che vuol dire Via Crucis e, tanto per chiarire, presenta nella locandina una adolescente coronata di spine. Certo, si potrebbe pensare a una metafora, cioè al personale calvario –fisico o esistenziale- di una ragazzina; da parte sua, il sottotitolo italiano, Le stazioni della fede, complica anziché semplificare la comprensione. Così che uno, se vuol sapere di che cosa parla esattamente questo film, o si procura il trailer o va direttamente a vederlo a suo rischio e pericolo. 

Il rischio, come in molti film tedeschi, è la noia. Di pericoli, fortunatamente, non ce ne sono. Nel cinema mittel o est europeo, si ha purtroppo l’abitudine di fare a meno della colonna sonora; ciò, nella mente del regista, dovrebbe aumentare la drammaticità dei dialoghi e delle scene. In questo caso, si tratta di soli dialoghi e scene a camera generalmente fissa, talché è come essere a teatro. Il film, infatti, ha vinto l’Orso d’Argento al Festival di Berlino. Anche per due motivi: è un film di donne e si parla (male) di cattolicesimo; anzi, per la precisione, si spara a zero sul tradizionalismo simil-lefevriano. Sempre per la precisione, non è che gli uomini in questo film non compaiano, ma il campo è occupato interamente dalla ragazza coronata di spine e da sua madre; il padre c’è ma conta zero, il fratellino è autistico, gli altri maschi sono odiosi preti preconciliari. 

La storia è presto detta: Maria (nome forse non scelto a caso) ha quattordici anni ed è oppressa da una madre insopportabilmente dispotica. La sua famiglia è seguace di un clero “pacelliano” che fin dall’inizio svacca contro il Concilio e il mondo moderno votato a Satana. Maria ha una sola amica, la francese Bernadette (altro nome forse non scelto a caso, ma adesso i “forse” sono già due) ed è cresciuta a pane e latino e rigidissima morale “integrista”. Altro sottotitolo (anzi, sovratitolo) italiano è: Si può amare Dio e la musica pop? La risposta –dice la morale cattolica- è sì, ma nel film diventa no, perché alla ragazzina viene vietato di far parte di un coro di coetanei che cantano anche spirituals e soul. Hitler e Goebbels (non a caso tedeschi) l’avrebbero definita “arte degenerata”, e i “tradizionalisti” del film sono d’accordo (non lo dicono, ma l’accostamento è abbastanza evidente). Insomma, il pop è pericoloso perché vi si mischia la sensualità e, perciò, qualche influsso demoniaco. Così, nisba. 

La ragazzina è stata invitata nel coro da un suo coetaneo. Sapendo quale sarebbe la reazione della madre, le dice che a invitarla è stata una compagna di scuola. Ma così facendo mentisce e le tocca andare a confessarsi. La confessione, infine, è una specie di trapano della coscienza che la sprofonda vieppiù nella consapevolezza della sua indegnità di fronte a Dio. Sì, perché Maria ha introiettato l’educazione ricevuta e vuole davvero farsi santa, così che non sopporta in se stessa il minimo difetto. Anche perché ha offerto le sue sofferenze per la guarigione del fratellino (e il film si intitola Via Crucis giacché è diviso in capitoli-stazioni, ciascuno nominato con una delle Stazioni della Via Crucis propriamente detta). Il tormento inflittole dalla madre, dai preti e dalla sua personale fissazione finisce col farla ammalare di anoressia (o qualcosa del genere, non è chiaro). Il medico (leggi: la Scienza) è l’unico a capire qual sia la vera natura del male della ragazzina, ma nulla può contro la volontà della di lei bigotta madre, plagiata dalla Religione (cioè, quel cattolicesimo settario dei preti in tonaca, dei vescovi in guanti bianchi, delle preghiere stereotipate e dei riti tridentini). 

Maria finisce in ospedale, dove si aggrava perché si rifiuta di mangiare. Va a finire che muore, ma ecco la sorpresa: un attimo prima che lei tiri le cuoia, il suo fratellino finalmente parla. E qui lo spettatore rimane oggettivamente spiazzato: insomma, il cattolicesimo preconciliare è una emerita schifezza o funziona davvero? Boh. Nell’ultima scena, la madre, nel contrattare la bara per la figlia, scoppia in lacrime. Fine. Che pensare? Che sia dispiaciuta per la perdita? Che si sia resa conto che è tutta colpa sua? Che abbia finalmente compreso che quel tipo di cattolicesimo è ‘na mappina ‘e cesso, come dicono i napoletani? Altro boh. Morale: film adattissimo ai cineforum parrocchiali dell’imminente Giubileo della Misericordia. E a nient’altro.