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Come Erdogan mette il bavaglio al dissenso

Dal luglio 2016, dopo il fallito colpo di stato in Turchia, Erdoğan ha iniziato le sue epurazioni e non le ha mai concluse. Ad oggi controlla il 95% dei media, ha schedato e punito i giornalisti, licenziato migliaia di accademici e messo al bando più di 300mila libri. E' ormai un regime che controlla tutta l'opinione pubblica

Recep Tayyip Erdogan

Nel luglio 2016, dopo il fallito colpo di stato in Turchia, Erdoğan ha iniziato le sue epurazioni. E se risulta impossibile ormai sapere quanti sono i giornalisti silenziati, costretti a fuggire e messi dietro le sbarre senza una formale sentenza, qualche giorno fa sono stati contati ben 136 i siti web proibiti da un tribunale turco. La colpa? Aver pubblicato notizie o commenti critici nei confronti del “sultano”.

Una delle più grandi agenzie di stampa elencate nell'ordine del tribunale è Bianet, un sito di notizie del 2000, che riceve 20 milioni di utenti unici all'anno. Con oltre 200.000 articoli in turco, curdo e inglese, il sito rimane accessibile per il momento, ma potrebbe essere vietato nel futuro prossimo. Così come potrebbe essere per tanti altri ancora inseriti nella lista nera, ma per il momento non toccati.

Circa un mese fa, la Fondazione per la ricerca politica, economica e sociale (SETA), un think tank con sede ad Ankara con stretti legami con il presidente Erdoğan e il suo partito l’AKP, ha pubblicato un rapporto di 200 pagine che prende in esame le attività sui social media e dei giornalisti turchi che hanno a che fare con la copertura internazionale e che collaborano con testate extra turche. Intitolato “Le estensioni dei media internazionali in Turchia”, il rapporto accusa numerose organizzazioni mediatiche e giornalisti di essere “di parte” contro lo stato turco.  Tra le organizzazioni mediatiche analizzate nel rapporto figurano BBC Turkce, Deutsche Welle Turkce, China Radio International Turkey, Euronews Turchia, la Turchia indipendente.

Un rapporto arrivato nel momento in cui oltre il 95% dei media turchi è gestito da reti amiche del governo e mentre la gran parte delle voci di opposizione sono state silenziate con procedimenti giudiziari rivolti a media indipendenti. Per esempio, il servizio turco della BBC è criticato per essersi concentrato troppo sulle violazioni dei diritti umani e sulle epurazioni post golpe.  

All'inizio di quest'anno, Deutsche Welle, VOA, France24 e la BBC si sono dedicati all’apertura di un canale di notizie YouTube chiamato “+90”   nel tentativo di colmare il vuoto di informazioni della Turchia.

Il sogno di Erdoğan è distruggere tutto ciò che potrebbe avere un legame con i presunti organizzatori - Fethullah Gülen, un tempo alleato del sultano, oggi nemico numero uno del Paese - del colpo di stato fallito nel 2016, e, più in generale di quanti dissentono dal progetto della nuova Turchia.  

Nel frattempo, il ministro della Pubblica Istruzione Ziya Selcuk ha appena pubblicato una cifra impressionante: negli ultimi tre anni sono stati messi al bando 301.878 libri. L’obiettivo è sempre lo stesso, provare ad eliminare ogni traccia del predicatore Gülen, mettere qualche puntino in più sulla storia - nel dicembre 2016, il quotidiano turco BirGün ha riferito che 1,8 milioni di libri di testo sono stati distrutti e ristampati anche per cancellare ogni riferimento alla Pennsylvania (lo Stato in cui Gülen è rifugiato) – e silenziare i dissidenti.

Secondo il sito web Turkey Purge (che si descrive come un “collettivo di giovani giornalisti che cercano di essere la voce del popolo turco che soffre sotto un regime oppressivo”), la censura è già scaduta, nel frattempo, nell’assurdo più volte. Nel 2016, un libro di matematica è stato bandito perché le iniziali di Fethullah Gülen sono apparse in un esercizio di geometria che menzionava una linea che andava dal “punto F al punto G”. E ventinove sono gli editori che hanno dovuto interrompere la loro attività perché accusati dal governo “di giocare il gioco della propaganda terroristica”.

Un rapporto del Pen del 2018 ha rivelato che, dal 2016, 200 testate sono state chiuse, 80 giornalisti (quelli nelle liste ufficiali) sono stati indagati e perseguiti e 5822 accademici sono stati licenziati e banditi da 118 università pubbliche. Il rapporto denuncia una grave crisi di “libertà di espressione” in un Paese che tanto vorrebbe entrare in Europa.

Un Paese dove la società civile sembra completamente silenziata e dove l’economia versa in uno stato di forte sofferenza - i cambi con dollaro ed euro sono fuori controllo da tempo. Una situazione precaria, eppure il sultano, con il controllo dell’informazione, tenta di convincere che è ancora lui l’unica persona in grado di garantire al Paese stabilità e prosperità.