a cura di Stefano Fontana
  • EDUCAZIONE

Chiesa e scuola: alle radici del problema

Alla Dottrina sociale della Chiesa è sempre appartenuta la dottrina della “Regalità sociale di Cristo”. Questa è stata direttamente enunciata in molte encicliche preconciliari. In quelle postconciliari non è più stata affermata con chiarezza, quanto piuttosto presupposta indirettamente, quindi non obliata ma oscurata. In ogni caso non è mai stata formalmente negata. 

Ci si può chiedere quali siano oggi gli ambiti in cui questo principio dovrebbe essere fatto valere, da quali temi sociali e politici cominciare per recuperarne il significato ed applicarlo. A mio parere uno degli ambiti di impegno direttamente collegato a questo principio è l’educazione e, quindi, la scuola. Cristo non può essere assente là dove i giovani si formano umanamente e cristianamente e dove incontrano la verità. Purtroppo, invece, la Chiesa ha da tempo abbandonata questa convinzione e si è adattata a lasciare la scuola in mano ad altri. Il problema allora diventa il seguente: attraverso quali vie la Chiesa può riappropriarsi del proprio ruolo originario (e non derivato) nell’educazione di bambini e giovani?

Intanto bisogna chiarire che il principio della “Regalità sociale di Cristo” comporta necessariamente che la Chiesa e la religione cattolica abbiano una titolarità originaria e pubblica in campo educativo. Ciò comporta che tale ruolo non sia visto come una forma di supplenza nei confronti dello Stato, né come derivante dal principio di sussidiarietà, intesa la Chiesa come una aggregazione della società civile. Non è questo il punto. Esso comporta che la Chiesa abbia di diritto il primato in campo educativo, non quindi un ruolo secondario, marginale, complementare o sussidiario, ma essenziale. 

In passato era stato così, fino a quando, in età moderna – e soprattutto a partire dall’Ottocento – lo Stato laicizzò e fiscalizzò la scuola, improntando l’educazione pubblica ad una ideologia anticattolica. Da allora il principio fu compromesso, la Chiesa agì in ritirata, con i concordati si ritagliò ancora degli spazi ma non di principio, operò per sistemi scolastici integrati e paritari in cui avere una certa autonomia, ma non rimise più in questione il sistema fino alle radici, cessò di rivendicare per sé un primato nel compito educativo. Ciò consentì una progressiva secolarizzazione della scuola e dell’educazione. Dalla scuola Dio doveva essere assente, perché altrimenti sarebbe venuta meno la laicità della scuola pubblica, la vera educazione doveva essere neutra dalla religione e sottratta alle sue ingerenze e siccome la mentalità religiosa veniva giudicata come contraria al progresso della conoscenza e frenante lo sviluppo del sapere, l’istruzione scolastica doveva essere non solo neutra ma anche contraria alla religione. Si può negare la “Regalità sociale di Cristo” in due modi: uno morbido mediante la rivendicazione della laicità ed autonomia della scuola; uno duro mediante la lotta della scuola contro la religione cattolica: non ci si ferma però mai al primo stadio, alla lunga si arriva sempre anche al secondo. 

La Chiesa oggi sembra accettare questa situazione non solo come l’unica possibile ma anche come ottimale e, anziché contrastare la laicità dell’educazione pubblica, la valorizza come ambito di dialogo in cui anche la religione cattolica può dire la sua, accanto a tutte le altre narrazioni disponibili sul mercato. L’educazione cattolica diventa così una semplice opinione pedagogica e didattica, senza alcuna pretesa di verità. 

Nella situazione attuale, una delle vie praticabili per ricominciare a far leva sulla “Regalità sociale di Cristo” è puntare sulle Scuole parentali cattoliche. Esse, diversamente dalle paritarie, hanno il merito di bypassare completamente lo Stato e, tramite i genitori, rimettere l’educazione e l’istruzione nelle mani della Chiesa. Ciò non significa metterle nelle mani del singolo parroco o del singolo vescovo, i quali possono anzi essere contrari a questa esperienza e favorevoli solo alla presenza cattolica nella scuola pubblica, significa metterle nelle mani della Chiesa come corpo di Cristo, anche se i promotori e gli educatori dovessero essere di ambito parentale. Se poi ci stessero anche il parroco e il vescovo, tanto meglio. Ma in questo periodo è bene non attendersi troppo da questo lato.