a cura di Riccardo Cascioli
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Chiusi fino a nuovo ordine in RdC i centri Oms allestiti per combattere l’epidemia di Ebola

 

A causa di scontri armati tra miliziani Mai-Mai e truppe governative, il ministero della sanità della Repubblica democratica del Congo ha ordinato la sospensione fino a nuovo ordine delle attività di tutti i centri sanitari allestiti nella città di Butembo, epicentro dell’epidemia di Ebola che da dieci mesi ha colpito la provincia del Nord Kivu. I problemi di sicurezza rendono particolarmente difficile il lavoro del personale sanitario in tutta la provincia infestata da gruppi armati. Molti operatori sanitari sono stati attaccati e a più riprese costretti a sospendere o circoscrivere le loro attività. Dall’inizio dell’anno gli attacchi a centri medici e personale denunciati sono stati 119. Uno degli ultimi è costato la vita a un medico originario del Camerun, l’epidemiologo Richard Kiboung, incaricato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Due uomini sono entrati nella stanza dell’ospedale universitario di Butembo in cui il dottor Kiboung stava presiedendo un incontro organizzativo, hanno ordinato a tutti i presenti di stendersi per terra, li hanno derubati e poi hanno sparato al dottor Kiboung uccidendolo. Uno dei sopravvissuti ha riferito di aver sentito gli uomini armati dire che sono stati gli operatori sanitari stranieri a portare Ebola. Con oltre mille decessi, l’attuale epidemia è la seconda più grave verificatasi nella storia della malattia. A ostacolare il lavoro dei medici contribuiscono inoltre la convinzione condivisa da oltre un quarto della popolazione che Ebola non esista e la difficoltà a far capire come si diffonde la malattia e che cosa si deve fare per evitare il contagio. Nonostante il vaccino finalmente disponibile, insicurezza e diffidenza rendono difficile identificare e immunizzare tutte le persone a rischio, soprattutto quelle entrate in contatto con dei malati. La trasmissione del virus continua intensa e nulla indica che l’epidemia possa essere contenuta in breve tempo. È anzi elevato il rischio che si diffonda ai paesi confinanti: Uganda, Rwanda, Sudan del Sud, Burundi e Tanzania. Tuttavia l’Oms non ritiene ancora che si tratti di una emergenza sanitaria globale.