• IL CASO

Avvenire, Paglia, vescovi inglesi: non c'è più vita

Mons Paglia

«Charlie è stato ucciso da un male inesorabile». Così ieri sbalordiva i suoi lettori il direttore di Avvenire Marco Tarquinio. Sbalordimento non solo per l’evidenza negata di una morte procurata, ma anche per l’altrettanto evidente contraddizione con la linea tenuta nei due mesi precedenti, da quando il caso Charlie è stato seguito con sistematicità dal quotidiano della CEI.

In effetti da un po’ di giorni erano cessati i commenti duri su medici e giudici inglesi; l’editorialista in questo più acuminata – Assuntina Morresi – che all’inizio aveva denunciato con forza la volontà di morte di medici e giudici, è scomparsa dalle pagine del quotidiano dei vescovi dal 13 luglio. E quando, dopo l’udienza in cui anche i genitori di Charlie si sono arresi alla possibilità di terapie, Tarquinio ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera sostenendo che ora era giusto “lasciare andare” Charlie, era apparso chiaro che fosse in atto una manovra di riallineamento.

Ieri la conferma nel modo più spudorato. Ora possiamo aspettarci che sul tema Avvenire arrivi a cedere la tribuna al professor Francesco D’Agostino senza ovviamente spiegare come sia successa questa inversione a U. Di sicuro possiamo dire che il neo-presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Gualtiero Bassetti, non ha alcun ascendente sul “suo” giornale visto che Avvenire ha maturato la svolta proprio nei giorni in cui egli si esprimeva al contrario, ovvero con un giudizio molto chiaro contro l’eutanasia praticata su Charlie.

Ma Bassetti è uno dei pochissimi vescovi che resta fedele a quanto il Magistero ha sempre indicato sul tema della vita e della morte. Il caso Charlie ha fatto emergere la realtà di una Chiesa che, silenziosamente, si è spostata su tutt’altra linea. E infatti, dopo la morte di Charlie, in tanti – che per mesi erano stati in silenzio o quasi – sono improvvisamente diventati loquaci. Perfino il cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, di cui si erano perse le tracce, ha voluto far sapere al mondo il suo pensiero.

Dopo le scontate “sincere e profonde condoglianze” ai genitori di Charlie, ecco il colpo: il ringraziamento al personale dell’ospedale londinese «che si è occupato di Charlie durante questi lunghi mesi della sua breve vita». Che se ne sia occupato soprattutto tenendolo in ostaggio in attesa del semaforo verde per farlo morire, questo evidentemente è un dettaglio secondario per il cardinale Nichols. Il quale, non volendo lasciare spazio ad equivoci ha anche lodato tutto il personale dell’ospedale, «la grande professionalità e le risorse offerte a ogni piccolo paziente e ai familiari». Insomma, tanta comprensione per i genitori, però meno male che adesso è finita come doveva e speriamo che la smettano, così che i medici potranno tornare ad eliminare tutti i Charlie di questo mondo coperti da quel silenzio chiesto anche dal professor Francesco D’Agostino nell’intervento su Rai Uno di cui riferiamo a parte.

E loquace è improvvisamente diventato anche monsignor Vincenzo Paglia che, essendo il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, a giochi fatti non può fare a meno di dire la sua. Dopo un primo comunicato sul cui significato si stanno ancora interrogando gli esegeti (è prerogativa di monsignor Paglia fare affermazioni che possono essere lette in qualsiasi modo), ieri sera è intervenuto con una breve dichiarazione al Tg1 delle 20. «Charlie aveva bisogno di tutto meno che di un clima di conflitto e lacerazione», ha esordito. E chi sarà mai il colpevole di questo clima? In fondo se i genitori avessero accettato da subito la realtà di una malattia inguaribile, tutto questo conflitto non si sarebbe acceso. I medici del GOSH, che sono così professionali e prodighi in risorse per i piccoli malati e i loro familiari – come dice Nichols – non meritavano certo questo trattamento.

Infatti quello di cui c’è veramente bisogno, prosegue Paglia, è «un’alleanza terapeutica tra medici, familiari e amici» perché «tutti insieme, ognuno secondo le proprie responsabilità, individuino la via migliore per il malato». Il contenuto di questa alleanza evidentemente non importa: vita, morte, l’importante è che si decida insieme. E insiste ancora nel finale: «Dobbiamo promuovere nel nostro paese un’alleanza tra tutti». A parte quello che appare uno spot a favore della legge sul bio-testamento in discussione in Parlamento, le parole di Paglia indicano con chiarezza la metamorfosi in atto. Da evitare assolutamente non è la scelta per la morte, che malati e disabili vengano fatti fuori dallo stato e dagli esperti; no, da evitare è il clima di conflitto; dobbiamo cercare una soluzione comune, qualsiasi essa sia, senza volere imporre la “nostra” verità.

Non so se è chiaro il messaggio; aspettiamoci a giorni qualche intervento autorevole che ci dica che su Eluana Englaro la Chiesa italiana ha sbagliato a mobilitarsi allora, creando quel brutto clima di conflitto e lacerazione. In fondo che volete che sia il sacrificio di una vita, peraltro improduttiva, davanti alla possibilità di mantenere una concordia sociale? «Mai più un’altra Eluana», dicevamo allora. E sarà così, ma non nel senso che intendevamo. 

 

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