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Autoimmolazione dei tibetani, un calcolo politico

Ieri in Tibet si sono dati fuoco due monaci e una giovane donna: diventano così 118 i suicidi dal 2009, inizio della protesta. Ma contrariamente a quello che si sostiene in Occidente, è un gesto solo mediatico e politico, che non ha nulla di religioso.

Monaco tibetano si da fuoco

Continuano le immolazioni in Tibet per protestare contro la presenza cinese nella regione: tre nuovi casi di monaci e laici che si sono dati fuoco si sono registrati ieri. Si tratta di due monaci e una donna, che fanno così salire il totale a 118 dal 2009, quando è iniziata la protesta. Due dei suicidi di ieri erano monaci nel monastero di Taktsang Lhamo Kirti, nella contea di Ruo'ergai, prefettura di Aba. Avevano 20 e 23 anni. Nella contea di Rangtang a darsi fuoco è stata invece una donna di 23 anni.

La spietata repressione in Tibet attuata dal regime comunista cinese, che dura dall’occupazione militare del 1950 , non è certo difendibile, ma bisogna essere anche consapevoli che l’autoimmolazione non è un fatto religioso.

I simpatizzanti della causa tibetana, pure nella sua forma suicida, non mancano. In Italia, fece scalpore la posizione del priore di Bose Enzo Bianchi, che nell’articolo «Fuoco nonviolento» del 16 dicembre 2012 su La Stampa scrisse che i monaci auto-brucianti «con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. (...) Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo».

Enzo Bianchi ignora evidentemente che l’uso di questi suicidi è puramente politico. Non lontani dal sentire islamico (che il buddismo tibetano peraltro disprezza sommamente, chiamando i musulmani mlecchas, i nemici del dharma che nell’apocalisse messianica descritta nel Kalachackra Tantra saranno spazzati via per primi dalla buddocrazia universale), i bonzi sentono di disporre delle vite dei seguaci come di tristi pedine del gioco politico.

Narcotizzati dalle strategie comunicative del buddismo hollywoodiano, nessuno qui in Occidente vuole ammettere che questo gioco di morte, davvero non prevede rispetto alcuno per la vita: nel marzo 2008, nel cuore delle proteste tibetane in occasione delle Olimpiadi pechinesi, Tsewang Rigzin, fresco di elezione a presidente del Tibetan Youth Congress, dal suo comodo scranno della “capitale in esilio” Dharamsala, in India, accettava l’idea che l’evoluzione della strategia tibetana dei suicidi potesse a breve volgere verso il kamikaze: non più l’autocombustione dei religiosi, ma bombe umane contro i cinesi han. «Uno sviluppo più che possibile» ha detto il giovane tibetano al giornalista italiano Lorenzo Cremonesi: «Tutto è aperto, (...) dunque presto potrebbe arrivare l’ora di cambiare la strategia di lotta» («La non violenza? Non Paga. Potremmo usare i kamikaze». Il Corriere della Sera, 27 marzo 2008) La faccenda sino-tibetana è politica, geopolitica, di spirituale non ha nulla, se non l’orrore di un sacrificio diabolico.

Nell’articolo su La Stampa, Bianchi cercava di evadere il problema. «E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli anni Sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: (...) È pratica antichissima, (…)  testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri».

Dispiace turbare il priore di Bose, ma purtroppo nell’era attuale i suicidi buddisti hanno avuto un carattere mediatico sin dall’inizio. Il primo bonzo autocombusto della storia recente, fu infatti Thic Quang Duc (1897 –1963). Un’immagine vista mille volte, una foto atroce - una foto snuff, cioè il genere che rappresenta un sacrificio umano reale in forma di film, perché tutto il materiale visivo attorno ai suicidi di fuoco buddisti altro non è se non un sottogenere dello snuff-movie - che tuttora fa male agli occhi a guardarla: il gruppo musicale Rage Against The Machine ne fece la copertina di un fortunatissimo album negli anni Novanta; Ingmar Bergman, nel film capolavoro che è Persona, la usò per rendere afasico il personaggio di Liv Ullmann, traumatizzata dal dolore del mondo. Un’immagine sicuramente potentissima, dotata di una forza unica, oltre che - il fascino della morte - di una meschina bellezza.

