• L'INTERVISTA

“Catalogna indipendente, un inganno ideologico”

Quasi un milione di persone in piazza a Barcellona per manifestare la propria hispanidad, contro la secessione. «Una secessione che non è motivata da ragioni storiche nè culturali, ma nasce da pretesti commerciali e ideologici cui si sono aggiunte negli anni le concessioni opportunistiche dei governi democratici, Zapatero in primis». Parla l'intellettuale Oriol. 

«E’ stata la più grande manifestazione unionista mai realizzata a favore dell'hispanidad: la giusta risposta di fronte all’invenzione dell’indipendenza della Catalogna». José Miguel Oriol guarda alla tv le immagini dell’imponente corteo di Barcellona che ieri ha radunato 900mila persone in strada. In sottofondo si sentono voci di bambini chiassosi e per il presidente delle edizioni Encuentro, il primo avamposto di Comunione e Liberazione in Spagna fin dagli anni ’70, la manifestazione di ieri non fa che dimostrare quanto l’intellettuale cattolico spagnolo dice da tempo, anche con saggi di taglio storico economico: quella dell’identità catalana è una invenzione politica nata a fine ‘800, su cui si sono innestate l’incapacità politica dei governi spagnoli e una minoritaria, ma aggressiva, componente ideologica ad accendere il fuoco. La prova? «Questo è il popolo spagnolo e catalano. Tutto il resto è un nazionalismo che non ha ragione di esistere, a cominciare dalla storia». 

Oriol, la Catalogna è in fibrillazione, qualche cosa vorrà pur dire se si è arrivati fino a questo punto.
Sì, ma bisogna chiedersi perché si è arrivati a questo punto.

Perché il governo catalano ha sfidato la Corona?
Prima ancora dobbiamo andare al 1898. E’ questa la data spartiacque. E’ qui che è nata l’invenzione dell’indipendenza catalana. 

Perché?
Sarebbe bene che se ne parlasse, così si sconfesserebbe chi parla di identità catalana sulla base culturale. 

Prego.
Dunque: fino a quella data soltanto alcuni intellettuali catalani che avevano studiato antropologia all’università di Parigi, che è poi la scuola dove è nato il razzismo, parlavano di specificità catalana. Ma nel 1898 gli americani bombardarono le nostre navi a La Havana. I catalani avevano un florido commercio tessile con Cuba, un commercio di cotone, che veniva lavorato dagli schiavi e arrivava a Barcellona per il mercato europeo. Cuba rappresentava assieme e Puerto Rico e le Filippine il principale partner commerciale dei catalani che si arricchirono grandemente con quell’attività facendo crescere la borghesia delle zona. 

Dicevamo del bombardamento americano alle navi catalane. 
Il giorno dopo il bombardamento - esattamente il giorno dopo! - inizia a crescere il nazionalismo catalano, che fino a quel momento era portato avanti solo da qualche pazzo di un qualche villaggio sperduto della regione. Da quel giorno è stato un crescendo inarrestabile, condito di ideologia e opportunismo. 

Quindi il sentimento nazionalista catalano non nasce da ragioni fiscali o culturali, ma da un fallimento puramente commerciale? 
Esatto: la Spagna venne accusata di non aver fatto abbastanza per difendere le navi del cotone, ma con questa menzogna si è costruito un edificio che ha portato avanti un’idea indipendentista vergognosa. 

Però la lingua catalana è sempre stata portata avanti come fattore distintivo da Madrid. 
Durante il franchismo la lingua catalana è stata sempre rispettata, ma la vera svolta c’è stata quando è arrivata la democrazia, che ha promosso in modo scandaloso attraverso l’erogazione di soldi pubblici le scuole per far crescere l’uso della lingua catalana. All’inizio era solo per far crescere l’uso della lingua, poi è iniziato il periodo della proibizione del castillano anche per i piccoli commerci. 

Però fino ad oggi la situazione si è mantenuta sotto controllo. 
L’impennata l’abbiamo avuta con Zapatero. Ha approvato qualunque cosa fosse in senso catalano e sotto di lui è andato avanti lo statuto di autonomia della Catalogna. 

