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Cinque Stelle in ebollizione, la maggioranza è in bilico

Tra liti, espulsioni e cambi di casacca dei Cinque Stelle, adesso la maggioranza che sostiene l’esecutivo in Senato è appesa a soli tre voti di vantaggio. Il quorum è di 161 voti e i senatori favorevoli al governo sono 164. Le incognite da qui al 20 luglio, termine massimo entro cui se dovesse cadere il governo si potrebbe votare a settembre. 

Il ritornello di Matteo Salvini e Luigi Di Maio è che “il governo durerà altri 4 anni”. Non è dato sapere se si tratti di una loro convinzione o semplicemente di una loro aspirazione. Fatto sta che la maggioranza gialloverde, divisa su tutto e pressata dall’Europa, dovrà presto fare i conti con i numeri. Non solo quelli del debito pubblico e della prossima manovra di bilancio, ma anche quelli dell’aula di Palazzo Madama.

Al Senato, infatti, la tenuta del governo è a rischio. Lo si è visto anche nei giorni scorsi in occasione delle votazioni sul decreto crescita. L’esecutivo ha raccolto solo 158 voti, ben 13 in meno della votazione sulla fiducia al governo Conte (6 giugno 2018). Tra liti, espulsioni e cambi di casacca, adesso la maggioranza che sostiene l’esecutivo è appesa a soli tre voti di vantaggio. Il quorum è di 161 voti e i senatori favorevoli al governo sono 164. All’appello mancano ancora due seggi vacanti che, secondo quanto annunciato da Luigi Di Maio, saranno assegnati a M5S e Lega. Ma rispetto a un anno fa la situazione è molto più precaria.

Dall’inizio della XVIII legislatura, all’indomani delle elezioni del 4 marzo 2018, tra espulsioni e addii più o meno forzati, il Movimento 5 Stelle ha perso per strada ben 12 parlamentari: 7 deputati e 5 senatori, passati quasi tutti al Gruppo Misto, con sole due eccezioni verso Forza Italia (Matteo Dall’Osso) e Salvatore Caiata (Fratelli d’Italia).

A compromettere ancora di più la tenuta dell’alleanza di governo e a scuotere ancora una volta gli ambienti pentastellati è il caso Nugnes. La senatrice napoletana Paola Nugnes è passata dal Movimento 5 Stelle al Gruppo misto. Venerdì la senatrice ribelle è stata espulsa dal Movimento, che le chiede di lasciare anche lo scranno parlamentare. La richiesta però viene rispedita al mittente: “Loro sono cambiati – attacca Nugnes - tornino a casa e faranno un piacere al Paese”.

Ma a destare scalpore non è tanto la sua cacciata dalle file del movimento quanto la reazione del Presidente della Camera Roberto Fico, che la difende: “Nugnes farà sempre parte del Movimento Cinque Stelle, non si può cancellare il suo lavoro perché il movimento è un sentire e niente può cancellare 12 anni di lavoro, progetti, coraggio vissuti insieme. Dodici anni di strada percorsa fianco a fianco. Se il movimento è qui oggi lo si deve anche al tassello messo da Paola e non si può far finta di non vederlo”.

Parole pesanti, che arrivano dalla terza carica dello Stato, il leader dell’ala ortodossa del Movimento, sempre più insofferente alla sudditanza grillina alla Lega. D’altronde l’emorragia di parlamentari e, soprattutto, di elettori, ha indebolito fortemente i pentastellati, che temono di perdere ulteriore potere nella perenne contrattazione con il Carroccio, considerato che invece la Lega non ha perso alcun eletto, anzi potrebbe guadagnarne qualcuno da un’eventuale scissione di Forza Italia.

Non è escluso che dopo la Nugnes anche altri senatori pentastellati facciano la sua scelta o vengano espulsi. D’altra parte, stare con la Lega fa perdere voti ai Cinque Stelle e molti vivono questa alleanza come un tradimento dei propri principi, come un inquinamento dello spirito rivoluzionario con cui il Movimento era nato.

L’incognita peraltro riguarda il dopo. In caso di caduta del governo che succederebbe? Nuova maggioranza di centro-destra? Asse inedito Pd-Cinque Stelle? Governo tecnico? Elezioni anticipate?

Nonostante i principali contendenti non perdano occasione per sostituirsi al Presidente della Repubblica nel prefigurare scenari futuri, il pallino tornerebbe nelle mani del Quirinale. Di recente Luigi Di Maio, per convincere l’alleato Matteo Salvini a non staccare la spina, ha detto che “chi vuol far cadere l’esecutivo si assumerà la responsabilità di far tornare i governi tecnici”, agitando dunque lo spettro di una nuova compagine governativa sul modello di quella messa in piedi da Mario Monti nel 2011. Matteo Salvini, a giorni alterni, minaccia di far saltare tutto se non si dovessero fare la flat tax e l’autonomia. Come se spettasse a lui sciogliere le Camere in caso di caduta del governo.

La data decisiva è quella del 20 luglio. Se il governo dovesse superare indenne quella scadenza, potrà respirare un po’ perché non ci sarebbero più i tempi tecnici per un voto anticipato a settembre. I grillini tirerebbero il fiato e potrebbero riorganizzarsi senza il fiato sul collo della fine prematura della legislatura. 

Se invece si tornasse a breve alle urne, in quali direzioni si muoverebbero i tentativi di ristrutturazione del Movimento fondato da Beppe Grillo? Si tornerebbe ai tempi del Vaffa Day, puntando su nuovi protagonisti e accantonando gli artefici della debacle di questi anni, Di Maio in primis? Difficile tornare ai toni barricaderi e salvare l’attuale catena di comando. Ci sarebbe inevitabilmente uno svecchiamento dei quadri dirigenti e potrebbe arrivare il turno di Alessandro Di Battista e di tutti i grillini da sempre contrari al contratto di governo con la Lega. Per questo l’attuale vicepremier grillino, capo del Movimento, farà di tutto per salvare il patto che lo lega a Matteo Salvini.