• ELEZIONI

Congo, la complicata fine dell'era Kabila

Con due anni di ritardo si sono finalmente svolte le elezioni nella Repubblica democratica del Congo, che segnano comunque la fine dell'era dei Kabila. Ma tra brogli, corruzione, il virus Ebola che ha impedito il voto in alcune zone e i territori controllati dalle milizie ribelli, è ben difficile trovare motivi di soddisfazione. 

Fila per votare in un seggio del Nord Kivu

Finalmente il 30 dicembre si sono aperti i seggi nella Repubblica democratica del Congo, RdC, per consentire ai quasi 40 milioni di elettori di scegliere il nuovo presidente della repubblica. Il mandato del capo di stato in carica, Joseph Kabila, è scaduto due anni fa, ma da allora il giovane leader, al suo secondo e ultimo mandato, è riuscito a rimandare ripetutamente il voto con una serie di espedienti, ignorando le proteste interne e internazionali, reprimendo con violenza le manifestazioni popolari organizzate a ogni annuncio di un nuovo rinvio.

Alla fine era stata fissata la data del 23 dicembre. Ma una ulteriore posticipazione si è resa necessaria a causa di ritardi nell’allestimento dei seggi e nella distribuzione del materiale elettorale. Il 21 dicembre ancora dovevano arrivare dalla Corea del Sud ben quattro milioni di schede elettorali. Inoltre il 13 dicembre un incendio scoppiato in uno dei più grandi depositi della Commissione elettorale aveva distrutto due terzi dei macchinari elettorali e delle urne necessari al conteggio dei voti nella capitale Kinshasa.

Poiché l’incendio è risultato essere doloso, tutti hanno pensato al peggio. Il voto sarebbe stato ancora una volta rimandato per dare tempo a Kabila di inventarsi qualcosa per restare in carica. Ma domenica scorsa il paese è andato alle urne, anche se tra serie perplessità sull’attendibilità dell’esito elettorale: non solo per problemi tecnici e organizzativi, ma anche e soprattutto per il timore, anzi la certezza di brogli e irregolarità. Basti pensare che in Congo non è illegale che i candidati regalino del denaro all’approssimarsi del voto.
Il 15 e 16 dicembre, ad esempio, il candidato del partito di governo, Emmanuel Ramazani Shadary, ha distribuito a ogni partecipante al raduno organizzato a tale scopo 30 dollari e una pezza di stoffa di buona qualità. Il lunedì successivo decine di persone sono state viste stazionare all’esterno dell’abitazione della moglie di Shadary, a Goma, in attesa di una nuova distribuzione di denaro. Nonostante le proteste delle associazioni anticorruzione che esortavano gli elettori a leggere i manifesti programmatici dei candidati invece di decidere chi votare in base ai doni ricevuti, anche gli altri candidati hanno fatto altrettanto …

E poi ci sono territori in RdC sotto il controllo di gruppi armati, dove la gente difficilmente si azzarda a votare un candidato non gradito ai miliziani, posto che voglia e possa andare a votare. E ancora, leader di gruppi armati e uomini politici il giorno del voto organizzano delle specie di retate. I loro uomini hanno l’ordine di “catturare” i civili, caricarli su automezzi e portarli ai seggi: s’intende per votare secondo le loro indicazioni.

Come se non bastasse, la Commissione elettorale ha deciso la scorsa settimana di rimandare a marzo il voto in tre distretti orientali: a causa delle violenze etniche che ne rendono troppo insicuri i territori e dell’epidemia di Ebola scoppiata ad agosto e tuttora in corso. Oltre un milione di elettori sono esclusi dal voto nel Nord Kivu, nello Yumbi e nel Mai-Ndombe, comprese le grandi città di Beni e Butembo e i loro dintorni. Ma, assicura la Commissione elettorale, il nuovo presidente verrà proclamato comunque a metà gennaio.

Peraltro la Bbc ha saputo da un suo giornalista, che si trova a Goma, la più importante città del Congo orientale, che degli attivisti hanno deciso di organizzare una loro elezione, che hanno chiamato “voto dei cittadini”, usando le urne elettorali delle elezioni del 2011 e pubblicando delle schede elettorali. Uno degli organizzatori, Katembo Malikidogo, ha detto alla Bbc alla vigilia del voto: «Vogliamo dimostrare alla Commissione elettorale che se i suoi commissari non riescono a organizzare le elezioni qui a causa di Ebola, noi siamo in grado di farlo».

Ognuno dei tre candidati più importanti canta vittoria. Sono il già citato Emmanuel Ramazani Shadary, ex ministro dell’interno, fedele al presidente Kabila, colpito da sanzioni economiche dall’Unione Europea per il ruolo svolto nella violenta repressione delle proteste dell’opposizione nel 2017 (sanzioni che non sono state ancora sospese, motivo per cui il governo congolese il 28 dicembre ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore UE in RdC, Bart Ouvry, dandogli 48 ore di tempo per lasciare il paese); Martin Fayulu, ex dirigente nel settore petrolifero che ha promesso “un Congo dignitoso e prospero”, impegno che però a quanto pare non convince la popolazione più povera; e Felix Tshisekedi Tshilombo, figlio dello storico leader dell’opposizione deceduto nel 2017, che ha promesso – ma quale leader non lo dice in campagna elettorale? – di fare della lotta alla povertà la sua priorità.   

Ci vorranno giorni per conoscere l’esito del voto, per quel che vale data la situazione. Gli osservatori elettorali messi a disposizione dalla Chiesa cattolica riferiscono che in oltre 100 casi agli incaricati è stato impedito l’accesso ai seggi. La Symocel, incaricata di fornire gli osservatori locali, denuncia che 20.000 suoi agenti sono stati intimiditi e che molti voti non sono stati depositati in segreto. Altre notizie di irregolarità da varie parti del paese confermano le preoccupazioni della vigilia e intanto nelle città principali del paese il servizio internet è stato sospeso.

Chiunque vinca, si può dire che l’era dei Kabila sta finendo: Joseph, al potere per 17 anni, e prima di lui il padre Laurent Désiré che, dopo aver sconfitto il dittatore Sese Seko Mobutu nella prima guerra continentale africana, ha governato dal 1997 al 2001, anno in cui è stato assassinato da una guardia del corpo.