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Bangladesh, il lavoro che uccide

Centinaia di operai morti per il crollo di un palazzo a Dacca: è solo la punta dell'iceberg. Ma invece di prendersela con chi in Occidente acquista capi a basso costo, bisognerebbe far pressione sui governi dei paesi in via di sviluppo, i veri responsabili.

Bangladesh, il palazzo crollato

761 dispersi e circa 2.000 feriti: è l’ultimo bilancio in Bangladesh, quattro giorni dopo il crollo del Rana Plaza, il palazzo di otto piani di Savar, 25 chilometri a nord della capitale Dhaka, che ospitava cinque fabbriche tessili, un centro commerciale e una filiale bancaria dell’organizzazione non governativa Bangladesh Rural Advancement Committee. Da tempo erano visibili crepe profonde e altri segni di cedimento. Il giorno prima alcuni ispettori avevano verificato le condizioni dello stabile, dove era in corso di costruzione un ulteriore piano, e lo avevano dichiarato pericolante e inagibile. Solo la ong, però, ne ha preso atto decidendo di tener chiusa la filiale. Al contrario, i proprietari delle fabbriche hanno ingiunto ai loro dipendenti di recarsi ugualmente al lavoro, minacciandoli addirittura di togliere tre giorni di paga per ogni giorno non lavorato.
I titolari di due fabbriche si sono consegnati alla polizia nelle ore successive e sono stati arrestati, gli altri sono ricercati. La notizia dell’arresto non ha placato la collera della popolazione riversatasi per le strade della capitale sfidando le forze dell’ordine che hanno usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per contenerla.

Si tratta del più grave incidente verificatosi in un impianto industriale in Bangladesh, l’ultimo di una lunga serie. Lo scorso 26 gennaio un incendio è scoppiato nella Smart Exports Garments, una fabbrica tessile di Dhaka, uccidendo sette operaie. Due mesi prima, il 24 novembre 2012, un altro incendio si era verificato nel magazzino della Tazreen Fashion, una fabbrica anch’essa tessile che occupava un edificio di 9 piani nella zona industriale di Ashulia, a nord di Dhaka: l’incidente ha provocato 112 vittime. Due giorni dopo le fiamme divampavano in un’altra fabbrica, ancora una volta del settore tessile, in una costruzione di 12 piani, sempre a Dhaka, e per fortuna in quel caso il personale ha avuto tempo di rifugiarsi ai piani alti e sul tetto.  

Le cause principali degli incidenti sul lavoro sono note da tempo: locali situati in palazzi costruiti uno attaccato all’altro senza un piano regolatore, ambienti che non hanno passato i controlli di sicurezza e sanitari, usati senza autorizzazione, dove si stipano migliaia di operai, sbarre alle finestre, uscite d’emergenza inesistenti, norme elementari di sicurezza disattese, materiali e attrezzi accatastati alla rinfusa nei magazzini, sui pavimenti, dappertutto. Nel solo settore tessile, dal 2005 i morti, escludendo quelli recenti, sono stati più di mille. Ma non va meglio in altri settori produttivi. Secondo la Occupational Safety, Health and Environment (Oshe) Foundation, nata nel 2003 per tutelare i diritti dei lavoratori, dopo il tessile i settori più pericolosi, quelli in cui ogni anno si contano più vittime, sono quelli della macinazione del riso e della rilaminazione.

Alle vittime di incidenti bisogna poi aggiungere quelle causate dalle pessime condizioni di lavoro: lunghi turni – 12 ore sono la norma, per un salario medio di 30 euro al mese – contatto prolungato, senza adeguata protezione con sostanze tossiche, aerazione e illuminazione insufficienti, attrezzi e processi di lavoro pericolosi. Eppure la situazione economica e sociale del Bangladesh è tale da far sì che milioni di persone siano disposte a lavorare a quelle condizioni e anche peggio. Il 43% della popolazione vive con meno di 1,25 dollari americani al giorno e nell’Indice di Sviluppo Umano 2013, la classifica compilata ogni anno dalle Nazioni Unite, il paese è 146° insieme al Pakistan, su 186 stati considerati.

