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Ci sarà un effetto Formigoni sulle autonomie regionali?

La condanna di Formigoni potrebbe avere conseguenze sull’agenda politica potendo essere sfruttata dai detrattori del disegno autonomista, a dispetto dei passi avanti fatti dalla Lombardia sotto la guida dell’ex governatore. Anche la Lega negli ultimi tempi è “pigra” sul tema delle autonomie, ma sarebbe un errore accantonarlo.

L’arresto di Roberto Formigoni, per quanto atteso, ha comunque destato scalpore perché si tratta di uno dei pochissimi politici della Prima Repubblica che ha pagato col carcere per un reato di corruzione. Al di là dei dubbi sul verdetto di condanna nei suoi confronti, bisogna interrogarsi sui risvolti che esso potrà avere sulle vicende politiche attuali. Apparentemente nessun risvolto, dato che Formigoni era già fuori dalla politica, non essendo stato rieletto in Parlamento l’anno scorso, in occasione delle elezioni del 4 marzo. Si è difeso fino all’ultimo nel processo e si è subito costituito, ieri, presentandosi al carcere di Bollate con i suoi avvocati.

Ma gli effetti che potrebbe provocare la vicenda Formigoni sull’agenda politica di questi giorni riguardano più che altro il tema dell’autonomia regionale. Come si sa, sono proprio le regioni del nord, anzi proprio la Lombardia, insieme con Veneto ed Emilia Romagna, a voler premere sull’acceleratore dell’autonomia, dopo i referendum dell’ottobre 2017, che in Lombardia e Veneto hanno fatto emergere una consistente maggioranza di popolazione favorevole all’autonomia.

Ora, però, c’è da prevedere che i detrattori del disegno autonomista punteranno a sottolineare come i fatti di corruzione ascritti all’ex governatore lombardo finiscano per gettare una luce fosca sulla sua gestione di potere. Il ragionamento che si cercherà di far passare è il seguente: avete visto che quando si lascia troppo potere alle regioni - come nella sanità - la trasparenza e l’onestà vengono sacrificate sull’altare dei grandi interessi e la corruzione prende il sopravvento?

L’argomento all’apparenza è persuasivo, mentre risulterebbe meno efficace quello di chi prova a smontare il disegno autonomista ricordando lo scandalo scontrini, che ha riguardato tante regioni, anche al sud, e che è in larga parte imputabile alla farraginosa ed equivoca procedura dei rimborsi. Ma con una valutazione più attenta delle situazioni, non si può non pervenire a conclusioni opposte, e ancora una volta a supporto della necessità di decentrare sul territorio competenze e funzioni, responsabilizzando sempre più sul piano contabile le regioni.

All’epoca di Tangentopoli si smascherò un diffuso sistema corruttivo che faceva perno sui partiti, con tutte le loro diramazioni territoriali, ma che aveva come epicentro Roma, le sedi centrali delle forze politiche e i leader nazionali. C’era una sorta di “reductio ad unum” nelle casse centrali dei principali partiti (Pci compreso) e il flusso di denaro che transitava dalle grandi aziende alla politica era basato proprio su un sistema centralista e verticistico, che ha alimentato sprechi, spesa pubblica in eccesso e debito pubblico stratosferico.

Negli anni di Formigoni, checché ne dicano i suoi nemici politici, la Lombardia era il fiore all’occhiello dell’Italia e i paragoni con la Baviera, sul piano dell’efficienza e della prosperità, si sprecavano. Chi ha preso il suo posto alla guida della Lombardia ha fatto altrettanto bene, ma portando avanti molte delle intuizioni dell’epoca formigoniana, soprattutto nella sanità ma non solo nella sanità. Anche altri governi regionali del nord, nonostante i problemi giudiziari dei loro presidenti (si ricordi Cota in Piemonte e Galan in Veneto), hanno assicurato ai loro cittadini crescenti livelli di benessere, con finanze virtuose e modelli di gestione della cosa pubblica encomiabili  sul piano delle risposte alle aspettative dei cittadini.

Risulta dunque fuorviante, oltre che pericoloso, tentare di stoppare le autonomie in nome di un presunto malaffare diffuso nei governi regionali, perché il malaffare nella storia d’Italia ha preso piede soprattutto col modello “romanocentrico” di gestione del potere, che ora anche forze politiche come la Lega, a dispetto dei proclami di qualche anno fa, sembrano voler sostenere. Infatti, desta preoccupazione la “pigrizia” con la quale il Carroccio nelle ultime settimane sta approcciando il tema delle autonomie regionali. Sembra quasi che per non far perdere altri voti ai Cinque Stelle, alleati al momento indispensabili per un Salvini restio a tornare tra le braccia di Berlusconi, i vertici leghisti siano perfino disposti a tradire la volontà popolare espressa nei referendum regionali di 14 mesi fa, e ad accantonare la riforma autonomista.

C’è da augurarsi che non sia così, anche perché i meccanismi di rendicontazione funzionano decisamente meglio nelle regioni, considerato che il sistema di elezione dei governatori tende ad assicurare stabilità e maggioranze certe, con il corollario di poter imputare successi e insuccessi a chi amministra la cosa pubblica. Mentre il trasformismo continua a essere la categoria dominante nella politica nazionale, come dimostra l’alleanza di governo innaturale tra Lega e Cinque Stelle, su base regionale gli schieramenti sono molto più coesi e omogenei e chi sbaglia e governa male finisce per essere punito dall’elettorato, prima ancora che dai giudici.

Il caso Formigoni, quindi, lungi dallo scoraggiare e indebolire il modello autonomista, dovrebbe rinvigorirlo, in nome delle conquiste che la Lombardia e altre regioni possono vantare guardando a ritroso nei loro ultimi 30 anni di vita.