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Comunque vada, sarà un affare

Vent’anni di elezioni, dal 1994 al 2012, sono costati ai cittadini 2,7 miliardi, versati nelle casse dei partiti, contro 700 milioni di spese elettorali dichiarate. Ogni, anno, 500 milioni di euro, per ogni legislatura. E la vergogna dei rimborsi gonfiati non è certo finita.

Urna elettorale

Vent’anni di elezioni, dal 1994 al 2012, sono costati ai cittadini 2,7 miliardi, versati nelle casse dei partiti, contro 700 milioni di spese elettorali dichiarate. Ogni, anno, 500 milioni di euro, per ogni legislatura.
Parliamo solo delle elezioni per il rinnovo ddl Camera e Senato, poi bisogna aggiungere il fiume di denaro pubblico che i partiti intascano per le elezioni al Parlamento europeo (230 milioni), per le elezioni regionali (200 milioni) o per raccogliere le firme per i referendum o per le loro testate giornalistiche.

Come emerge dal libro dell’anno scorso di Paolo Bracalini, “Partiti S.p.A.”: “Dei 2.253.612.233 euro di rimborsi elettorali, i partiti hanno in realtà speso, per le campagne elettorali dal 1994 al 2008, circa un quarto.
Le ultime politiche del 2008 sono costate ai partiti 110 milioni di euro di campagne elettorali, ma allo Stato sono costate cinque volte di più in rimborsi”. Tutti sono stati beneficiati. Si va dal Popolo della Libertà, che ha speso 68.475.142 euro per la campagna elettorale, ricevendo il rimborso di 206.518.945 euro al Partito Democratico, 18.418.043 euro spesi, a fronte di 180.231.506 euro rimborsati; dalla Lega Nord, 3.476.04 euro di spese a fronte di 41.384.553 euro di rimborsi, all’Italia dei Valori, 4.451.296 euro di spese e 21.659.227 rientrati; dall’UDC, 20.864.206 spesi contro 25.895.850 euro di entrate, a La Destra 2.442.360 euro spesi, contro 6.202.918 euro di rimborso; dal Movimento per l'autonomia, 880.697 euro spesi, a fronte di 4.776.916 euro di entrate, alla Sinistra Arcobaleno, spesi 10.924.762 euro, ricevuti 9.291.249 euro di rimborso; dal Partito Socialista, 4.403.291 euro spesi, contro 2.491.755 euro di rimborso, fino alle formazioni minori, il Partito dei Pensionati (885 mila euro di rimborso), la Democrazia Cristiana (550 mila) e, via via, tutti gli altri, in base a norme che prevedevano l’incasso di denaro pubblico per cinque anni, anche se la legislatura si fosse conclusa anticipatamente.

Briciole, si dirà, rispetto al fenomeno corruttivo – di cui buona parte della politica è protagonista, insieme a una fetta consistente della cosiddetta società civile - stimato come “valore” annuale in sessanta miliardi di euro e che fa occupare all’Italia il 69mo posto nella scala mondiale, al pari del Ghana e della Macedonia, con l’indice di corruzione attestato al 3.9 contro il 6.9 della Media OCSE, su una scala da 1 a 10, dove 10 individua l'assenza di corruzione. Queste briciole, però, fanno brodo.
Insieme alle elargizioni dei privati, da quelle massive a quelle “selettive”, come i 683mila euro donati in dieci anni dall’ex presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari al PD, alimentano apparati burocratici, patrimoni immobiliari e mobiliari, concorrono alla creazione di “fondazioni” di emanazione di esponenti politici, che crescono come funghi e sono destinatarie di lauti finanziamenti privati e no, equiparano i bilanci dei partiti – associazioni di diritto privato non riconosciute, essendo rimasto inattuata, al pari di quel che è avvenuto per i sindacati, la Costituzione, che postulava una legge di regolamentazione della loro attività - a quelle delle società quotate in borsa.

Ci troviamo sostanzialmente di fronte a vere e proprie holding, a delle lobby di potere e sottopotere, che dovrebbero favorire il diritto dei cittadini di associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Sta di fatto, che finchè questo vuoto non sarà colmato e non si varerà una legge di attuazione dell’art. 49 della Costituzione, la questione dei finanziamenti pubblici ai partiti o, come si voglia chiamarli, con ipocrisia, rimborsi elettorali, sarà ridotta a poco più di una barzelletta.

Né ci si può affidare, per un riforma seria di quest’elargizione a fondo perduto di denaro pubblico, alle ultime norme varate, quelle del luglio scorso - sulla scia degli scandali che hanno investito alcune formazioni politiche – che prevedono il dimezzamento dei contributi, perché la cifra resta sempre troppo alta e appetitosa. Ne è prova la proliferazione di sigle partitiche che nascono dalla sera alla mattina e che si presentano alle elezioni anche nella prospettiva di incamerare un bel gruzzolo di denaro se raggiungeranno la percentuale del due per cento e anche solo un eletto.

Né può bastare il controllo dei bilanci dei partiti affidato ad una commissione ad hoc di cinque ex magistrati o il controllo della Corte dei Conti.
Occorre ripristinare la funzione democratica dei partiti e istituire una commissione d’inchiesta su come i partiti hanno funzionato negli ultimi vent’anni - a partire dal dopo “Tangentopoli”, per intenderci – anche per verificare se c’è davvero bisogno di 1 milione e 300 mila persone che vivono direttamente o indirettamente di politica, se uno Stato può accollarsi l’onere di un costo complessivo della politica pari a 6 miliardi e 500 milioni di euro (dati Bilancio preventivo dello Stato 2011), se sono necessari oltre 7mila enti strumentali, consorzi, aziende, fondazioni, società, agenzie, autorità, che occupano oltre 24.000 componenti nei vari Consigli di Amministrazione (tutti “nominati”, naturalmente).
Una commissione d’inchiesta che, in ultima analisi, si occupi dei fondamenti della democrazia, quelli che si sono persi per strada.