• CRISI DI GOVERNO A LONDRA

Brexit il "sogno" infranto dalle indecisioni della May

Crolli il governo, ma non si fermi la Brexit. E’ questo il senso delle dimissioni del “ministro della Brexit” David Davis e di quelle del ministro degli Esteri Boris Johnson. Ritengono entrambi che l'accordo con Bruxelles proposto dalla May vincoli ancora troppo Londra alle decisioni dell'Ue, senza aver più voce in capitolo sulle stesse.

Boris Johnson e David Davis, i due ministri dimissionari

Crolli il governo, ma non si fermi la Brexit. E’ questo il senso delle dimissioni del “ministro della Brexit” David Davis, annunciate domenica, seguite a ruota, ieri, da quelle del ministro degli Esteri Boris Johnson.

La crisi di governo britannica è iniziata venerdì, quando la premier Theresa May ha riunito tutti i membri del suo esecutivo per un incontro informale, in cui ha illustrato il suo piano per il prossimo round negoziale con l’Unione Europea. L’incontro è durato 12 ore, durante le quali sono stati ascoltati tutti i ministri. Boris Johnson, almeno inizialmente, non appariva affatto contrario al piano di “soft Brexit” proposto dalla May. In cosa consisteva il piano? Prima di tutto nel riconoscimento di una “frontiera comune” gestita di comune accordo da Regno Unito e Unione Europea. Così da evitare conflitti sulle dogane e in particolar modo sul confine di terra, nell’Irlanda del Nord. In secondo luogo, il Regno Unito, stando alla promessa della May, accetterebbe le stesse regole (“the same rulebook”) del Mercato Unico Europeo, proseguendo, dunque, nell’opera di armonizzazione. Si accetta dunque, sia per le frontiere che per la libera circolazione di merci e servizi, di rimanere, di fatto, nel Mercato Unico Europeo. Ed è questo che caratterizza la “soft Brexit”, contrapposta al disegno di “hard Brexit”, che prevedeva l’uscita definitiva dal Mercato Unico Europeo. Unica differenza, almeno formale: il parlamento supervisionerà le regole condivise con l’Ue, riservandosi il diritto di chiedere una revisione. Il Regno Unito, invece, non accetta di essere sottoposto a giudizio della Corte Europea, può applicare regole e tariffe nazionali agli altri mercati (senza aderire alla politica commerciale dell’Ue, dunque). Mentre dovrebbero essere reciprocamente garantiti i diritti dei cittadini di paesi Ue già nel Regno Unito (e viceversa), la politica dell’immigrazione verso terzi sarà regolata sempre da Londra in modo autonomo. Infine, ma non da ultimo, il Regno Unito non contribuirà più ai fondi comunitari, se non per progetti specifici concordati. Alle ore 23 del 29 marzo 2019, come da programma, il Regno Unito lascerà l’Unione Europea.

Tutti d’accordo? Neanche per idea: venerdì sera il governo sembrava compatto, ma David Davis ha rassegnato le dimissioni due giorni dopo. “Ho accettato molti compromessi, ma questo è un compromesso di troppo”, ha dichiarato per sintetizzare la sua posizione. In pratica l’ex ministro non è d’accordo sull’idea di accettare “le stesse regole” (“non regole affini, non simili, ma proprio le stesse”) con il Mercato Unico, cosa che manterrebbe vincolato il Regno Unito alle decisioni di Bruxelles. Inoltre contesta l’idea di una “frontiera comune”, perché nel decidere le regole doganali e la raccolta delle tasse, la Corte Europea potrebbe rimetter becco negli affari inglesi. La frontiera comune, dunque, potrebbe essere usata dall’Ue come cavallo di Troia per rientrare nel Regno Unito. Le dimissioni di Boris Johnson, giunte ventiquattro ore dopo, hanno colto la May di sorpresa. Nella sua prosa colta, Johnson ha spiegato con una lettera alla premier che “Quel sogno (l’uscita dall’Ue, ndr) sta morendo, soffocato da un’insicurezza non necessaria”. Questo perché: “Abbiamo rinviato decisioni cruciali, compresa la preparazione per uno scenario in cui un accordo dovesse mancare, come ho già scritto nella mia lettera a novembre. Col risultato che ora sembriamo diretti verso una Brexit a metà, con gran parte della nostra economia ancora chiusa nel sistema dell’Ue, ma senza il controllo britannico su quel sistema. Ora sembra che la nostra offerta iniziale per i negoziati implichi l’accettazione di non essere attualmente in grado di scrivere le nostre leggi (…) Da questo punto di vista, siamo veramente destinati a raggiungere lo status di una colonia e in molti si chiederanno quali siano i vantaggi politici o economici di un accordo come questo”. La premier, in una piccata risposta al suo ex ministro degli Esteri, gli ricorda che, con la proposta di accordo da lei prevista, “riprenderemo il controllo delle nostre frontiere, le nostre leggi e i nostri soldi, porremo fine alla libertà di movimento, alla giurisdizione della Corte Europea di Giustizia nel Regno Unito e porremo fine ai giorni in cui mandavamo grandi somme di denaro dei nostri contribuenti all’Ue”. Siccome “l’accordo che abbiamo raggiunto richiede il pieno sostegno collettivo del Governo di Sua Maestà”, le dimissioni di Johnson sono accettate. Con un rimpasto di governo, la May ha già sostituito Johnson con Jeremy Hunt (attuale ministro della Sanità).

La tenuta del governo May è comunque dubbia. La premier conservatrice ha subito un fuoco di fila di critiche da parte dei deputati conservatori e potrebbe subire un voto di sfiducia sul nuovo esecutivo, su cui, a quanto risulta, si stanno raccogliendo le firme necessarie. Il problema dei Conservatori, sin dal 2016, anno del referendum sull’Ue, è sempre stata questa loro ambivalenza: una base favorevole all’uscita e un vertice che vuol rimanere con l’Ue. Cameron, che istituì il referendum più per accontentare il suo partito (e far fronte alla concorrenza dell’Ukip, il partito fondato sull’euroscetticismo) che non per convinzione personale, fece da subito campagna per il “remain”. Persa la sua battaglia e persa la guida del governo, ha lasciato il posto a Theresa May, anch’ella una remainer che però ha dovuto accettare, gioco forza, l’esito del referendum e la volontà del suo stesso partito. Ma si vede, da ogni sua azione politica, con quanta indecisione procede in questa direzione che non ha mai scelto. In gioco c’è il futuro del Regno Unito. L’accettazione di regole comuni darebbe maggior stabilità ai mercati, rassicurando i produttori che costruire qualcosa nel Regno Unito per venderla nel resto del Vecchio Continente sarà ancora possibile, alle stesse condizioni di prima. Rompere con il Mercato Unico, al contrario, è una scommessa il cui esito è imprevedibile. I “brexiters” come Johnson ritengono che sia una scommessa vincente nel lungo periodo. Una svolta storica come quella che Elisabetta I impresse all’Inghilterra nel XVI Secolo, quando, sganciandosi dal grande gioco delle potenze continentali di allora, si lanciò a esplorare il mondo e nuovi mercati, anche con metodi corsari. Oggi, i brexiters sono convinti che l’impresa possa essere ripetuta, che le isole britanniche, uscendo dagli angusti spazi di un mercato europeo burocratizzato e iper-regolamentato, possano aprire nuovi mercati con gli Usa e con le potenze emergenti. Questo è il “sogno” di cui parla Johnson e a cui la May pare proprio non credere.