• VENEZUELA

Aspettando il ritorno di Chavez

Il nuovo presidente venezuelano Maduro cerca di rafforzare il suo potere promuovendo un parallelo tra il defunto presidente Chavez e Cristo. Si tratta di un culto della personalità trasformato in religione, che è un fenomeno ricorrente nei paesi comunisti. 

L'omaggio di Maduro a Chavez

“Risorgerà” è stato il leitmotiv della campagna elettorale televisiva di Nicolas Maduro. Risorgerà, tornerà fra noi mortali, l’immortale Hugo Chavez. E lo spot alterna immagini del defunto Comandante con scene dei suoi devoti cittadini in preghiera. Il culto della personalità, in Venezuela, sta diventando una vera e propria religione. Nonostante l’Alleanza Patriottica al potere stia dando chiari segni di stanchezza democratica: appena il 50,66% dei voti (contestati dall’opposizione) per eleggere Nicolas Maduro, successore designato dal Comandante. E dunque Chavez deve vivere in eterno. Per “dispensare vita dalle sue mani”, come recita un manifesto elettorale.

Il parallelo fra Chavez e Cristo è sempre più frequente ed esplicito. Un poster elettorale, raffigura il defunto presidente con una croce d’oro lucente nelle sue mani. “Compagno, non essere affranto e non disperare, perché io sarò con te in ogni istante”, recita la scritta sotto la sua immagine, deformando il linguaggio biblico ad uso elettorale. E’ lo stesso Maduro, che si definisce un “discepolo” di Chavez, a voler diffondere questo culto. In occasione dell’elezione di Papa Francesco, il suo commento è stato niente meno che: “Sappiamo che il nostro Comandante è asceso al Cielo, ed è al cospetto di Cristo. Deve averlo influenzato in qualche modo per convincere che era conveniente un Papa sudamericano. Arrivato a Cristo ha detto: ‘Bene, è il momento per il Sud America’”. E ritiene di aver ricevuto una rivelazione, dal defunto presidente, in forma di “una colomba”. 

In più di un’occasione, il nuovo presidente ha definito il suo predecessore, “Il Cristo redentore delle Americhe”. Un non cristiano, il musulmano sciita Mahmoud Ahmadinejad, presidente dell’Iran e alleato di Hugo Chavez, nella sua lettera di condoglianze alla famiglia del presidente ha scritto: “Egli vive, così come sono vive le nazioni e lotta per il consolidamento dell’indipendenza, della giustizia e della fratellanza. Io non ho dubbio che (Chavez, ndr) tornerà al mondo, assieme a Cristo Salvatore, erede di tutti i santi e uomo perfetto. E porterà la pace, la giustizia e la perfezione per tutti”.

Non c’è neppure bisogno di spiegare che questa beatificazione di un presidente non ha nulla a che vedere con il Cristianesimo. Lo ha ricordato, a chiare lettere, il cardinale Jorge Urosa Salvino, arcivescovo di Caracas, all’indomani della celebrazione pasquale: “Non si può paragonare alcun eroe, alcuna autorità, né alcun capo umano a Gesù Cristo. Non possiamo mettere sullo stesso piano la sfera religiosa e soprannaturale con quella naturale, terrena e socio-politica”.

Quella per Hugo Chavez è una forma di idolatria. Da lui stesso alimentata, quando era in vita. Come quando, in occasione dell’ultima Pasqua, pregò pubblicamente: “Dammi la tua corona di spine, oh Gesù, dammi la tua croce, così che io possa sanguinare. Ma dammi la vita, perché ho ancora molto da fare per questo Paese e per questa gente”. Non erano solo le parole di una persona malata e prossima alla morte. Nel 2007, quando il presidente godeva ancora della sua piena salute, Chavez giurava: “Patria, socialismo o morte! Io confido in Cristo, il più grande socialista della storia!”. E in occasione del braccio di ferro con i vescovi venezuelani, che si opponevano alla sua completa centralizzazione del potere amministrativo, nel 2010, minacciando di rivedere il Concordato con la Chiesa si scagliò contro il Papa dicendo in televisione: “Cristo non ha bisogno di un ambasciatore. Cristo è nel popolo e in coloro che lottano per la giustizia e la libertà dei poveri”. Il culto di Chavez deve compiere salti mortali teologici per coniugare il suo marxismo (ateo, materialista) di origine con il cristianesimo. Come alcuni Teologi della Liberazione prima di lui, Chavez diceva di sé: “Sono un marxista, ma prima che marxista sono profondamente cristiano”.

Oltre alla realtà latino-americana, dove comunismo e cristianesimo si sono intersecati molto profondamente, è anche lecito trovare delle analogie con altri leader marxisti-leninisti in Paesi non cristiani. Kim Jong-il, ad esempio, aveva introdotto molti elementi del misticismo orientale nel suo personale culto della personalità. Per i suoi agiografi, la sua persona condizionava la natura. La sua morte, avvenuta nel 2011, è stata un’occasione, per la stampa di regime, di raccogliere e narrare segni soprannaturali: ghiacci che si spezzano all’improvviso con fragore violento, gazze che si posano, tacendo, sui monumenti dedicati al “caro leader”, nevicate abbondanti “come se il cielo piangesse”, surreali bagliori sui monti.

Un altro leader asiatico, morto nel 2006, Saparmurat Niyazov, ingegnere comunista ed ex segretario generale sovietico del Turkmenistan, una volta divenuto presidente del nuovo Paese indipendente, ha creato una sua personale religione. La sua statua d’oro, che domina la capitale Askhabad, ruota seguendo il sole. I mesi dell’anno sono stati sostituiti con i nomi dei suoi parenti. Nomi di beni di uso comune sono stati pure ribattezzati. Il pane, per esempio, in lingua turkmena veniva chiamato “gurbansoltanedzhe”, il nome della madre di Niyazov. Ribattezzatosi Turkmanbashi, “padre dei turkmeni”, Niyazov obbligava tutti i suoi cittadini a studiare a memoria, come fosse un testo sacro, il suo poema Ruhnama.

Tutti i partiti totalitari cercano di darsi un proprio culto, di trasformarsi in una setta, se non altro per vincolare i propri seguaci al leader. Questo fenomeno, tuttavia, stupisce maggiormente se applicato dai marxisti, che dovrebbero essere fedeli a una “scienza” sociale ed economica. Lenin stesso fece del marxismo un culto. Nella Russia bolscevica le vecchie icone ortodosse venivano sistematicamente sostituite con nuove icone di Marx e Lenin. Ben prima del “culto della personalità” di Stalin, il marxismo-leninismo era già una religione atea. La salma imbalsamata di Lenin, era la sua reliquia più sacra. Chavez, quest’anno, va ad aggiungersi a questa tradizione. Che però è sintomo di un fallimento, della paura di non controllare più la fedeltà del popolo. Predicare la realizzazione del Paradiso in Terra comporta il rischio che non si realizzi. Si può rimandare la promessa, per poi rimandarla ancora, e ancora, e ancora … Finché il leader che ha promesso l’utopia non muore e muoiono i suoi successori. E da qui nasce l’esigenza che il leader diventi “eterno”. Nella speranza che i suoi fedeli continuino a seguirlo. E i suoi nemici ne siano ancora intimiditi.