• ELITE E CULTURA

Come i quotidiani si chiudono nella torre d'avorio

I quotidiani vendono sempre meno copie. Con una vistosa eccezione: i quotidiani di alta qualità, come il Wall Street Journal, il New York Times, Der Spiegel in Germania e Corsera e Repubblica in Italia. Questi reggono la crisi buttandosi su un pubblico colto e di sinistra, sempre più partigiani. Per quanto, ancora?

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Il 10 maggio su zerozerouno.news è comparso un interessante articolo di Enrico Pedemonte, a lungo firma de L’Espresso. Titolo: I giornali muoiono, cercarsi il nuovo Scalfari. L’autore parte dalla triste constatazione che i giornali stanno morendo. «Le copie calano del 10% all’anno. La pubblicità migra sul web e in gran parte finisce nelle fauci di Google e Facebook. E gli abbonamenti digitali non decollano». E non solo in Italia.

Con una vistosa eccezione: quelli, pochi, che il giornalista chiama «di alta qualità». E cita, al proposito, un articolo scritto da Simon Kuper sul Financial Times dal titolo intrigante: Perché i giornali d’élite sopravvivono in questa era populista (Why the elite media are surviving in this populist age). Nel quale si mostra, cifre alla mano, che negli Usa i giornali sono destinati a sparire eccetto i tre grandi, Wall Street Journal, New York Times e Washington Post. E magari, aggiungo io, il Boston Globe, recentemente distintosi per la denuncia della pedofilia ecclesiastica (vicenda che, al cinema, ha ovviamente vinto l’Oscar). Chiusa parentesi. In Europa, infatti, il settimanale tedesco Der Spiegel continua a vendere 800mila copie alla volta, in Francia Le Monde seguita a macinare le sue 300mila copie quotidiane. E in Italia, chi naviga a gonfie vele sono Il Corriere della Sera (280mila copie) e La Repubblica (204mila), che, anzi, dal 14 maggio annuncia ben sette supplementi, uno al giorno (la domenica sarà abbinato a L’Espresso), al prezzo, nel week end, di 2,50 euro. La Repubblica, fondata da Eugenio Scalfari nel 1976, ha dunque il vento più in poppa di tutti. Da qui il titolo «cercasi il nuovo Scalfari». Altra parentesi, da noi i soli quotidiani che reggono bene sono, significativamente, quelli sportivi e Avvenire, che, diversamente dagli altri, può contare sui circuiti parrocchiali; tuttavia è lontano anni luce da Corsera e Repubblica.

Ma torniamo all’articolo di Kuper analizzato da Pedemonte. Fa l’esempio della Gran Bretagna. Qui nel 2016 vinse il referendum sulla Brexit. Ebbene, i giornali non avrebbero dovuto puntare su un pubblico fino ad allora da essi ignorato? E magari «assumere giovani che provenivano dalle regioni povere (sic) dove abbondavano i lettori che avevano votato per uscire dall’Europa»? Invece hanno continuato a pescare personale «con in tasca un master o un dottorato di università di élite». Non solo: «da allora molti di quei giornali si sono addirittura spostati su posizioni più progressiste, prendendo sempre più le distanze dall’ondata populista che ha investito il mondo occidentale». L’Economist, che a suo tempo si era schierato con George W. Bush, «oggi è contro la Brexit, sostiene la lotta al global warming e si indigna per l’aumento delle diseguaglianze». Negli Stati Uniti, il New York Times ha dismesso il suo vecchio aplomb e ha fatto una «scelta partigiana e sanguigna contro Trump». Così si conclude l’articolo: «I media di élite, insomma, sono diventati “club per lettori liberal”, antipopulisti, hanno scelto il target della borghesia colta e liberal e lo cavalcano senza timore. E la borghesia colta e liberal li ripaga sottoscrivendo costosi abbonamenti».

Ma è tutto così semplice? Quanto è numerosa questa borghesia colta e liberal per sostenere coi suoi abbonamenti centinaia di migliaia di copie quotidiane? Sì, perché un tempo i giornali campavano con la pubblicità, e solo in subordine con i soldi dei lettori. A occhio e croce, tre quarti introiti pubblicitari e un quarto lettori. Ma oggi non è più così, ed è per questo che non c’è più trippa per gatti. La pubblicità preferisce gli schermi alla carta stampata, ed è questo il vero motivo dell’agonia dei giornali. Certo, c’è il declino demografico, c’è il fenomeno di internet (i – pochi - giovani si informano sul web, che è gratis), c’è l’impoverimento della classe media (i pensionati sono anziani e in media poco avvezzi a internet, ma non hanno più soldi per il quotidiano). Infine, i giornali ormai devono dare notizie che i Tg hanno già dato la sera prima. Epperò i «giornali di élite» svoltano (e investono) in senso ancora più elitario. C’è dunque  qualcosa che non quadra. A meno che non si cerchi la spiegazione nel fatto che i padroni dei grandi media sono pochissimi, e ognuno di essi ne controlla anche più di uno. E possono anche giocare in perdita per qualche tempo in attesa che le idee, ora «d’élite», diventino di massa.