Eppure quello di Zapatero è stato un governo molto centralista…
Zapatero ha appoggiato la deriva catalana per ragioni politiche. Non ha mai avuto una maggioranza assoluta, dunque aveva bisogno dei voti della Catalogna, in questo modo ha ceduto loro una grande quota di potere. Dopo di lui è cresciuto negli ultimi 9 anni il processo di autonomia con l’ottica di uno Stato proprio.

Quindi da un certo punto di vista il governo centrale, concedendo sempre di più, ha segato il ramo su cui era seduto? 
Esatto, ma a questo si deve aggiungere l’aspetto ideologico-rivoluzionario che caratterizza il movimento separatista. Negli ultimi anni è stata fatta una campagna molto aggressiva con la complicità dei governi che hanno ceduto totalmente la competenza sul sistema educativo. Così fin dalla tenera età ai bambini è stato inculcato un senso di appartenenza ad una realtà che però non esiste nella cultura e nella storia. 

L’aspetto ideologico-rivoluzionario investe però anche certe frange marxiste che oggi sono al governo a Barcellona. 
Numericamente parlando è un fenomeno irrisorio, perché la CUP (Candidatura d'Unitat Popular) ha appena l’8%, ma è una percentuale pesante dal momento che la coalizione di Puidgemont non arriverebbe alla maggioranza senza i voti della Cup. Per poter avere il controllo politico i movimenti separatisti hanno bisogno di questa forza anarco-marxista che è completamente fuori dalla storia. 

Come giudica la manifestazione di oggi (ieri ndr)? 
E’ la prova che Puidgemont non ha la maggioranza della regione. Una riprova la si è avuta dalla reazione delle banche e delle grandi imprese che se ne vogliono andare da Barcellona. 

Teme una deriva violenta come è accaduto per i Paesi Baschi?
No. Qualche rischio potrebbe arrivare dalla CUP, ma con la deriva violenta il fronte si dividerebbe.

Come andrà a finire?
Con un estenuante tira e molla. Minacceranno sempre di più la dichiarazione di indipendenza portando sempre la palla in avanti. Una dichiarazione di indipendenza costringerebbe il governo a far decadere la Generalitat e ad usare il pugno duro una volta per tutte. 

Intende dire che il governo Rajoy non ha ancora usato la forza? 
Rajoy è un grande mistero e lo dico io che non ho mai tifato contro di lui. Lui è un personaggio sempre molto equilibrato che è in grado di gestire serenamente le cose, ma in questa partita sta facendo perdere i nervi anche a me. 

Dovrebbe essere più deciso?
Insomma: a quest’ora, con tutto quello che è successo, avrebbe dovuto mettere in galera già un bel po’ di sediziosi. Almeno una trentina di persone. 

E come vede la posizione del re Felipe?
Devo dire che mi ha sorpreso per la fermezza. Martedì ha di fatto ribaltato gli equilibri con il suo intervento e si è messo alla testa del 70% degli spagnoli che la pensano come lui, anche catalani. 

Perché non dice nulla del ruolo giocato dalla Chiesa spagnola in chiave di dialogo tra le parti?
Perché la posizione della Chiesa è assente. Il mondo cattolico spagnolo in politica non esiste, è profondamente diviso, in più in Catalogna il clero è orientato al nazionalismo, mentre il popolo in larga maggioranza, no. 

Ci sono vescovi come Canizares e Reig Plà che non hanno esitato a denunciare come sovversivi i separatisti…
Ma si tratta di vescovi che non rappresentano la maggioranza del clero dell’episcopato spagnolo. La conferenza episcopale è frammentata, perennemente indecisa sul suo ruolo di guida o di agente esterno alle vicende politiche del Paese. 

Eppure abbiamo visto che gli stessi cattolici che scendevano in piazza contro le dittature del pensiero unico e relativista alla fine hanno scelto la difesa della Spagna, perché in gioco c’è lo stesso concetto di libertà. 
E’ vero, sono testimonianze lodevoli, ma è troppo poco per definire un movimento di popolo cattolico. Questo manca, per il resto si tende a predicare una netta distinzione tra religioso e politico. 

Intanto la rivoluzione procede…
Ma è un’apparente rivoluzione. Non c’è un solo studente universitario che abbia versato una goccia di sangue. In questo devo ammettere che Marx non aveva tutti i torti quando diceva che se non c’è una goccia di sangue non c’è rivoluzione.