• RISARCITO IL DIRETTORE

Caso Sallusti, ora basta con le querele “bavaglio”

La felice conclusione del caso Sallusti, risarcito per la detenzione ingiusta dopo la condanna per diffamazione, è stato trattato con sufficienza da molti quotidiani nazionali, che in altre occasioni si erano stracciati le vesti. Ma ora diventa indispensabile riformare la legge sulla diffamazione e impedire le querele temerarie nei confronti di tanti giornalisti. 

Due giorni fa la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per aver violato il diritto alla libertà d’espressione del direttore del quotidiano Il Giornale Alessandro Sallusti per ingiusta detenzione, ritenendo “manifestamente sproporzionata” la sua condanna al carcere per diffamazione per due articoli pubblicati su Libero nel 2007, quotidiano che all’epoca dirigeva. Nella sentenza i giudici hanno riconosciuto la correttezza della condanna del direttore stabilendo però che non avrebbe dovuto tradursi in una pena da scontare in carcere e che si è trattato di una ingerenza della magistratura nella libertà di espressione. Lo Stato italiano dovrà risarcire Alessandro Sallusti con dodicimila euro per le “sofferenze cagionate”.

Il “caso Sallusti” è stato trattato con sufficienza e superficialità da moltissimi quotidiani nazionali, che in altre occasioni, a proposito del trattamento vessatorio tributato da taluni magistrati a giornalisti colpevoli di reati a mezzo stampa, si erano stracciati le vesti e avevano tuonato, peraltro giustamente, in difesa della libertà di informazione. Si ricordino, tra gli altri, i casi deprecabili di sequestro di pc di giornalisti in violazione delle norme sul segreto professionale. Episodi gravissimi, opportunamente criticati dai vertici della categoria, che questa volta, però, su Sallusti non hanno mostrato analogo pathos, anzi sono rimasti abbastanza tiepidi.

Fatto sta che la vicenda che ha visto protagonista il direttore del Giornale riapre alcuni fronti di riflessione in tema di diffamazione: anzitutto la previsione del carcere per i giornalisti che commettono quel reato; poi la ciclica tendenza del potere politico a usare le querele come armi intimidatorie nei riguardi dei cronisti, con inevitabili ripercussioni sui margini di libertà degli stessi; e, ancora, l’annosa questione della riforma del reato di omesso controllo per il direttore responsabile, norma introdotta in epoca fascista; infine, una spiccata attitudine di alcune toghe ad entrare a gamba tesa nell’esercizio del diritto di cronaca. In particolare le intimidazioni nei confronti dei giornalisti sono la spia di una democrazia malata; una regolamentazione ferrea delle querele temerarie andrebbe nell’interesse dei cittadini perché offrirebbe maggiori e più ampi margini di libertà a quel filone sempre più in agonia del giornalismo d’inchiesta. Anche la previsione del carcere per i casi di diffamazione a mezzo stampa equivale a una limitazione anacronistica dell’agire dei giornalisti e riporta alla memoria epoche passate, contrassegnate da un atteggiamento di forte ostilità del potere politico e giudiziario nei riguardi del mondo dell’informazione.

Sallusti, lo ricordiamo, fu arrestato nel novembre del 2012, in seguito alla condanna definitiva per la denuncia per diffamazione e omesso controllo presentata contro di lui dal giudice Giuseppe Cocilovo. Già nel dicembre del 2012 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva commutato in una ammenda la pena detentiva di Sallusti e invitato il Parlamento a modificare le norme e le pene che regolano la diffamazione. Il caso di specie risale al 2007, quando, a febbraio, il quotidiano Libero aveva pubblicato due articoli in cui si sosteneva che una giovane di 13 anni era stata costretta dai genitori e dal giudice tutelare ad abortire. La notizia era già stata pubblicata il giorno prima da altre testate che quel giorno avevano invece precisato che la ragazza non era stata spinta ad abortire ma lo aveva deciso di sua volontà. Due mesi dopo, il giudice tutelare aveva denunciato per diffamazione Sallusti, che era stato condannato per omesso controllo per un articolo e diffamazione aggravata per l’altro, a risarcire 30mila euro e a scontare un anno e due mesi di carcere.

Sallusti ha scontato 40 giorni agli arresti domiciliari prima dell’intervento del Presidente della Repubblica.

Dopo la decisione, Sallusti ha dichiarato all’agenzia Adnkronos: «Io spero che questa sentenza faccia giurisprudenza affinché un giornalista che non commette dei reati non possa essere mai più arrestato per fatti inerenti alla sua professione. Sono soddisfatto, mi dispiace aver dovuto scomodare la Corte europea per una cosa che avrebbe dovuto essere evidente a qualsiasi Corte italiana di buon senso».

Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della FNSI, Federazione nazionale della Stampa italiana, affermano in una nota che «la sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani per la violazione della libertà di espressione rafforza la campagna “No tagli, No bavagli” avviata dalla Federazione nazionale della Stampa italiana e la battaglia per la cancellazione del reato di diffamazione a mezzo stampa che il sindacato dei giornalisti porta avanti da tempo». E aggiungono: «Il risarcimento che la Corte ha riconosciuto ad Alessandro Sallusti per essere stato condannato a una pena detentiva rappresenta un atto di messa in mora del Parlamento e del Governo italiani che continuano a ignorare tutte le proposte di legge tese a depenalizzare la diffamazione e a contrastare le querele bavaglio, ormai diventate la forma più diffusa di minaccia ai cronisti e alla libertà di stampa. Cancellare il carcere non significa, infatti, riconoscere ai giornalisti una sorta di impunità. La diffamazione va sanzionata, ma il carcere, come nel caso di Sallusti, è incompatibile con la libertà di espressione e con l’articolo 21 della Costituzione».

Il governo Conte, che ha annunciato cambiamenti epocali nel mondo dell’editoria, darebbe un segnale di grande maturità se imprimesse l’accelerazione giusta alla discussione parlamentare sulla riforma della diffamazione, disciplinata da norme incapaci di interpretare la complessità della civiltà multimediale nella quale siamo immersi.