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Catalogna, la vittoria indipendentista è apparente

Il blocco indipendentista conferma la maggioranza assoluta ma non potrà procedere nell'attuazione della roadmap verso l'indipendenza. Ciudadanos invece, pur essendo il partito più votato, non potrà governare perché nessuno è disposto a unirvisi in una coalizione.

Indipendentisti in Catalogna riconquistano la maggioranza assoluta

Una elezione eccezionale per alcuni aspetti che si è conclusa con vincitori apparenti e con sconfitti certi. Si possono riassumere così i risultati delle elezioni autonomiche anticipate della Catalogna, convocate all’indomani dello scioglimento del parlamento regionale da parte del governo di Madrid dopo che esso aveva proclamato l’indipendenza dalla Spagna sulla base dei risultati di un referendum dichiarato illegale e incostituzionale dalla Corte suprema spagnola.

I vincitori apparenti sono la coalizione indipendentista che esprimeva la maggioranza di governo uscente, che ha riconquistato la maggioranza assoluta pur perdendo un paio di seggi rispetto al voto del 2015; il partito del presidente defenestrato e riparato in Belgio Carles Puigdemont che è risultato il più votato fra i partiti indipendentisti dopo una irresistibile rimonta nei sondaggi; la 36enne Inés Arrimadas che ha fatto di Ciudadanos (Ciutadans in lingua catalana) il partito più votato e il primo del parlamento per numero di seggi, stabilendo un precedente storico: è la prima volta nella storia della Spagna post-franchista che un partito non autonomista e non catalanista risulta essere il più votato. Questo è uno degli aspetti eccezionali del voto catalano del 21 dicembre, insieme all’altissima percentuale di votanti: quasi l’82 per cento degli aventi diritto, sette punti più del 75 per cento di due anni fa (che a sua volta aveva rappresentato un incremento di sette punti rispetto al voto di cinque anni prima). 

Tutti i vincitori sopra citati avranno molti problemi a tradurre in risultati politici concreti il loro successo elettorale. La Arrimadas ha già rinunciato a condurre le consultazioni per il nuovo governo catalano, perché pur capeggiando il partito col maggior numero di deputati sa che non potrebbe raccogliere una maggioranza di governo attorno a sé: quattro degli altri sei partiti rappresentati in parlamento hanno già fatto sapere prima del voto che non avrebbero mai appoggiato un governo guidato dalla giovane leader originaria dell’Andalusia. Non è una vittoria piena nemmeno quella di Junts per Catalunya, perché il suo candidato presidente non potrà esercitare la sua funzione nemmeno se gli altri due partiti della coalizione indipendentista, Erc e Cup, gli confermassero la fiducia: se torna in Spagna, Carles Puigdemont viene arrestato immediatamente per ribellione, sedizione e  malversazione. Potrebbe teoricamente prendere possesso del suo seggio e persino della carica di presidente, ma poi dovrebbe entrare in prigione e restare lì fino a quando l’iter giudiziario del suo caso non sarà risolto.

Questo problema non è solo suo: altri sei eletti dei partiti indipendentisti non possono prendere possesso dei loro seggi o perché esuli in Belgio o perché detenuti nelle carceri spagnole. Potrebbero rinunciare al mandato e lasciare che il loro posto sia preso dai primi non eletti dei loro partiti, ma a quel punto il blocco indipendentista si troverebbe privo di quasi tutti i suoi “tenori”.

In termini più strettamente politici, la coalizione indipendentista può riprendere a governare la Catalogna dal 23 gennaio prossimo, ma non può procedere nell’attuazione della sua roadmap verso l’indipendenza decisa all’inizio della precedente legislatura: Rajoy, il suo governo, il parlamento di Madrid e la Corte suprema non hanno alcuna intenzione di permettere al nuovo parlamento catalano di fare quello che hanno impedito di fare al vecchio. Prima indicazione di ciò è lo scontato rifiuto da parte di Mariano Rajoy di accettare l’invito di Puigdemont a incontrarlo in qualunque paese europeo che non sia la Spagna.

Il capo del governo spagnolo ha dichiarato di voler dialogare con le nuove rappresentanze catalane ed è pienamente in grado di impedire qualsiasi avanzamento della roadmap indipendentista; vaperò classificato fra i perdenti della tornata elettorale, e non tanto per il mancato successo del blocco costituzionalista, ma perché per la terza volta di seguito il Partito Popolare in Catalogna ha perso voti e seggi, e soprattutto perché li ha trasferiti virtualmente tutti su Ciudadanos.

Questo partito, nato undici anni fa in Catalogna per riunire i contrari all’indipendentismo che non si riconoscevano né nei popolari né nei socialisti, potrebbe diventare un’alternativa al Partito Popolare anche a livello nazionale per gli elettori ​moderati e centristi. Nei sondaggi della prima metà di novembre Ciudadanos è dato a livello nazionale al 22,7 per cento alla pari dei socialisti, coi popolari ancora primo partito al 26,1 per cento. Alle elezioni generali del giugno 2016 il Partito Popolare aveva raccolto il 33 per cento, Ciudadanos il 13.Come i popolari catalani hanno perso voti verso Ciudadanos, così gli estremisti antisistema della Cup hanno perso voti e seggi verso gli altri due partiti indipendentisti: sono scesi dall’8 al 4,4 per cento e da 10 seggi a 4. Anche la versione catalana di Podemos ha perso voti e seggi.

Un’analisi ravvicinata del voto mostra che sia il blocco indipendentista che quello costituzionalista si sono avvantaggiati dell’aumento del numero dei votanti, ma il beneficio è stato superiore per i secondi. I primi sono aumentati rispetto al 2015 di quasi 100 mila voti, arrivando a 2 milioni e 63 mila, ma i secondi sono aumentati di 280 mila, arrivando a 1 milione e 889 mila. Gli indipendentisti sono scesi da 72 a 70 seggi, i costituzionalisti sono cresciuti da 52 a 57. A favorire la crescita del blocco anti-indipendentista è stato il voto della cosiddetta “cintura rossa” di Barcellona, un hinterland abitato in gran parte da immigrati di altre regioni spagnole che di solito registrano alti tassi di astensione, e stavolta si sono recati al voto in modo massiccio. Località come Badalona e Hospitalet hanno mostrato l’inversione di tendenza. Lieve la flessione degli indipendentisti in termini percentuali: dal 47,8 del 2015 al 47,5 per cento di oggi. Ma loro continuano a pensare di poter decidere per il 100 per cento dei catalani.