A fare scandalo e notizia a livello internazionale, comunque, sono quasi sempre unicamente i morti nelle industrie tessili perché allora gli incidenti coinvolgono ditte e operatori economici stranieri e li chiamano in causa. Infatti le circa 4.500 fabbriche del paese, che impiegano più di due milioni di persone e contribuiscono per oltre il 10% al Pil nazionale, producono in gran parte per l’esportazione, per i mercati soprattutto d’Europa e Stati Uniti, per conto di grandi gruppi internazionali del settore e di marchi famosi in tutto il mondo quali Benetton, Zara, Diesel, Armani.

L’idea è che i committenti siano corresponsabili e complici dei fabbricanti che obbligano i dipendenti a lavorare a quelle condizioni. Forse, anzi, vanno considerati i “mandanti” delle perdite umane. In ultima analisi, poi, i veri “mandanti” diventano tutti coloro che in Europa, Stati Uniti e in altri paesi ricchi acquistano i capi d’abbigliamento fabbricati in Bangladesh, in India, a Taiwan… abiti “insanguinati”, come i diamanti della Sierra Leone, per intenderci. Felicemente inconsapevoli e soprattutto decisi a non tener conto del fatto che i loro capricci – prestigiosi capi firmati, pile di superflue T-shirt a poco prezzo negli armadi… – costano la vita a qualcuno, ogni giorno, i ricchi del pianeta – secondo questa rappresentazione dei fatti – si confermano così cinici, pronti a sacrificare chi per un euro al giorno rischia la vita e patisce, per sempre povero e senza prospettive, anno dopo anno, in attesa di consegnare i figli allo stesso ineludibile destino.

Le campagne lanciate nei paesi industrializzati contro lo sfruttamento della manodopera nei paesi in via di sviluppo – quelle dell’ong Abiti Puliti, ad esempio – dedicano di conseguenza molte risorse a sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale affinché smetta di acquistare prodotti fabbricati violando i diritti dei lavoratori.

Sotto l’influenza dell’ideologia antioccidentale – anche i padroni che sfruttano i loro connazionali nei paesi poveri prendono esempio dal modello occidentale, no? – tutto sembra dipendere dal pentimento e rinsavimento di titolari e dirigenti del settore sia nei paesi produttori sia in quelli che commercializzano i prodotti. Strategia più laboriosa e meno efficace non si può immaginare.

Anche se qualche gruppo commerciale sospende le commesse alle fabbriche in cui si verificano incidenti particolarmente gravi – di recente lo ha fatto la spagnola Inditex – e anche se qualche consumatore appende in casa la lista dei marchi che fanno affari con le fabbriche incriminate e li boicotta, in tanti anni di campagne nazionali e internazionali ben poco è cambiato, come dimostra la tragedia del Rana Plaza. Un difetto fondamentale è ignorare, chissà come mai, il ruolo e le responsabilità fondamentali dei governi dei paesi in via di sviluppo in cui gli incidenti si verificano. Se mancano leggi a tutela dei lavoratori, le devono adottare. Se le leggi esistono, devono farle rispettare e ne hanno i mezzi, con tutti i dipendenti pubblici e le forze dell’ordine di cui dispongono.

Le ong impegnate nella difesa dei diritti umani e in particolare dei lavoratori sottopagati, schiavizzati ed esposti a rischi dovrebbero provare a concentrarsi in quella direzione e le Nazioni Unite dovrebbero fare altrettanto: offrire fondi, mezzi e personale della cooperazione internazionale allo sviluppo per aiutare i governi a formare ispettori del lavoro e sanitari e potenziarne le fila, se necessario, garantire la cancellazione di parte dei debiti esteri in cambio di azioni concrete, tangibili in favore dei lavoratori e, per contro, adottare sanzioni contro governi e personalità politiche reticenti, quali la sospensione degli aiuti finanziari e delle attività di cooperazione, il blocco di conti correnti e beni all’estero di singoli politici e il loro divieto di ingresso nei paesi membri di organismi regionali e della stessa ONU.