• PROMESSE DISATTESE

Ci risiamo, una manovra col Parlamento esautorato

L’argomento forte dei sostenitori del “no” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 era la difesa del Parlamento, delle sue prerogative costituzionali, contro i colpi di mano “presidenzialisti” e le svolte autoritarie. L’impressione oggi è di un Parlamento ridotto a mero organo di ratifica di decisioni prese altrove, tenuto sotto scacco dal ricatto dei capipartito che impongono la fiducia su ogni provvedimento a rischio.

L’argomento forte dei sostenitori del “no” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 era la difesa del Parlamento, delle sue prerogative costituzionali, contro i colpi di mano “presidenzialisti” e le svolte autoritarie. Si voleva, insomma, rinverdire la natura parlamentare della nostra Repubblica e fare in modo che si preservassero gli equilibri tra gli organi dello Stato.

Gli stessi rappresentanti delle forze di governo, in particolare i Cinque Stelle, avevano, all’indomani delle elezioni politiche del 4 marzo, rimarcato la centralità del Parlamento e la volontà di valorizzarne il ruolo, anche in ragione dell’altissimo turnover rispetto alla legislatura precedente. Il loro ragionamento era: il rinnovamento c’è stato, la Terza Repubblica è arrivata, un altissimo numero di nuovi parlamentari sarà in grado di operare al riparo dalle vecchie incrostazione di potere dei partiti tradizionali.

Tutto questo non sta accadendo, anzi. L’impressione è di un Parlamento ridotto a mero organo di ratifica di decisioni prese altrove, tenuto sotto scacco dal ricatto dei capipartito che impongono la fiducia su ogni provvedimento a rischio. Lo stallo iniziale nella formazione del governo (tre mesi di melina, trattative e veti incrociati) aveva già impedito alla vita parlamentare di decollare, con commissioni inattive e situazioni imbarazzanti. In particolare i parlamentari d’opposizione avrebbero potuto prendersi una vacanza di mesi senza che nessuno se ne accorgesse, stante la centralizzazione di ogni decisione lungo l’asse Palazzo Chigi-Quirinale.

In queste settimane stiamo toccando l’acme di tale patologia sistemica, con due Camere completamente bypassate nelle discussioni relative alla manovra finanziaria. Si tratta, come comprendono i cittadini, di un provvedimento dal quale dipende il futuro della nostra economia, la permanenza a pieno titolo dell’Italia nell’Unione europea, la sorte dei risparmi degli italiani, la sorte delle nuove generazioni. Eppure il Parlamento viene tenuto ai margini, con buona pace del Presidente della Camera, Roberto Fico, che cerca di marcare la sua presenza nel dibattito politico, ad esempio dissociandosi dalle votazioni sul decreto sicurezza o su altri provvedimenti dal suo punto di vista non condivisibili. 

Neppure nelle commissioni parlamentari si discutono gli aspetti di dettaglio della manovra e i cittadini italiani hanno sempre più la percezione dell’inutilità del Parlamento, già screditato da vari lustri, sia per colpa dei molteplici scandali di corruzione o altro, sia per la sistematica propensione dei governi precedenti alla decretazione d’urgenza.

Questa volta, però, si è passato il segno. Nei prossimi giorni se ne avrà una rappresentazione plastica. E il carattere contraddittorio delle scelte del governo giallo-verde, unito alla svalutazione progressiva del ruolo del Parlamento, sarà evidente a tutti. Lega e Cinque Stelle avevano sempre accusato Pd e Forza Italia di farsi dare ordini da Bruxelles nella stesura dei documenti annuali di programmazione finanziaria e di non lasciare spazio al confronto con le opposizioni. E non avevano tutti i torti nel dirlo. La netta sensazione, però, è che ciò continui ad essere vero anche in queste ore. Per evitare la procedura di infrazione, il governo Conte sta mostrando un’accondiscendenza all’Unione europea che cozza in maniera stridente con la spavalderia mostrata nei mesi scorsi e pagata a caro prezzo in termini finanziari dal nostro Paese, con un’impennata di miliardi di euro degli interessi sul debito pubblico. In tutto questo, i parlamentari e, di conseguenza, gli italiani, si troveranno di fronte al fatto compiuto. I contenuti della manovra, che peraltro ancora non sono chiari, verranno impacchettati in un maxiemendamento del governo che riscriverà da capo a piede la legge di stabilità su cui verrà quindi posta la questione di fiducia. 

Un film già visto, ma almeno con un passaggio intermedio, che questa volta è del tutto assente: un dibattito in una delle due Commissioni bilancio (di Camera o Senato). Questa volta, invece, le due commissioni bilancio e dunque l’intero Parlamento verranno costretti a votare un testo blindato, figlio di un compromesso alquanto precario tra Lega e Cinque Stelle, peraltro con un voto di fiducia posto dall’esecutivo.  

Gli emendamenti alla legge di bilancio inizieranno a essere esaminati oggi. Giustamente protestano Forza Italia e Partito democratico per il poco tempo a disposizione. Il voto finale dovrebbe avvenire alla vigilia di Natale o tra il 27 e il 28 dicembre. 

Come detto, anche in passato la compressione dei tempi per silenziare voci di dissenso e ricondurre tutto nell’alveo di un’approvazione edulcorata e priva di confronto era la regola. Ma questa volta, visto che si parlava di “governo del cambiamento” e di “Terza Repubblica”, ci si aspettava davvero qualcosa di diverso. E invece il Parlamento è stato nuovamente mortificato. Nel silenzio passivo di chi presiede le Camere e nella supina acquiescenza dei loro componenti.