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Bashir, un genocida processato per corruzione

Omar Bashir, nei suoi 30 anni di potere assoluto sul Sudan, si è reso responsabile della persecuzione dei cristiani nel Sud Sudan e di quella delle etnie africane del Darfur. Il nuovo regime lo ha arrestato e il processo è iniziato ieri. Ma non per crimini contro l'umanità, bensì per corruzione, doni illegali e detenzione di valuta straniera

Omar Bashir

Il 19 agosto è ripreso nella capitale del Sudan, Khartoum, il processo all’ex presidente Omar Hassan al-Bashir, destituito con un colpo di stato militare l’11 aprile scorso. I suoi 30 anni al potere, conquistato nel 1989 con un colpo di stato, sono costati milioni di morti e di profughi, vittime del suo piano di islamizzazione e arabizzazione del paese. Esponente della popolazione arabo-islamica, al-Bashir fino al 2005 ha perseguitato il sud cristiano, infliggendo sofferenze atroci alla popolazione finché non ha dovuto cedere alle pressioni internazionali e accettare un accordo di pace con i gruppi armati formatisi per difendere il Sud e la convocazione di un referendum popolare che nel 2011 ha decretato la secessione del Sud (ora Sudan del Sud). Nel 2003 al-Bashir aveva iniziato anche la repressione, altrettanto spietata, delle etnie agricole, sedentarie, di fede musulmana ma di origine africana che popolano la regione occidentale del Darfur. Ne aveva affidato lo sterminio a bande di miliziani di origine araba: i janjaweed, reclutati tra le etnie dedite alla pastorizia che vivono anch’esse nel Darfur, noti anche come “diavoli a cavallo”.

La guerra alle regioni del sud è costata quasi due milioni di vittime tra la popolazione civile, uccisi durante gli scontri, morti di stenti, malattie, disperazione, di torture ed esecuzioni di massa. Quella del Darfur, terminata nel 2010, ha provocato 400.000 morti e 2,7 milioni di profughi, tra sfollati e rifugiati. Ha meritato ad al-Bashir il primato di primo capo di stato al mondo a essere incriminato dalla Corte penale internazionale, nel 2009 e nel 2010, con l’accusa di aver commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

Al-Bashir per anni ha anche sostenuto la causa fondamentalista e per questo il Sudan è stato inserito dagli Stati Uniti nella lista degli “stati canaglia”. Ha ospitato dei terroristi internazionali, tra i quali Carlos lo Sciacallo, consegnato poi alle autorità francesi nel 1994, e Abu Nidal, leader di al-Fatah, autore dell’attentato all’aeroporto di Fiumicino nel 1985, e dal 1992 al 1996 ha consentito a Osama bin Laden di costituire la propria base nel paese.

Si potrebbe pensare quindi che il processo che lo vede imputato riguardi tutti i crimini commessi nell’arco di tre decenni, per rendere giustizia alle vittime e ai sopravvissuti. Invece deve rispondere “di possesso di valuta straniera, corruzione e di aver ricevuto doni illegalmente”. Le autorità militari sostengono di aver rinvenuto a casa sua 113 milioni di dollari in contanti quando l’abitazione è stata perquisita ad aprile dopo il suo arresto. L’accusa sostiene che di quel denaro fanno parte 25 milioni di dollari ricevuti dal principe saudita Mohammed bin Salman, affinché ne disponesse al di fuori del bilancio statale. Sembra che al-Bashir abbia in effetti ammesso di aver ricevuto quel denaro e che abbia anche detto di aver ricevuto in precedenza altre somme di denaro dal principe saudita per un ulteriore ammontare complessivo di 65 milioni di dollari. Tuttavia il collegio di avvocati che difendono l’ex presidente ha respinto le accuse: possedere denaro straniero, dicono, non è un crimine e non ci sono prove di altri reati. Al-Bashir, che si è presentato in aula vestito di bianco e indossando un turbante dello stesso colore come di consueto, da parte sua non ha commentato e l’udienza è stata rinviata al 24 agosto.

Contro l’ex presidente dovrebbe essere istituito anche un altro processo. A maggio infatti è stato accusato di incitamento e coinvolgimento nella morte di molti dimostranti, uccisi dalle forze dell’ordine mentre partecipavano alle manifestazioni di protesta organizzate contro di lui per mesi. Forse ci vorrà tempo prima che il processo inizi e forse neanche si farà. La nuova leadership prometteva l’inizio di un'era di giustizia e democrazia, ma quando la popolazione è di nuovo scesa per le strade chiedendo il trasferimento dei poteri dai militari a un governo civile di transizione, ha a sua volta usato la forza per reprimere le proteste, incaricando di riportare l’ordine le Forze speciali paramilitari, nient’altro che i Janjaweed, che più volte hanno sparato ad altezza d’uomo uccidendo molte decine di persone.

Benché finalmente il 17 agosto sia stato raggiunto un accordo tra militari e opposizione civile per la creazione di un governo di transizione composto da cinque militari e sei civili che resterà in carica per tre anni, delude e preoccupa anche il rifiuto della Giunta militare di deferire al-Bashir alla Corte penale internazionale. L’estradizione sarebbe un segnale positivo rivolto alla popolazione e al mondo. Nel sollecitare i militari a consegnare l’ex presidente alla Corte, Amnesty International si è fatta portavoce dei sentimenti di molti: un processo per corruzione “è un passo positivo”, ma al-Bashir “resta ricercato per aver commesso dei crimini atroci”. L’elenco stilato dalla Corte penale internazionale è impressionante. L’accusa di genocidio comprende: uccisione di membri delle etnie Fur, Masalit e Zaghawa, gravissimi danni fisici e mentali causati a membri delle stesse etnie, aver inflitto condizioni di vita intese a portare all’estinzione delle etnie suddette. I crimini contro l’umanità contestati sono: omicidio, sterminio, esodi forzati, stupro, tortura. L’accusa di crimini di guerra riguarda gli attacchi ai civili inermi.