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Carrà, la pittura come nostalgia di Dio

Chiude oggi ad Alba una significativa mostra dedicata a un «vero pittore italiano»: Carlo Carrà. Alla fine della sua vita definì il suo lungo e complesso percorso artistico come «energia staccata da Dio che cerca di ritrovare Dio».

Carlo Carrà - Le figlie di Lot

Chiude oggi, 27 gennaio, alla Fondazione Ferrero di Alba la mostra antologica dedicata al pittore piemontese Carlo Carrà (1881-1966), con un successo che ha sorpreso gli stessi organizzatori.

La mostra definisce giustamente Carrà «vero pittore italiano»: anzitutto perché, in periodi di entusiasmo acritico per altri Paesi, egli rivendicò il primato artistico dell'Italia: una posizione apprezzata negli anni del fascismo, in cui l'artista subì peraltro anche attacchi a causa della sua simpatia per il mondo ebraico. Ma italiano, Carrà, pure per un percorso che lo portò ad affiancare - e a promuovere generosamente, anche a danno della sua stessa opera - tutti i grandi della pittura italiana del Novecento, da Umberto Boccioni (1882-1916) ad Amedeo Modigliani (1884-1920), da Filippo De Pisis (1896-1956) a Giorgio De Chirico (1888-1978).

Proprio questo, come la mostra di Alba ha consentito di apprezzare, è in un certo senso il «problema» di Carrà, l'elemento che impedì a lungo di riconoscere la sua grandezza. Egli partecipò infatti a tutti i movimenti e a tutte le avanguardie, cambiando spesso radicalmente il suo stile, ma di nessuno di questi movimenti riuscì a dare l'impressione di essere il leader.  La mostra non trascura i primi tentativi  d'ispirarsi agli impressionisti, dopo che la crisi economica della sua famiglia - un tempo benestante - lo spinse all'umile lavoro di decoratore, di cui peraltro rivendicò sempre l'utilità per prepararlo alla pittura, e a cercare fortuna a Parigi e a Londra, dove per una stagione si accostò al movimento anarchico.

Ma il periodo per cui i curatori di Alba sono riusciti a proporre una selezione di opere davvero significative è quello dell'adesione al futurismo, che va dal 1909 al 1914. Carrà firma il «Manifesto dei pittori futuristi» e dipinge alcuni dei quadri più significativi del futurismo italiano. Ma non è mai percepito come uno dei capi del movimento.

All'abbandono del futurismo segue un breve periodo primitivista (1915-1916), al cui stile tornerà periodicamente in seguito, e uno, molto significativo, di adesione al movimento metafisico (1916-1919). È impossibile sfuggire, di fronte alle tele di questi rispettivi stili, a commenti secondo cui questo o quel quadro «sembra proprio dipinto da Massimo Campigli» (1895-1971) o «sembra un De Chirico»: anche se, consacrando un secondo sguardo per esempio al celebre «Ovale delle apparizioni», ci si accorge che c'è qualcosa che, pur nel genere «metafisico», è davvero specifico e originale di Carrà. E nel bellissimo «Le figlie di Lot» del 1919 - uno dei pezzi forti della mostra, e una delle cui versioni il venerabile Paolo VI (1897-1978) volle ai Musei Vaticani - vari stili s'intrecciano, la pittura metafisica certo ma anche le suggestioni dell'arte italiana medievale tipiche del gruppo raccolto intorno alla rivista «Valori plastici», e scopriamo come sia difficile ridurre Carrà a un movimento o a una corrente. Lo stesso vale per «Sintesi di una partita di calcio», che celebra la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 1934 e dove non mancano neppure echi di un futurismo abbandonato quasi vent'anni prima. E per «Mistici, sensuali, contemplativi» cui l'artista lavorò per vent'anni, dal 1938 al 1958 - in un periodo in cui voleva abbandonare i movimenti ed «essere se stesso», dipingendo soprattutto paesaggi - per costruire un originale omaggio a Dante Alighieri (1265-1321). Ormai lontano dal disprezzo futurista per il passato, Carrà scriverà che «chi si astiene dallo studio dei grandi autori per tema di perdere la sensibilità nativa, non creerà che una forma d'arte senza radice e senza reale eccellenza. Il problema dell'arte è, per due terzi, un problema di cultura».

Nel grande dipinto dantesco esposto ad Alba i tre caratteri - i mistici, i contemplativi e i sensuali - sono rappresentati da diversi atteggiamenti dei corpi nudi - i sensuali non si abbracciano, ma lottano, in un incontro fra opposti che insieme si respingono e si attraggono -, e l'artista spiegherà che l'opera intende esprimere il primato di una «pittura mistica» contro un inferiore «sensualissimo cromatico». In questa fase della sua vita Carrà presenta esplicitamente la sua arte come religiosa, e del resto sarà Carrà uno degli artisti che il venerabile Pio XII (1876-1958) farà esporre quando - superando le obiezioni di diversi spregiatori dell'arte del Novecento - farà creare una sezione d'arte moderna ai Musei Vaticani.

Alla fine, Carrà definirà la sua arte - che certo, in diverse fasi del suo percorso, era stata tutt'altro che arte cristiana - come intesa a perseguire «uno scopo che trascende il mio io individuale, energia staccata da Dio che cerca di ritrovare Dio». E l'arte moderna tanto spesso è proprio questo: «energia staccata da Dio». La nostalgia e il «cercare di ritrovare Dio» che talora emergono spiega perché la stessa Chiesa, ben lungi dal rigettarla in blocco, l'abbia presa in seria ancorché critica considerazione.