a cura di Anna Bono
  • India

Centinaia di dalit tribali e di musulmani sfollati allo stremo nell’Uttar Pradesh

 

Succede spesso che gli sfollati sopportino le condizioni di vita più drammatiche. È difficile raggiungerli per aiutarli, se i governi e i gruppi armati non accettano di aprire dei corridoi umanitari. Tendono a rimanere in prossimità dei combattimenti e quindi corrono maggiori pericoli. Molti restano privi di assistenza per giorni e settimane e devono contare solo su risorse locali di accoglienza: comunità, famiglie, istituzioni religiose … È il caso di circa 350 musulmani e tribali dalit, i fuoricasta, nello stato dell’Uttar Predesh, India, da mesi accampati nelle foreste circostanti i villaggi in cui abitavano, esposti all’insidia degli animali selvatici che le popolano e alle intemperie, dopo che le autorità statali hanno requisito i loro terreni rivendicandone la proprietà e hanno ordinato l’abbattimento delle loro case. A causa delle condizioni di vita estreme, si sono verificati già dei decessi tra le persone più vulnerabili. Tra le vittime si contano anche quattro bambini, morti di stenti. L’ong Peoples’ Vigilance Committee on Human Rights di Varanasi, che difende e sostiene i dalit, racconta che i bambini  non possono andare a scuola, per andare a lavorare la gente deve percorrere lunghe distanze a piedi, il pozzo d’acqua potabile più vicino si trova a quattro chilometri dagli insediamenti provvisori. L’ong sostiene inoltre che le demolizioni “sono avvenute senza alcun preavviso e contro la legge. Alcune persone che protestavano sono state picchiate dalla polizia in maniera disumana e pure denunciate. Gli agenti della forestale invece non hanno alzato un dito contro molte altre persone appartenenti alle caste più elevate che occupano un terreno vicino l’insediamento, dove sono stati aperti anche alcuni negozi”.