La genesi di questa foto è molto significativa. Erano i tempi della ribellione dei monaci buddisti in Vietnam, lamentavano soprattutto il favore che il governo di Ngo Dinh Diem (1901-1963) - cattolico, fratello di Ngo Dinh Tuc, l’arcivescovo di Hué finito poi in America tra i sedevacantisti - accordava, a loro giudizio, ai cattolici: essi infatti facevano spesso mostra dei propri simboli religiosi contrariamente ad una legge che impediva l’esposizione di segni religiosi. Con i cattolici, l’esercito indocinese chiudeva un occhio: del resto, i soldati erano quasi tutti cattolici, in quanto vi era certezza sull’anticomunismo dei cristiani, mentre i buddisti, sulla minaccia del nord socialista erano, come si addice al culto dei bonzi, un po’ relativisti. I buddisti ritenevano intollerabile il favore che il governo e l’esercito accordavano ai cristiani. Non vi è dubbio, che oltre ad essere sicuramente infiltrati dai Vietcong, parte di essi era anche imboccata dalla CIA, così come testimoniato da Edward Luttwak nel suo imperdibile manuale Manuale del Colpo di Stato.

Fatto sta che i monaci, dopo vari scontri con le forze dell’ordine, trovarono l’arma giusta per cacciare Ngo Dinh Diem. Pianificarono accuratamente la giornata del 10 giugno 1963. I buddisti dissero ai giornalisti stranieri presenti a Saigon di farsi trovare vicino all’ambasciata cambogiana, poi, una volta preparato il set, due giovani monaci adiuvarono il vecchio Thich Quang Duc (1897-1963) a darsi fuoco, impedendo di fatto ai soldati di spegnerlo. Un grande colpo mediatico, uno snuff-movie dei bonzi orientali ad usum di noi gonzi occidentali.

Per gli autori di foto e articolo sul suicidio buddista fu premio Pulitzer.  Il New York Times, con il monaco arso vivo in prima in pagina, non tardò ad arrivare alla scrivania dello studio ovale. Riporta il giornalista David Halberstram nel suo libro The Making of a Quagmire, che Kennedy, alla visione della foto, bestemmiò e decise di togliere ogni residuo sostegno americano al Vietnam del cattolico Ngo Dinh Diem. Il resto della storia lo conosciamo bene: una spirale di violenza immane, con migliaia di giovani vite americane e vietnamite falciate via, con distruzione e demoralizzazione su tutti i lati del Pacifico e dell’Atlantico. Ebbene, tutto questo, secondo la legge buddista di coproduzione condizionata (la pratityasamutpada, in pratica la regola di causa ed effetto), partì proprio dal suicidio pubblicitario del bonzo Thich.

Le auto-stragi tibetane non sono in nulla diverse da quelle vietnamite. Puri atti mediatici, calcoli di una lucida mente strategica - che di casa sta a Dharamsala, sede del Dalai - che della vita umana non ha una grande opinione. E ogni suicidio in Tibet è una lacrima che cade in Occidente (e nel ricco Giappone), e un punto in più nella guerra psicologica contro la Cina Popolare, oltre che una garanzia di maggiori donazioni alle fondazioni filo-tibetane sparse per il mondo. È una conta orrida e vergognosa, una conta politica; a suo modo, un calcolo militare.

Al quale neanche il Dalai Lama sembra estraneo. Intervistato lo scorso anno a proposito di queste auto-stragi di suoi adepti non ha trovato di meglio che dire: «È molto, molto triste. Davvero triste. Ma al tempo stesso è un tema caldo, molto politico. Preferisco rimanere in silenzio».