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Coi magistrati e con Salvini. Cinque Stelle equilibristi

Qualcuno profetizza che l’esecutivo inciamperà presto sulla giustizia. Con Salvini indagato, i Cinque Stelle sono messi di fronte alla prova della coerenza, con quello che hanno sempre predicato (il giustizialismo). Ma Di Maio sa che non può lasciare il governo. Pena: uscire di scena. I Cinque Stelle resistono in un difficile equilibrio.

Di Maio e Salvini

Qualcuno profetizza che l’esecutivo inciamperà presto sulla giustizia e che Matteo Salvini rovescerà il tavolo, sull’onda di un crescente gradimento popolare. Il Ministro dell’Interno, lo ricordiamo, è indagato dalla procura di Agrigento. Il fascicolo è stato aperto nei giorni scorsi per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. Gli atti dell’inchiesta verranno trasmessi al Tribunale dei ministri. L’indagine riguarda i migranti trattenuti per cinque giorni a bordo della nave Diciotti, attraccata nel porto di Catania senza che venisse mai dato il via libera allo sbarco.  E’ indagato anche il capo di gabinetto del Ministro dell’Interno.

Sembra di rivivere l’epoca in cui nel mirino dei giudici finiva direttamente il premier Silvio Berlusconi, coinvolto in numerose inchieste sia per suoi discutibili comportamenti privati sia per conflitti d’interesse e presunti reati finanziari e di altra natura. Ma qui la situazione è diversa. Agli occhi dell’opinione pubblica Salvini viene indagato per aver difeso i confini nazionali e dunque ha buon gioco nell’indossare i panni del martire delle toghe e dei burocrati europei e nell’alzare i toni, dichiarandosi pronto a farsi processare. Ecco perché a molti l’avviso di garanzia sembra un boomerang che finirà per rafforzare il titolare del Viminale e per accrescere il suo feeling con gli italiani, con un quasi certo dividendo elettorale in caso di scioglimento anticipato delle Camere.

Ma in tutto ciò l’altro alleato di governo che fa? Evidenti sono le difficoltà dei Cinque Stelle, che subiscono il protagonismo di Salvini e la sua astuzia nel dettare l’agenda dei temi, esasperando i toni sul suo cavallo di battaglia preferito, l’emergenza migranti. Il vicepremier Luigi Di Maio è tra l’incudine e il martello: da una parte non rompere l’alleanza con la Lega, che significherebbe per lui abbandonare la scena politica, visto il vincolo dei due mandati previsto dalle regole del suo movimento; dall’altra non deludere la sua base elettorale, in larga parte giustizialista e manettara. Infatti nel 2016 fu proprio il leader pentastellato a chiedere le dimissioni del Ministro dell’Interno, Angelino Alfano in quanto indagato per abuso d’ufficio. Facile rinfacciargli l’incoerenza dei due pesi e delle due misure, visto che oggi difende Salvini e dice che non deve dimettersi. La sua difesa, in effetti, somiglia più a una improbabile arrampicata sugli specchi: "Qualcuno mi dice 'tu avevi chiesto le dimissioni di Alfano perché indagato per abuso di ufficio'. Ma mica c'era bisogno di un'indagine per chiedere le dimissioni di Alfano, noi dicevamo che Alfano si doveva dimettere in quanto tale, ne aveva fatte già abbastanza. Il ministro Salvini vada avanti perché non ha violato il codice etico del contratto e dei Cinque stelle. Il Governo si assume la responsabilità politica delle scelte fatte sul caso della nave Diciotti ma c'è 'pieno rispetto' per l'azione della magistratura per cui non dobbiamo 'attaccare' i pm che indagano". Un colpo al cerchio e uno alla botte, quindi, per cercare di placare le ire dell’ala ortodossa dei Cinque Stelle, sempre più compatta attorno al Presidente della Camera, Roberto Fico, che non fa mistero di mal digerire l’intesa con la Lega.

Ma basterà la brama di potere, la sete di poltrone e l’inconsistenza degli avversari Pd e Forza Italia a tenere insieme due forze politiche che appaiono sempre più divise tra loro e al loro interno, nonchè portatrici di istanze in larga parte inconciliabili? Come se non bastasse, a seminare zizzania tra gli alleati di governo è anche Silvio Berlusconi, che solidarizza strumentalmente con Salvini per mettere in difficoltà Luigi Di Maio, anch’egli schierato dalla parte del collega di governo, e quindi per evidenziare il disagio di quell’ampia fetta di base elettorale dei Cinque Stelle, che ha sempre idolatrato i giudici e invocato a gran voce il passo indietro di chiunque risultasse destinatario di avvisi di garanzia.

L’equazione Di Maio come Berlusconi alimenta malumori nel popolo pentastellato, che vorrebbe un celere riposizionamento dell’azione di governo su temi più cari alle vecchie battaglie del Movimento di Beppe Grillo, in particolare la lotta ai privilegi, alle doppie indennità dei parlamentari, alle pensioni d’oro, eccetera. Un compromesso, quello tra Lega e Cinque Stelle, sempre molto precario, che deve peraltro fare i conti con la crescente ostilità dei leader europei e con l’aumento dello spread, che fa lievitare paurosamente gli interessi sul debito pubblico.

Non sembra questo il miglior viatico per la manovra d’autunno che vedrà il Ministro dell’Economia Giovanni Tria impegnato in prima linea in uno slalom tutt’altro che agevole tra le aspettative di Lega e Cinque Stelle, forze politiche chiamate a realizzare quanto promesso in campagna elettorale per mantenere elevato il consenso popolare.